SEGNO E SEMIOSI IN

A SURVEY OF PRAGMATICISM

DI CHARLES SANDERS PEIRCE

 

 

 

Premessa

1. Questioni filologiche e bibliografiche

2. A Survey of Pragmaticism

3. Sulla teoria degli Interpretanti

4. Il modello di segno

5. L’opera aperta secondo il modello di Peirce

Riferimenti bibliografici

 

 

 

 

 

 

 

 

            Premessa

 

   A. J. Greimas e J. Courtés nel loro Sémiotique, dictionnaire raisonné de la théorie du langage (1979, cito dalla traduzione italiana, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, La casa Usher, Firenze 1986, p. 300) sotto la voce "Segno" affermano fra l'altro:

 

La linguistica anglo-americana [...] ha cercato sotto l'influenza del positivismo di introdurre la nozione di referente nella definizione del segno, costruendo un modello triangolare della sua interpretazione (Ogden e Richards, sulla scia di Ch. S. Peirce): i tre vertici sono costituiti da:

- a) il simbolo (= il significante, o il representamen per Peirce),

- b) la referenza (= il significato, o l'interpretazione di Peirce),

- c) il referente (=  la ‘realtà’ denotata, o l'oggetto secondo Peirce).

 

   A parte varie imprecisioni (questo 'triangolo' non è semplicemente un espediente della linguistica anglo-americana per "introdurre la nozione di referente nella definizione del segno": esso è in effetti una costante della riflessione semiotica, già nel pensiero antico e in modo particolare nella teoria del linguaggio degli Stoici; inoltre: nel modello di Peirce l’oggetto non è semplicemente la ‘realtà denotata’: l’oggetto può essere anche un fatto mentale, o qualcosa che non esiste nella realtà; il segno verbale “Pinocchio” o un’immagine di Pinocchio è, alla luce del modello di Peirce, un segno: anche se un burattino di legno che si muove, parla e dice bugie non esiste, non è ‘realtà denotata’, “Pinocchio” tuttavia sta per, per es.,un “mondo possibile” oppure per una idea dell’educazione; insomma: il realismo di Peirce non è ingenuo), il punto è che il 'triangolo' di Peirce, diciamo meglio: la relazione triadica sulla quale secondo lo studioso americano si fonda il segno, lungi dal costituire la scia su cui si pone il modello di Ogden e Richards, ha un valore assolutamente autonomo e peculiare, soprattutto: non è statica, è dinamica, e perciò è molto più complessa, più ricca del 'triangolo' di Ogden e Richards e dei vari 'triangoli' che implicitamente o esplicitamente sono stati costruiti nella storia della semiotica, e si rivela essenziale ai fini dell'analisi dei fenomeni di comunicazione e, in generale, dei fenomeni culturali.

 

   Ciò che rende così diverso il 'triangolo' peirceano è, tra l'altro ed in notevole misura, il concetto di Interpretante, che è il fulcro della relazione triadica elaborata da Peirce, e ha ben poco a che vedere con il generico concetto di “significato” presente nei vari 'triangoli' semiotici.

   Ancora di recente tale categoria è stata del tutto fraintesa. Merita di essere riferita, quale esempio negativo, la tesi che Hemann Sottong e Michael Müller hanno proposto (Hermann Sottong - Michael Müller, Zwischen Sender und Empfänger. Schmidt, Berlin 1998, pp. 10-11):

 

Was die Semiotik interessiert, ist nicht, was in den Köpfen der [an der Kommunikation] beteiligten Personen vorgeht, sondern das >Dazwischen=: Die Struktur und Bedeutung dessen, was geäußert wurde. Die Semiotik interessiert sich also für Kommunikation vermittels Zeichen und nicht für alles, was sonst noch interpretierbar ist oder der Informationsübertragung dienen kann. Vor dem Hintergrund biologischer und physiologischer Grundlagen von Wahrnehmung und Erkennen setzt sie da an, wo es um Kommunikation geht: Sie fokussiert also auf einen Teilaspekt aller denkbaren sozialen und kulturellen Phänomene.

Damit behaupten wir selbstverständlich nicht, der Gegenstandsbereich der Se­miotik sei identisch mit dem Gegenstandsbereich einer in dieser Form noch nicht existenten Disziplin der >Kommunikationsforschung= - die etwas anderes sein müßte als die eher aufs journalistische ausgerichtete Kommuni­kationswissenschaft, wie sie heute an den Universitäten gelehrt wird. Es gibt wie gesagt verschiedene Formen von Kommunikation, und es gibt verschiedene Aspekte von Kommunikation, nicht nur den semiotischen - der allerdings inso­fern der wichtigste Aspekt ist, als die Semiotik die Frage der Bedeutung von kommunikativen Akten zu klären hat. Selbstverständlich ist es für bestimmte Fragestellungen wichtig und interessant, zu erfahren, was beispielsweise bei der Kommunikation in den Köpfen der Kommunikationspartner geschieht, in wel­cher Weise neuronal die Informationen verarbeitet werden, oder was ein kon­kreter kommunikativer Akt psychisch auslöst. Doch das sind keine semiotischen Fragestellungen, sondern physiologische bzw. psychologische. Wollte sich die Semiotik mit diesen Fragen beschäftigen, müßte sie physiologische und psychologische Methoden anwenden oder in philosophischen Spekulationen Zuflucht suchen - und wäre dann bei der Untersuchung dieses speziellen Problems nichts anderes als Physiologie oder Psychologie, oder eben Philosophie. Ein Beispiel dafür, was geschehen kann, wenn man sich diesem Bereich semiotisch zu nähern versucht, ist das Schicksal des Peirceschen Begriffs des Interpretanten. In der Literatur wurde er oft so verstanden, als bezeichne er etwas im Kopf einer abstrakten Kommunikanten-Instanz. Ebenso häufig wurde dieser Auslegung widersprochen. Recht haben beide Seiten: Das Problem des Interpretanten-Begriffs besteht eben darin, daß er auf etwas abzielt, das mit semiotischen Mitteln letztlich nicht zugänglich ist.

 

   È questa una tesi veramente singolare. A parte la pretesa di rifondare la semiotica attraverso una ingenua riedizione della vecchia “semiotica della comunicazione”, a parte l'altrettanto ingenua pretesa di isolare il "Dazwischen" (zwischen Sender und Empfänger) senza dedicare attenzione a ciò che avviene nella mente del Sender e dello Empfänger (‘ciò che avviene nella mente’, vale a dire i processi cognitivi del Sender e dell'Empfänger sono parte integrante del “Dazwischen”), colpisce la superficialità e la confusione con cui viene sanzionato il destino del concetto di Interpretante. Se si considera che nella bibliografia del libro di Sottong e Müller di Peirce viene citato solo Phänomenologie und Logik der Zeichen, e che alle interpretazioni della letteratura critica si fa solo un cenno superficialissimo (senza riferirsi a precisi studiosi), e si conclude poi salomonicamente affermando che tutti hanno ragione, cioè la colpa è solo di Peirce e della sua teoria dell'interpretante, allora si rimane veramente sconcertati. Unica consolazione è il fatto che il libro di Sottong e Müller contiene tuttavia spunti interessanti, che peraltro danno completamente ragione a Peirce, e che dovranno essere discussi in altra sede.

 

   Ben altre opinioni sul pensiero di Peirce esprimeva Roman Jakobson (R. Jakobson Essais de linguistique générale, Minuit, Paris 1963; trad. it.: Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano 1966; cito dalla prima edizione nella collana SC/10, 1972). Conviene cedere la parola all'autore:

 

Nell'affrontare il compito che ci è ora proposto: di analizzare e comparare i diversi sistemi semiotici, dobbiamo ricordare non solo la proposizione saussuriana che la linguistica è parte integrante della scienza dei segni, ma anche, e in primo luogo, l'opera fondamentale del suo non meno illustre contemporaneo: Charles Sanders Peirce, uno dei massimi pionieri dell'analisi linguistica strutturale. Peirce non ha soltanto affermato la necessità della semiotica, ma ne ha pure delineato i fondamenti basilari. I princípi e i metodi essenziali della sua teoria dei simboli, e in particolare dei simboli linguistici, una volta studiati a fondo, costituiranno un contributo sostanziale allo studio del linguaggio nei suoi rapporti con altri sistemi di segni, poiché ci consentiranno di discernere i caratteri peculiari del segno linguistico. (p. 7)

 

È vero che alcuni teorici sostengono che, mentre la sintassi si occupa delle relazioni dei segni fra loro, la semantica si occupa delle relazioni fra i segni e le cose. Atteniamoci tuttavia al quadro della linguistica sincronica: quale differenza intercorre fra la sintassi e la seman­tica? Il linguaggio implica due assi: la sintassi si occupa dell'asse della concatenazione, la semantica dell'asse della sostituzione. Se io dico, per esempio, "il padre ha un figlio": le relazioni fra " il," "padre," "ha," "un" e "figlio" sono relazioni entro la successione, sono relazioni sintattiche. Se io confronto i contesti: "il padre ha un figlio," "la madre ha un figlio," "il padre ha una figlia," "il padre ha due figli," sostituisco certi segni ad altri segni e le relazioni semantiche con. cui operiamo non sono meno linguistiche delle relazioni sintattiche. La concatenazione implica la sostituzione.

  È forse un punto di vista tanto nuovo insistere sul carattere intrinsecamente linguistico della semantica? No; si tratta di qualcosa che è già stato detto molto chiaramente; ma succede che solo le cose che sono state dette molto chiaramente cadono spesso in un totale oblio. Tale punto di vista era stato certamente affermato fin dal 1867, da Peirce, che, lo ripeto, deve essere considerato come un autentico ed intrepido precursore della linguistica strutturale. Come egli diceva, il segno - e in particolare il segno linguistico - per essere compreso, non solo esige che due protagonisti partecipino all'atto linguistico, ma ha bisogno inoltre di un interpretante. Secondo Peirce la funzione di questo è assolta da un altro segno, o da un complesso di segni, occorrenti con un segno dato o in sostituzione di quello. Qui troviamo il fondamento per le future discussioni sulle indagini linguistiche dei significati che, ne sono sicuro, costituiranno il nostro compito principale in un prossimo futuro. (p. 19)

 

[...] una delle tesi più illuminanti di Peirce propone che il significato di un segno è il segno con cui può essere tradotto.

[...]

Peirce ci da una definizione incisiva del principale meccanismo strutturale del linguaggio quando dice che ogni segno può essere tradotto in un altro segno nel quale è svolto in modo più completo. (p. 20)

 

Mi rendo conto che le mie osservazioni su tutti questi problemi in sospeso sono frammentarie come provini cinematografici, ma le capirete se è vero che, come dice Peirce, ogni segno può essere tradotto con un segno più esplicito. (p. 21)

 

 

   Jakobson cercava di inserire il pensiero di Peirce in un orizzonte strutturalistico, operazione sulla quale si potrebbe anche discutere; ma fondamentale è che egli coglieva lucidamente il nucleo della teoria peirceana: l'Interpretante è un segno che 'traduce' un altro segno. Non si dà segno senza la possibilità di tradurre tale segno in un altro sistema di segni.

   Questa tesi non ha nulla a che fare con la fisiologia o la psicologia: questa tesi è profondamente semiotica. Se, per fare un esempio banale, in una esercitazione di lingua italiana una studentessa tedesca chiede all'insegnante cosa significhi la parola "cane", l'insegnante potrebbe tradurre la parola e dire dunque: "cane" significa, in quel determinato contesto, "Hund". È “Hund” il significato di “cane”? Ma nei 'triangoli' semiotici, a partire da quello degli Stoici, il significato è il concetto, l'idea, l'immagine che il significante "cane" suscita nella mente di chi ascolta o legge la parola. Dunque "Hund" non è il significato di "cane", "Hund" è un altro segno che traduce il segno "cane" e che suscita nella mente della studentessa tedesca la stessa 'idea', lo stesso concetto che il segno "cane" suscita nella mente di un italiano. Vale a dire: "Hund", in questo caso, è l'Interpretante di "cane". L'insegnante potrebbe descrivere l'animale oppure potrebbe indicare una fotografia dell'animale, potrebbe persino 'abbaiare': anche queste operazioni sarebbero Interpretanti del segno "cane". L'Interpretante, diceva Peirce, ha il compito di tradurre il segno, come un interprete (un traduttore) dice ad uno straniero che cosa significhi una parola. Evidentemente la 'traduzione' fornita dall'Interpretante non è sempre così semplice come lo è nell’esempio proposto. E proprio di questo, della complessità dell’Interpretante, si vuole discutere nel presente saggio.

 

 

   Il presente saggio utilizza un capitolo del mio lavoro di abilitazione ("Porrait être continué...". La poetica dell' 'opera aperta' e "Les Faux-Monnayeurs" di André Gide. Lang, Frankfurt am Main u. a., 1998), si inserisce in ricerca che da tempo sto svolgendo in saggi e in seminari sulla semiotica di Peirce e sulle possibilità di applicarla (insieme con altre direzioni emerse dalla storia della scienza dei segni) alle "Kulturwissenschaften", e si occupa del modello peirceano di segno, tenendo presente in particolare un complesso e affascinante testo dello studioso americano: A Survey of Pragmaticism.

 

 

 

 

         1. Questioni filologiche e bibliografiche

 

 

   Scrive Giampaolo Proni [1990: 1-2] che lo "stato degli scritti, in gran parte inediti e pervenuti in completo disordine", di Peirce è legato "alle vicende personali dell'autore, che non ottenne mai una posizione universitaria ufficiale, e non ebbe né l'autorità né il denaro per dare alle stampe i suoi libri. [...] Quindi si comprende perché ogni edizione di Peirce debba considerarsi parziale, e come, di conseguenza, ogni sintesi e critica risentano di questa parzialità: quando ci si accinge a studiare Peirce, si deve iniziare con un'esplorazione dei testi e una scelta di quali leggere e come disporli. Una simile scelta è soggettiva ma inevitabile: non può esserci, come accade con altri autori, il riferimento a opere 'ufficiali' ".

   Mi sembra tuttavia opportuno tenere sempre ben presente il fatto che esistono precisi criteri filologici cui è necessario attenersi nella scelta, nell'esplorazione e soprattutto nella disposizione dei testi di Peirce. Se è vero che il primo criterio di ogni lavoro critico-testuale, e cioè la distinzione fra opere pubblicate dall'autore e opere non pubblicate, opere rimaste al livello di schede, appunti, abbozzi, non vale molto per Peirce giacché (a parte le caratteristiche specifiche del metodo di lavoro dello studioso) la maggior parte dei testi del suo Nachlaß non potè, per le ragioni che Proni ricorda, essere pubblicata; è vero anche che il secondo criterio, e cioè la ricostruzione cronologica e critica (critica nel senso della "Textkritik", vale a dire: valutata, confortata da apparati) rimane, anche e soprattutto per un autore come Peirce, fondamentale, e limita quella libertà nella disposizione dei testi di cui parla Proni. Inoltre tale criterio aiuta a collocare le tesi di Peirce, che di volta in volta vengono considerate, nei contesti in cui esse furono esposte. A me sembra che, a parte le difficoltà insite nel pensiero di Peirce, nella sua ricchezza, nella sua ampiezza, nello straordinario metodo di lavoro dello studioso, molte difficoltà, molte, per es., delle così dette contraddizioni di Peirce scaturiscano dalla mancanza di un'unica edizione critica - completa - dei suoi scritti, per quanto ingenuo possa sembrare tale desiderio, per quanto titanica possa sembrare tale impresa.

   Per quanto riguarda il presente saggio, tengo presenti i Collected Papers of Charles S. Peirce [1931-1958] (i testi vengono citati come di consueto, e cioè, per es., CP: 5.488, là dove la prima cifra indica il volume, le altre, dopo il punto, indicano il paragrafo); ed inoltre la scelta (in traduzione italiana) Peirce [1980] e la scelta (in traduzione tedesca) Peirce [1986-1993]. Mentre la prima è una antologia (con un'ottima introduzione di Massimo Bonfantini e un ottimo commento ai testi) dei Collected Papers, la seconda si presenta in modo molto diverso, e merita pertanto alcune precisazioni. Si tratta di: Charles S. Peirce, Semiotische Schriften, Herausgegeben und übersetzt von Christian Kloesel und Helmut Pape, Suhrkamp; l'edizione è in tre volumi: il primo (Peirce [1986]) contiene scritti dal 1865 al 1903, il secondo (Peirce [1990]) contiene scritti dal 1903 al 1906, il terzo (Peirce [1993]) contiene scritti dal 1906 al 1913. Nel capitoletto "Bemerkungen zur Edition" del primo volume (p. 76) Kloesel e Pape dichiarano che questa edizione "basiert auf einer Auswahl von Manuskripten zur Semiotik aus dem gesamten bisher gesicherten Peirceschen Werk, das insgesamt etwa 100 000 Seiten umfaßt. [...] Alle in dieser Ausgabe übersetzten Texte wurden anhand der fotokopierten und überprüften Originalmanuskripte oder Originalpublikationen übersetzt". I curatori avvertono che alcuni testi di questa edizione si differenziano dai corrispondenti nei Collected Papers, giacché questi ultimi, "dies gilt insbesondere für »Über die Einheit kategorischer und hypothetischer Propositionen« von 1896 (MS 787), »Minutiöse Logik« von 1902 (MS 425 A) und die »Dritte Vorlesung über den Pragmatismus. Die Verteidigung der Kategorien« von 1903 (MS 308)", sono "- in sehr unterschiedlichem Ausmaß - korrupte Texte, die durch teilweise nicht markierte Kürzungen, Umstellungen oder direkte Eingriffe in Formulierungen gegenüber dem Original verändert worden sind" (ivi). E questo vale, come presto avremo modo di vedere, anche per la sezione A Survey of Pragmaticism (CP: 5.464-5.496). Inoltre, nelle citate "Bemerkungen" (p. 78) Kloesel e Pape dichiarano che nel secondo volume (le "Bemerkungen zur Edition" del primo volume presupponevano una "auf zwei Bände geplante Ausgabe", ivi: 76) vengono presentati testi che "weder in einer englischen noch in einer deutschen Ausgabe vorhanden sind" (e questo vale a maggior ragione per il sopraggiunto terzo volume: "Alle Manuskripte dieses Bandes bis auf P 1128 [si tratta di: "Prolegomena to an Apology of Pragmaticism"] sind bisher unpubliziert", Pape, Einleitung a Peirce [1993: 11]), oppure, possiamo aggiungere, pubblicati male come appunto A Survey of Pragmaticism. Per queste ragioni i tre volumi curati da Kloesel e Pape si presentano non come una antologia/traduzione dei Collected Papers, ma come una vera e propria autonoma edizione di una buona parte degli scritti semiotici di Peirce, e costituiscono un ottimo strumento per lo studio del pensiero dello studioso. Pertanto nel presente lavoro citerò non solo dai Collected Papers, ma anche dall'edizione Kloesel/Pape, in particolare, ma non solamente, per quanto riguarda i testi che non mi sembrano presenti nei Collected Papers.

 

 

 

            2. A Survey of Pragmaticism

 

   "Fra il 1905 e il 1907 Peirce lavorò attorno a un progetto di lettera-articolo sul pragmatismo per il direttore di «The Nation». Della lettera, non pubblicata, restano tre stesure successive: le prime due risalgono circa al 1905 e la terza fu scritta fra il 1906 e il 1907 (vi si accenna a un libro di F. C. Schiller, Studies in Humanism, pubblicato appunto nel 1907: vedi 5.494)", così i curatori dell'antologia italiana, Peirce [1980: 275]. Appunto quest'ultima stesura costituisce la sezione nei Collected Papers intitolata A Survey of Pragmaticism. La questione è dal punto di vista filologico molto più complessa di quanto non appaia dai Collected Papers. Dicono Kloesel e Pape, presentando la sezione Der Kern des Pragmatismus. Drei Ansätze zu seiner Begründung (MS 318, 1907) (Peirce [1993: 231-311]): "Das MS 318 ist die längste in diesem Band wiedergegebene Zusammenstellung von unmittelbar verbundenen Manuskriptfragmenten. Sie gliedert sich in drei Auszüge, die drei alternative Versionen ergeben, je nachdem, ob man das I. Fragment mit dem II., III. oder IV. Fragment komplementiert" (ivi: 231). Secondo Kloesel e Pape è questo un caso in cui è possibile "erkennen, wie sehr die Auslassungen seiner Herausgeber, insbesondere der Collected Papers nicht allein das Textbild verändert, sondern den Reichtum der zu einem Zeitpunkt erwogenen Alternativen zerstört und durch eine teilweise widersprüchliche Zuordnung von bis zu 60 Jahre auseinanderliegenden Texten ersetzt haben" (ivi, neretto degli autori).

   Prima di proseguire mi sembra necessario e doveroso fare una precisazione. Sia ben chiaro: le critiche che io muovo ai curatori dei Collected Papers (e penso che questo valga anche per le critiche di Kloesel e Pape) non vogliono assolutamente disconoscere l'enorme lavoro che essi hanno compiuto e per il quale meritano comunque la gratitudine di chiunque voglia accostarsi (e la gratitudine di tutti coloro che - grazie ai CP - si sono potuti accostare) al pensiero di Peirce. Dimenticare ciò sarebbe pura disonestà intellettuale, cosa che avrebbe ben poco a che fare con l'abito scientifico di Charles Sanders Peirce. Il punto - desidero sottolinearlo ancora una volta - è che oggi è necessario andare oltre i CP, più precisamente: è necessario lavorare filologicamente, secondo corretti e coerenti criteri di critica testuale, cercando di recuperare tutto quanto sia possibile di quel tesoro che è il Nachlaß di Peirce. L'edizione di Kloesel e Pape costituisce un contributo notevole, ma c'è ancora moltissima strada da percorrere, moltissimo lavoro da fare. Credo però che Peirce meriti ampiamente questo lavoro, meriti quello stesso ininterrotto impegno, quello stesso rigore scientifico, quella stessa generosità e quella stessa passione che egli è stato in grado di mostrare e praticare, nonostante tutto, sino alla fine della sua vita. Ciò precisato, possiamo proseguire.

   Consideriamo subito un caso esemplare. Si legga il paragrafo 5.481 dei Collected Papers:

 

In the next step of thought, those first logical interpretants stimulate us to various voluntary performances in the inner world. We imagine ourselves in various situations and animated by various motives; and we proceed to trace out the alternative lines of conduct which the conjectures would leave open to us. We are, moreover, led, by the same inward activity, to remark different ways in which our conjectures could be slightly modified. The logical interpretant must, therefore, be in a relatively future tense.

 

   Ora: questo testo costituisce dal punto di vista filologico un vero e proprio assurdo, un ibrido dissennato che nega al lettore la possibilità di seguire il pensiero di Peirce in una fase delicata, fase che, si badi bene, rimane incompiuta (ed è forse questa la ragione che ha spinto i curatori a ricucire il testo arbitrariamente), ma che non per tale ragione deve essere espunta.

   Innanzi tutto: Peirce parla di primi Interpretanti Logici, e di questi interpretanti ha parlato precedentemente in 5.480 ("These ideas are the first logical interpretants of the phenomena that suggest them, and which, as suggesting them, are signs, of which they are the (really conjectural) interpretants"). In 5.481 (1) si parla di una fase successiva (successiva rispetto ai primi interpretanti logici) dello sviluppo del pensiero: non solo sembra che Peirce non riservi alcuna definizione per questa fase successiva, ma, anche e soprattutto, il lettore non comprende perché mai Peirce abbia parlato di primi interpretanti logici, visto che dopo, nel resto di A Survey of Pragmaticism, non si parla di ulteriori (secondi e - conoscendo Peirce - terzi) interpretanti logici. Inoltre, l'ultima proposizione di 5.481 si aggancia in modo poco chiaro a quanto detto in precedenza, ed è strano perché c'è quel "therefore" che sottolinea invece il diretto rapporto con quanto detto precedentemente. Perché l'interpretante logico vive in un tempo relativamente futuro? Forse perché "We are, moreover, led, by the same inward activity, to remark different ways in which our conjectures could be slightly modified"? Vale a dire: è la possibilità di modificare le congetture che fa sì che l'interpretante logico viva in un tempo relativamente futuro? Né, d'altra parte, ciò che segue a partire da 5.482 aiuta a rispondere a queste domande. In realtà, a queste domande il lettore, per quanto dotato di tutta la pazienza che Peirce esplicitamente ("my patient reader") gli chiede, non potrà mai rispondere, e questo perché Peirce non ha mai esposto i concetti di cui stiamo discorrendo nell'ordine in cui essi sono stati collocati dai curatori dei CP. Si tratta di una vera 'deriva' filologica che caratterizza del resto tutto il modo in cui i curatori hanno costruito questa sezione.

 

   Persino di fronte alla consueta pregnanza e ricchezza degli scritti di Peirce, A Survey of Pragmaticism, per restare al titolo che conosciamo, costituisce un unicum. Pertanto l'edizione critica di questo testo mi pare veramente un compito prioritario della 'Peirce-Forschung'. Cercherò nelle pagine seguenti di considerare in modo naturalmente selettivo le linee che caratterizzano il pensiero di Peirce in questa fase tanto complessa e delicata quanto ricca di implicazioni e suscettibile di sviluppi.

 

 

   Punto di partenza è un frammento, che chiamo (α) (per chiarezza e funzionalità mi distacco dal modo in cui Kloesel e Pape hanno chiamato i testi in questione), intitolato "Pragmatism", un frammento di undici pagine numerate da Peirce (da Prag 1 a Prag 11). Questo frammento è stato spezzato dai curatori dei CP (ma i curatori, in questo caso, hanno dichiarato il loro intervento) in due parti: le pagine 1-7 di Peirce corrispondono nei CP a 5.11-5.13; le pagine 7-11 corrispondono a 5.464-5.467.

   A "Pragmatism" si agganciano altri tre testi, che chiamo (β), (γ), (δ), le cui pagine sono numerate (non mi sembra che venga detto esplicitamente da Kloesel e Pape, comunque pare anche qui: numerate da Peirce) come segue: il primo: pp. 12-90, il secondo: pp. 12-47, il terzo: pp. 10-55. In questa sede ci occuperemo di  (β) e (γ) (2).

   (β) e (γ) costituiscono due diverse continuazioni di  (α). Giacché, come informano Kloesel e Pape (Peirce [1993: 232]), "der letzte Halbsatz auf Seite 11" di "Pragmatism" è: "and no actual happening can ever completely...", i due testi successivi cominciano entrambi, ed entrambi con una pagina numerata con la cifra 12, con le parole: "... fill up the meaning of a »would-be«". Di (β)  i curatori dei CP hanno escluso le pp. 12-45, e hanno dato le pagine 46-86 ai paragrafi 5.482-5.496; (γ) è stato  preposto a (β) e dato ai paragrafi 5.468-5.481, ma non completamente: le ultime pagine, in cui Peirce parla degli interpretanti che caratterizzano lo sviluppo del pensiero dopo i primi Interpretanti Logici, sono state escluse, e i curatori hanno ricucito il testo agganciandovi (β) a partire dalla proposizione "The logical interpretant must, therefore, be in a relatively future tense".

   In (α) Peirce si propone di esporre che cosa egli intenda per pragmatismo, che cosa sia il suo pragmatismo (3). È un metodo per accertare i significati dei concetti intellettuali, vale a dire di quei concetti sulla struttura dei quali possono imperniarsi argomenti riguardanti l'oggettività (CP: 5.467; Peirce [1993: 238]). (α) si 'conclude' così:

Intellektuelle Begriffe jedoch - die einzigen Zeichengehalte (signburdens), die korrekterweise »Begriffe« genannt werden - umfassen wesentlich irgendwelche Konsequenzen, die das Verhalten entweder irgendeines bewußten Wesens oder irgendeines unbelebten Objekts betreffen, und vermitteln also nicht nur mehr als irgendein Gefühl, sondern auch mehr als jegliche existentielle Tatsache, nämlich das »würde-Handeln« (would-acts), die »kann-sein-Handlungen« des gewohnheitsmäßigen Verhaltens; und keine Anhäufung tatsächlicher Vorgänge kann jemals vollständig [è appunto la già citata espressione che rimane incompiuta: "and no actual happening can ever completely]... (Peirce [1993: 239], CP: 5.467, qui i curatori dei CP hanno completato il testo agganciandovi (γ). )

 

 

   Kloesel e Pape [1993: 239, nota 1] ci informano che il testo appena citato "ist auf der Seite, MS 318, Prag 11, eingeklebt und in Peirce' Handschrift, jedoch mit dichterer, kleinerer und zittrigerer Schrift geschrieben als das vorhergehende Manuskript und ist vermutlich später verfaßt worden". Vale a dire, è altamente probabile, in base a quei concetti tecnici che nella Textkritik tedesca vengono designati: "Variantenort" e "Variantenart", che si tratti appunto di una Spätkorrektur, più precisamente: di un'aggiunta (Einfügung) posteriore. Importante è che collegandosi appunto con questa Einfügung Peirce scrive (β) che infatti comincia con le parole: "...die Bedeutung eines »würde-seins« ausfüllen", cioè: "fill up the meaning of a »would-be«".

   In (β) Peirce, proprio per sviluppare la questione posta dalla Einfügung (cioè il fatto che i concetti intellettuali veicolano il "würde-Handeln", "would-acts"), riprende, in un lungo passo non riportato dai CP, la sua teoria del segno. Distingue l'oggetto in Oggetto Immediato e Oggetto Reale (4), distingue l'interpretante in Interpretante Emozionale, Interpretante Energetico, Interpretante Logico; egli dice che in corrispondenza dell'oggetto

 

gibt es im Zeichen etwas, das es in seiner bedeutsamen Funktion für den Interpreten bestimmt. Ich nenne dies den »Interpretanten« des Zeichens. In allen Fällen schlißt er Empfindungen ein; denn es muß zumindest ein Empfinden dafür geben, ob die Bedeutung eines Zeichens verstanden wurde. Wenn er mehr als eine bloße Empfindung umfaßt, so muß es [das Zeichen] eine Art von Anstrengung wachrufen. Er kann noch darüber hinaus etwas enthalten, das wir zunächst vielleicht vage »Denken« nennen können. Ich bezeichne diese drei Arten von Interpretanten als den »emotionalen«, »energetischen« und den »logischen« Interpretanten. (Peirce [1993: 252])

 

   Infine Peirce propone una definizione unitaria del segno:

 

Ich bin jetzt so weit, den Versuch einer Zeichendefinition riskieren zu können, da für die wissenschaftliche Forschung wie für andere Unternehmungen auch die Maxime gilt: Wer nicht wagt, der nicht gewinnt. Ich sage also, daß alles, unabhängig von seiner Seinsweise, ein Zeichen ist, was zwischen einem Objekt und einem Interpretanten vermittelt, da das Zeichen sowohl durch das Objekt relativ zum Interpretanten bestimmt ist als auch den Interpretanten in Bezug zum Objekt derart bestimmt, daß es den Interpretanten aufgrund der Vermittlung dieses »Zeichens« durch das Objekt bestimmt sein läßt. (Peirce [1993: 253])

 

   Egli osserva quindi che l'Oggetto e l'Interpretante sono i due correlati del segno, dei quali correlati il primo è l'antecedente, il secondo il conseguente del segno (ivi). Se le cose stanno così, prosegue Peirce, cioè se il segno viene definito "durch diese korrelativen Korrelate", allora dobbiamo sicuramente aspettarci che Oggetto e Interpretante "einander genau entsprechen" (ivi). Ma il rilevamento di tale corrispondenza fra Oggetto e Interpretante ci riserva una grossa sorpresa (ivi: 253-254). Infatti: Oggetto Immediato e Interpretante Emozionale corrispondono, "da sie beide Vorstellungen oder »subjektiv« sind; auch kommen beide allen Zeichen ohne Ausnahme zu"; allo stesso modo corrispondono Oggetto Reale e Interpretante Energetico, "da beide reale Tatsachen oder Dinge sind". E l'Interpretante Logico? Questo interpretante non ha alcuna corrispondenza nell'Oggetto, cioè: all'Interpretante Logico non corrisponde alcuna forma dell'Oggetto. Come mai? In realtà Peirce ha già implicitamente risposto, ora esplicita la sua tesi. La risposta a questa domanda (e a questa sorpresa) sta nella natura differente dell'Oggetto e dell'Interpretante, sta nel fatto, "daß das erstere dem Zeichen vorhergeht, während der letztere auf es folgt", il primo precede il segno, il secondo ne è la conseguenza. Ed è qui che viene la proposizione che i curatori dei CP hanno stranamente collocato alla fine di 5.481: "The logical interpretant must, therefore [si noti come sia chiaro adesso il legame con quanto detto in precedenza], be in a relatively future tense", testo tedesco: "Der logische Interpretant muß deshalb in einer relativ futurischen Zeitform gebildet werden" (Peirce [1993: 254]). E cioè proprio perché all'Interpretante Logico non corrisponde alcun oggetto, esso - Interpretante Logico  - deve essere formato in un tempo relativamente futuro. In altri termini, l'Interpretante Logico deve essere formato in un tempo relativamente futuro proprio perché esso non ha e non può avere, ora, nel presente, corrispondenza nell'oggetto. E vi è di più, un 'di più' di importanza basilare, un 'di più' intorno a cui ruota tutto il pensiero di Peirce, la sua ricerca, il suo sforzo intellettuale in A Survey of Pragmaticism. Rivediamo per un attimo la questione. Peirce ha detto che Oggetto Reale e Interpretante Energetico (che si chiama appunto Interpretante Dinamico in un’altra importante distinzione degli interpretanti, cfr. infra) corrispondono perché sono reali. E questo è chiaro: la realtà, l'Oggetto Reale (Oggetto Dinamico nell’altra distinzione dell’Oggetto) esiste (Peirce lo chiama anche Oggetto Esistente), è certo qualcosa che non potrà mai essere abbracciato nel suo insieme, qualcosa che "nuota nell'indeterminatezza" (Eco [1990: 333]), ma costituisce al tempo stesso il motore della semiosi. E così esiste, è un dato di fatto, lo sforzo, l'Interpretante Energetico, la dinamica attraverso cui l'interprete si confronta con il continuum della realtà. D'altra parte, ha detto Peirce, l'Oggetto Immediato e l'Interpretante Emozionale (che non a caso si chiama Interpretante Immediato nell'altra importante distinzione dei livelli dell'Interpretante) corrispondono perché sono "soggettivi", sono "soggettivi" perché non sono la realtà, né dal punto di vista dell'oggetto né dal punto di vista dell'interpretante, giacché realtà è solo il continuum, l'Oggetto Dinamico, e il dinamico, energetico confronto con esso. Ma Peirce ha detto anche che Oggetto Immediato e Interpretante Emozionale "kommen beide allen Zeichen ohne Ausnahme zu", cioè tutti i segni - senza eccezione - hanno un Oggetto Immediato e un Interpretante Emozionale, in questo senso succede che per tutti i segni si ha la corrispondenza di Oggetto Immediato e Interpretante Emozionale. Che cosa ne deriva? Ne deriva che esistono alcuni segni per i quali, oltre alla corrispondenza di Oggetto Immediato e Interpretante Emozionale e oltre alla corrispondenza di Oggetto Dinamico e Interpretante Energetico, vi è qualcosa di più, vi è un interpretante in più che non ha corrispondenza nell'Oggetto. E quali sono questi segni? Sono i concetti intellettuali, sono "die einzigen Zeichengehalte (signburdens), die korrekterweise »Begriffe« genannt werden", di cui Peirce ha parlato appunto nella aggiunta posteriore che 'conclude' (α).

   E così Peirce con la lucidità che lo contraddistingue è pervenuto a prospettare la spiegazione semiotica di quell'idea che egli aveva aggiunto a posteriori sull'ultima pagina di (α). La spiegazione del fatto che i concetti generali, intellettuali, quei fasci di segni che propriamente chiamiamo concetti, veicolano molto di più di una certa emozione, molto di più di dati di fatto, e cioè veicolano il "Würde-Handeln" ("would-acts"), il futuro (e condizionale) comportamento abituale, sta proprio nella struttura triadica dell'Interpretante, che nella sua ultima fase, la fase dell'Interpretante Logico, va, per così dire, al di là dell'Oggetto sia nella sua forma immediata sia nella sua forma reale (o dinamica), e questo andare al di là si verifica appunto quando l'interpretante è interpretante di concetti intellettuali. A partire da questo momento il discorso di Peirce prosegue in (β) secondo la linea che nei CP va da 5.482 a 5.496, ma senza che preceda la parte costituita dai paragrafi 5.467-5.481.

   Peirce postilla subito (CP: 5.482, Peirce [1993: 254]) che non tutti i segni hanno interpretanti logici, ma solo i concetti intellettuali, concetti generali o intimamente connessi con concetti generali. E questo mostra "that the species of future tense of the logical interpretant is that of the conditional mood, the 'would-be'". Ancora un aggancio, come si vede, alla proposizione incompiuta che 'concludeva' (α).

   Peirce osserva (CP: 5.485, Peirce [1993: 255-256]) che non abbiamo esperienze di semiosi in cui non si abbia una modificazione di coscienza. E dunque, se si assume come ipotesi di lavoro che l'interpretante si pone in modo almeno strettamente analogo ad una modificazione della coscienza, e che l'Interpretante Logico ha la specifica caratteristica di riferirsi a, o di porsi in rapporto con, concetti generali (intellettuali, appunto: concetti che veicolano "would-acts"), allora è necessario trovare dove, in quale ambito possa verificarsi quella modificazione di coscienza che abbia la caratteristica della generalità e che sia dunque la modificazione di coscienza determinata dall'Interpretante Logico. In altri termini: che cosa viene modificato dall'Interpretante Logico? Viene modificato l'Abito, l'Abito è l'essenza dell'Interpretante Logico (CP: 5.486; Peirce [1993: 256-257]). La ricerca scientifica, che è attività, cioè azione, cioè Interpretante Energetico dell'interrogativo che il ricercatore si pone (CP: 5.490, Peirce [1993: 262]), prende la forma di sperimentazione nel mondo interno (CP: 5.491; Peirce [1993: 266]), e la vera e vivente conclusione logica di tale forma di sperimentazione interna è l'abito, cioè è data dal fatto che in determinate condizioni "the interpreter will have formed the habit of acting in a given way whenever he may desire a given kind of result." La formulazione verbale è l'espressione di quest'abito. L'abito è l'Interpretante Logico Finale, e l'abito, in un certo senso, interrompe o, quanto meno, imprime una svolta al processo semiosico, giacché esso può essere, certo, un segno, ma non lo è nello stesso modo in cui è segno quel segno di cui esso è l'Interpretante Logico. Inoltre, l'abito, "conjoined with the motive and the conditions", ha come suo Interpretante Energetico l'azione; ma l'azione non è un Interpretante Logico perché di questo non ha il tratto caratteristico, la generalità (5). E d'altra parte, un concetto, una proposizione, un argomento possono essere un Interpretante Logico, ma non Finale: un concetto è inferiore all'abito esattamente come una definizione verbale è inferiore alla definizione reale.

 

The deliberately formed, self-analyzing habit - self-analyzing because formed by the aid of analysis of the exercises that nourished it - is the living definition, the veritable and final logical interpretant. Consequently, the most perfect account of a concept that words can convey will consist in a description of the habit which that concept is calculated to produce.

(CP: 5.491) (6)

 

   Tale abito può essere descritto solo descrivendo l'azione a cui esso dà luogo (ivi), e questo significa: confrontandosi con l'Interpretante Energetico che è segno dell'abito.

 

   Rivediamo, dunque. L'interprete (o il ricercatore) alla fine della sua ricerca (cioè attraverso pallidi riconoscimenti del problema che si è posto, Interpretante Emozionale, e attraverso lo sforzo intellettuale dell'indagine, Interpretante Energetico) è giunto a formarsi un abito (Interpretante Logico). Tale abito dà luogo ad un'azione (Interpretante Energetico dell'abito). Solo descrivendo tale Interpretante Energetico (diventato, evidentemente, esso stesso un representamen), e cioè solo confrontandosi con esso, è possibile descrivere (e dunque confrontarsi con) l'abito raggiunto dall'interprete, formatosi nel mondo interno dell'interprete.

   Emergono alcune domande: come avviene effettivamente, che cosa è effettivamente questo confronto con l'Interpretante Energetico dell'abito? E poi: Peirce ha parlato di abito nel mondo interno dell'interprete (o del ricercatore): è effettivamente questo abito l'Interpretante Logico Finale? E in caso di risposta affermativa, a che cosa porterà allora il confronto con l'Interpretante Energetico, segno dell'abito? Per chi questo Interpretante Energetico sarà segno dell'abito raggiunto dall'interprete? Per un altro interprete? Per quella comunità di interpreti di cui Peirce stesso parla in altra sede (cfr. infra)? Sono domande che rimangono per il momento aperte. Comunque è chiaro che questo Interpretante Energetico, e la formulazione verbale (e non è forse anche questa un'azione, dunque un Interpretante Energetico?) che è espressione (segno) del mutamento d'abito interno raggiunto dall'interprete, pongono il problema del rapporto fra mondo interno ed esperienza esterna, pongono il problema della coscienza come mediatrice di questo rapporto. E infatti Peirce dice (e qui non è proprio il caso di parafrasare, ma è necessario citare quasi tutto 5.493):

 

 

To my apprehension, consciousness may be defined as that congeries of non-relative predicates, varying greatly in quality and in intensity, which are symptomatic of the interaction of the outer world  - the world of those causes that are exceedingly compulsive upon the modes of consciousness, with general disturbance sometimes amounting to shock, and are acted upon only slightly, and only by a special kind of effort, muscular effort - and of the inner world, apparently derived from the outer, and amenable to direct effort of various kinds with feeble reactions; the interaction of these two worlds chiefly consisting of a direct action of the outer world upon the inner and an indirect action of the inner world upon the outer through the operation of habits. If this be a correct account of consciousness, i.e., of the congeries of feelings, it seems to me that it exercises a real function in self-control, since without it, or at least without that of which it is symptomatic, the resolves and exercises of the inner world could not affect the real determinations and habits of the outer world. I say that these belong to the outer world because they are not mere fantasies but are real agencies. (7)

 

 

   Ho citato con larghezza perché qui il discorso di Peirce in (β), per quanto ci interessa, si conclude. Nei paragrafi successivi e conclusivi di (β) (CP: 5.494-5.496) Peirce, che ritiene di aver appena tracciato le linee del suo pragmatismo, passa ad occuparsi velocemente di altri pragmatismi, come quelli di James e Schiller.

 

   Fin qui, dunque, sinteticamente, le linee di (β). Ora: Peirce ha continuato (α) in un secondo testo, appunto (γ), giacché (γ) comincia, e ancora una volta ad una pagina numerata con 12, con le stesse parole con le quali comincia (β), parole che completano una seconda volta la proposizione incompiuta aggiunta a posteriori sull'ultima pagina (pagina 11) di (α). Kloesel e Pape non ci dicono, così mi pare, se criteri critico-testuali, come per es. l'inchiostro usato da Peirce, il materiale cartaceo, le caratteristiche della grafia, ecc., ci permettano di stabilire con una certa sicurezza che (γ) è stato scritto dopo (β). Comunque sembra che nel Nachlaß di Peirce i tre testi si presentino nell'ordine secondo cui li stiamo discutendo (e nell'ordine in cui sono stati pubblicati da Kloesel e Pape), e cioè: (α) (β) (γ) (8). E mi sembra che anche dal punto di vista contenutistico, come cercherò di mostrare, (γ) venga dopo (β), e rimane incompiuto.

 

   Dunque in (γ) Peirce  riconsidera la questione dei concetti intellettuali. Dopo aver riproposto sinteticamente la struttura relazionale del segno (CP: 5.473, Peirce [1993: 279-280]) - e dunque si noti: in (γ) si ripete precisamente lo stesso movimento di pensiero presente in (β): Peirce cerca la spiegazione delle caratteristiche dei concetti intellettuali nella struttura del segno e nella natura degli interpretanti - e dopo aver altrettanto rapidamente parlato delle differenze fra Mondo Interno e Mondo Esterno (9), egli dice (CP: 5.475; Peirce [1993: 282]) che il problema di cosa sia il significato di un concetto intellettuale può essere risolto solo con lo studio degli interpretanti del segno, ovvero degli effetti propriamente veicolati dai segni. Pertanto ripropone la differenza fra Interpretante Emozionale e Interpretante Energetico, essendo il primo un sentimento che interpretiamo come prova che abbiamo compreso il senso del segno (prova di verità, tuttavia, non molto probante), ed il secondo uno sforzo muscolare, molto spesso uno sforzo mentale, una pressione sul Mondo Interno. Ribadisce che l'Interpretante Energetico non può essere il significato di un concetto, giacché il concetto - essendo di natura generale - non può avere come significato un atto singolo come l'Interpretante Energetico (CP: 5.475; Peirce [1993: 282-283]). E giunge così (CP: 5.476; Peirce [1993: 283]) al terzo interpretante, l'Interpretante Logico: tale Interpretante Logico può essere un pensiero, ma in tal caso non è l'ultimo Interpretante Logico; l'ultimo è un mutamento d'abito (10). Tra gli eventi che producono l'abito non vi sono solo gli atti della mente, ma anche esperienze imposte ad essa, come per esempio la sorpresa, e tuttavia nessun abito può essere creato attraverso esperienze involontarie (CP: 5.478; Peirce [1993: 285]). Cioè: nessun abito può essere determinato dalla sorpresa. Facciamo un esempio: se un lettore che si aspetta l'intreccio tradizionale, legge un romanzo come Ulysses, ha sicuramente una forte sorpresa; tale sorpresa può certo costituire un punto di partenza, ma non può determinare da sola l'acquisizione di un abito.

   Inoltre (CP: 5.479; Peirce [1993: 285]) un evento che provoca uno sforzo muscolare può determinare un mutamento d'abito, ma nessun concetto può essere acquisito solo per pratica muscolare: il concetto viene acquisito grazie agli sforzi interiori, grazie agli atti di immaginazione (cioè grazie ad un Interpretante Energetico che si caratterizza come sforzo intellettuale).

   A questo punto comincia la riflessione 'conclusiva' di (γ), in buona parte non presente nei CP.

   Peirce dice che ogni concetto, ogni proposizione generale della scienza "kam zuerst als Vermutung zu uns" (Peirce [1993: 287]; CP: 5.480). Tali idee, che sono appunto Vermutungen, congetture, costituiscono i primi Interpretanti Logici di quei concetti. In un secondo momento (CP: 5.481; Peirce [1993: ivi]) (dunque: il momento successivo ai primi Interpretanti Logici) queste idee/congetture, questi primi interpretanti ci stimolano a varie iniziative volontarie nel mondo interno: noi tracciamo le linee alternative di condotta che le congetture lasciano aperte. Vale a dire noi prendiamo posizione nei confronti di quelle congetture, e così facendo interveniamo su di esse, le definiamo con maggiore accuratezza, cogliamo i modi in cui esse potrebbero essere modificate. Questi nostri interventi costituiscono i secondi Interpretanti Logici Inferiori ("So gelangen wir dahin, daß wir unsere Vermutungen sorgfältiger definieren, was man auch den niederen zweiten logischen Interpretanten nennen könnte" (Peirce [1993: 288]). Ora, finché le congetture rimangono non modificate, esse costituiscono dei limiti, delle restrizioni. Modificarle è indispensabile per giungere ad un terzo momento dell'attività del pensiero: il momento in cui individuiamo precise relazioni fra le congetture modificate, il momento in cui generalizziamo, in cui giungiamo ad astrazioni. È questo il momento dei secondi Interpretanti logici Superiori (11). Questi interpretanti si configurano come significato del segno e, in quanto significato, questi interpretanti costituiscono delle "Gewohnheiten des inneren oder imaginierten Handelns", cioè sono abiti nel mondo interno dell'interprete. Senza dimenticare che tali abiti sono prodotti "durch die innere Übung", ma diventano effettivi "in äußeren Handlungen" (ivi).

   Questi interpretanti non esauriscono "das Wirken" dell'intelligenza. Vi è un terzo Interpretante Logico, che, dice Peirce, si risolve "unter dem Mikroskop der Analyse in drei von dieser Art". Questo terzo interpretante (o terzi interpretanti) emerge quando dalla riflessione interna si passa all'esperienza esterna. Evidentemente questa esperienza esterna (la "so zustandegekommene Erfahrung") non è mai puramente esterna, ma si ricollega all'esperienza interna, essa cioè partecipa del carattere dell'esperienza interna. D'altra parte, l'esperienza interna di rado è puramente passiva, essa viene risvegliata dalla volontà. Invece l'esperienza esterna non è così dipendente dalla volontà: ad essa si può aspirare, ed essa può essere raggiunta per mezzo di uno sforzo, meditato, autocontrollato, finalizzato, muscolare. Tale realizzazione si configura come un esperimento, o almeno un quasi-esperimento, se è consentito coniare questa parola per indicare il fatto che il..., e qui il manoscritto si interrompe (12).

 

   Peirce ha lasciato il testo incompiuto e, che io sappia, non è più tornato su questa problematica (13). Tuttavia le sue osservazioni, a torto escluse dai curatori dei Collected Papers, mi sembrano di estremo interesse. Per ora osservo: in (β) Peirce poneva il problema del rapporto fra Mondo Interno e Mondo Esterno, e diceva che la coscienza esercita una funzione di autocontrollo indispensabile affinché gli abiti possano esercitare una azione indiretta del Mondo Interno sul Mondo Esterno. In (γ) Peirce accenna all'inizio a questo problema, e poi lo affronta nuovamente inquadrandolo nella serie di Interpretanti Logici che ha appena enucleato. Mi sembra dunque abbastanza evidente che (γ) costituisce in effetti uno sviluppo, incompiuto, di (β).

 

 

 

            3. Sulla teoria degli Interpretanti

 

 

   Nel 1908, in una parziale stesura di una lettera a Victoria Welby (CP: 8.343) (14) troviamo la seguente formulazione del modello di segno:

 

I define a Sign as anything which on the one hand is so determined by an Object and on the other hand so determines an idea in a person's mind, that this latter determination, which I term the Interpretant of the sign, is thereby mediately determined by that Object. A sign, therefore, has a triadic relation to its Object and to its Interpretant. But it is necessary to distinguish the Immediate Object, or the Object as the Sign represents it, from the Dynamical Object, or really efficient but not immediately present Object. It is likewise requisite to distinguish the Immediate Interpretant, i.e. the Interpretant represented or signified in the Sign, from the Dynamic Interpretant, or effect actually produced on the mind by the Sign; and both of these from the Normal Interpretant, or effect that would be produced on the mind by the Sign after sufficient development of thought.

 

 

   Sia in questo testo, sia in uno schema a proposito delle "Unterteilungen der Zeichen" (MS 806, 12. 7. 1908, Peirce [1993: 341-342]), la tripartizione è quella di immediato, dinamico, finale (nelle "Unterteilungen": finale, nella lettera a Welby: normale).

 

   Questa è appunto l'altra importante distinzione degli interpretanti cui ho accennato precedentemente.

   Che rapporto esiste fra la triade emozionale, energetico, logico e la triade immediato, dinamico, finale?

 

    Per cercare di rispondere a questa domanda mi sembra necessario riconsiderare diacronicamente la riflessione di Peirce sull’interpretante. Naturalmente non mi propongo qui di tracciare la storia completa dell’Interpretante, cosa che richiede un lavoro articolato e a sé stante. Mi propongo piuttosto di fissare alcuni punti, alcune tappe dell’Interpretante.

 

   Dobbiamo risalire, così mi sembra, al 1903, anno in cui esce What is Meaning di Victoria Welby. In "Entwurf zur Ersten Lowell-Vorlesung" ([Peirce [1990: 88-89]) Peirce scrive:

 

 

Unter dem Titel What is Meaning? ist kürzlich ein kleines Buch von Victoria Lady Welby erschienen. Das Buch hat mehrere bedeutende Vorzüge, darunter den, daß es zeigt, daß es drei Arten von Bedeutung gibt. Doch seine beste Eigenschaft ist, daß es die Frage »Was ist Bedeutung?« eingehend untersucht. Ein Wort hat für uns insoweit Bedeutung, als wir fähig sind, damit unser Wissen anderen mitteilen zu können und dadurch das Wissen aufzunehmen, das die anderen uns mitzuteilen versuchen. Dies ist der niedrigste Bedeutngsgrad. Vollständiger ist die Bedeutung eines Wortes als die Gesamtheit aller konditionalen Voraussagen, für welche die dieses Wort verwendende Person sich verantwortlich zu machen beabsichtigt oder die sie zu leugnen beabsichtigt. Diese bewußte oder quasi-bewußte Absicht im Gebrauch des Wortes ist der zweite Bedeutungsgrad. Doch gibt es, über die Folgen hinaus, zu denen sich eine Person verpflichtet, die ein Wort wissentlich akzeptiert, ein unüberschaubares Meer unvorhergesehener Folgen, welche das Akzeptieren des Wortes zu verursachen bestimmt ist, nicht allein Folgen für das Wissen, sondern vielleicht sogar Revolutionen der Gesellschaft. Man kann nicht sagen, wie groß die Kraft ist, die vielleicht in einem Wort oder kurzen Satz liegt, das Angesicht der Welt zu verändern, doch bildet die Summe dieser Folgen den dritten Bedeutungsgrad.

 

 

   Il richiamo ai "three orders of signification" è presente, in modo più limpido ed essenziale, in una recensione di Peirce al libro di Lady Welby, apparsa in "The Nation" il 15 ottobre 1903 (ricavo la citazione da Walther [1983: 60]):

 

[…] to understand a word or a formula may in the first place, consist in such familiarity with it as will enable one to apply it correctly; or secondly, may consist in an abstract analysis of the conception or understanding of its intellectual relations to other concepts; or thirdly, may consist in a knowledge of the possible phenomenal and practical upshot of the assertion of the concept.

 

 

   Occorre ora riferirsi al saggio Some Consequences of Four Incapacities (1868, CP: 5.264-5.317). Il nucleo del saggio è che si conosce non per intuizione ma mediante cognizioni che sono determinate da cognizioni precedenti. I pensieri sono segni, la conoscenza si fonda sui segni ed è caratterizzata dall'inferenza. Le modalità del conoscere sono (cfr. CP: 5.291-5.297):  sensazione ed emozione (sensation, feeling), attenzione (the power of abstraction or attention); inoltre "Attention produces effects upon the nervous system. These effect are habits, or nervous associations" (CP: 5.297).

 

   Peirce sviluppa la teoria dell'abito nella serie di saggi pubblicati su "Popular Science Monthly" nel 1877 (15), in particolare in How to Make Our Ideas Clear (16). Il processo cognitivo si muove dal dubbio (doubt) alla credenza (belief), all'abito. La credenza è centrale e le sue proprietà sono: "First, it is something that we are aware of; second, it appeases the irritation of doubt; and, third, it involves the establishment in our nature of a rule of action, or, say for short, a habit" (CP: 5. 397).

   Come osserva Proni [1990: 143], svilluppando la teoria dell'abito (che da un'associazione nervosa è diventato lo "sbocco finale del pensiero") Peirce "si rende conto della convergenza tra la nozione di abito e quella di significato". Che il significato avesse una "caratteristica dinamica e virtuale" (Proni: ivi) era già chiaro in Some Consequences of Four Incapacities; ora tale caratteristica viene collegata al concetto di abito, abito d'azione:

 

[...] the whole function of thought is to produce habits of action; and that whatever there is connected with a thought, but irrelevant to its purpose, is an accretion to it, but no part of it. If there be a unity among our sensations which has no reference to how we shall act on a given occasion, as when we listen to a piece of music, why we do not call that thinking. To develop its meaning, we have, therefore, simply to determine what habits it produces, for what a thing means is simply what habits it involves. (CP: 5.400)

 

   "Da questa identificazione di significato e abito d'azione nasce il pragmatismo." (Proni [1990: 143])

 

   Nella recensione al libro di Lady Welby, come abbiamo visto, Peirce dice che il secondo grado del significato "may consist in an abstract analysis of the conception or understanding of its intellectual relations to other concepts". L'attenzione è appunto the power of abstraction: dunque, sembra che l'attenzione possa essere collegata soprattutto con il secondo grado del significato. D'altra parte, il primo grado consiste "in such familiarity with it as will enable one to apply it correctly", e questo può essere accostato al feeling; il terzo grado consiste "in a knowledge of the possible phenomenal and practical upshot of the assertion of the concept", e questo può essere accostato al concetto di abitudine (habit), così come Peirce lo ha sviluppato nei saggi del 1877. E infatti nel 1904 (MS 693, Peirce [1990: 178]) Peirce scrive: "Nun ist ein Gedanke, wie beispielsweise die Bedeutung eines Wortes, offensichtlich von der Natur einer Gewohnheit. Tatsächlich können wir eine Bedeutung (meaning) als eine mögliche Gewohnheit definieren, die bestimmt, wie ein allgemeines Zeichen zu verwenden ist".

 

 

Sicché abbiamo il seguente schema:

 

 

familiarity with it as will enable one to apply sensation               

it correctly

                                                                                   feeling

 

 

 

an abstract analysis of the conception

or understanding of its intellectual relations

to other concepts

 

                                                                       the power of abstraction or attention

 

 

 

a knowledge of the possible

phenomenal and practical upshot of the assertion

of the concept

 

                                                                                   habit

 

 

 

   Peirce insomma applica la triade feeling, power of abstraction (or attention), habit ai tre gradi del significato di Welby: sulla base di tale applicazione si sviluppa la teoria peirceana dei tre interpretanti.

 

   Il 30 agosto 1906 (nel "Logiches Notizbuch", Peirce [1993: 220]), Peirce scrive che i tre interpretanti potrebbero essere chiamati: "der Impressionale Interpretant, der Tatsächliche Interpretant, der Gewohnheitsmäßige Interpretant".

  

   Il 31 agosto Peirce scrive: "Der letzte Interpretant könnte vielleicht [»]eventueller Interpretant[«] genannt werden. Das Zeichen hat als eventuellen Interpretanten:

ein Gefühl eine Tatsache (wie der Beginn einer Überraschung) eine Gewohnheit (intellektuelles Zeichen)" (ivi: 222).

 

   Il 21 ottobre ritroviamo la terminologia usuale: l’Interpretante Immediato è "das, was notwendigerweise hervorgebracht wird, wenn das Zeichen ein solches sein will"; l’Interpretante Dinamico è “ein tatsächliches Ereignis, das tatsächlich aus dem Einfluß des Zeichens resultiert"; l’Interpretante Finale è “die Gewohnheit, in deren Hervorbringung sich die Funktion des Zeichens erschöpft" (ivi: 224).

 

   Il 23 ottobre Peirce scrive (ivi: 224-225):

 

Der Unmittelbare Interpretant ist die unmittelbar relevante, mögliche Wirkung in ihrer unanalysierten, elementaren Ganzheit. Im Falle eines Zeichens, das von einem Geist interpretiert wird, ist er jene Idee (in einem stark erweiterten Sinne), die erfaßt werden muß, damit das Zeichen seine Funktion überhaupt erfüllen kann, wobei diese Idee vollständig und unanalysiert gegenwärtig ist. Er kann eine Gefühlsqualität sein, die mehr oder minder vage ist, oder die Vorstellung einer Anstrengung oder Erfahrung oder eines durch die Stimmung einer früheren Erfahrung wachgerufenen Erlebnisses, und er kann die Vorstellung einer Form sein oder von irgend etwas, das ein allgemeiner Typ ist. Der Dynamische Interpretant ist die tatsächliche Wirkung, die in einem gegebenen Interpreten bei einem gegebenen Anlaß bei einer gegebenen Phase seiner Erwägung des Zeichens erzeugt wird. Dieser kann wiederum 1. ein Gefühl, 2. eine Handlung und 3. eine Gewohnheit sein.

 

   Il 31 agosto, come abbiamo visto, Peirce aveva scritto che il segno può avere come terzo interpretante (che egli in quell’occasione chiamava „Interpretante Eventuale“) “ein Gefühl, eine Tatsache, eine Gewohnheit”. Questi tre possibili modi di essere non si limitano all'ultimo interpretante. Infatti alla luce delle note del 23 ottobre è possibile affermare che almeno l'Interpretante Dinamico si suddivide in emozione, azione, abitudine; per quanto riguarda l'Interpretante Immediato, la traduzione tedesca appare ambigua. "Dieser [l'Interpretante Dinamico] kann wiederum 1. ein Gefühl, 2. eine Handlung, 3. eine Gewohnheit sein". Orbene: "Wiederum" ha un doppio significato: 1. "di nuovo", "nuovamente", "ancora (una volta)"; 2. "d'altra parte", d'altro canto", "invece". Dunque Peirce potrebbe aver scritto: 1. "Questo [l'Interpretante Dinamico] può essere di nuovo, ancora una volta [rispetto all'Interpretante Immediato, dopo l'Interpretante Immediato] un sentimento, un'azione, un'abitudine", oppure: 2. "Per quanto riguarda l'Interpretante Dinamico [Da parte sua, l'Interpretante Dinamico; invece per quanto riguarda l'Interpretante Dinamico], esso può essere un sentimento, un'azione, un'abitudine." Ho  controllato il testo del manoscritto 339 e non vi sono dubbi: Peirce scrive limpidamente che l'Interpretante Dinamico "again may be...". E del resto, considerando il passo nel suo insieme, si nota che Peirce non avrebbe potuto scrivere altro che "again". Infatti: il "Gefühl", la "Handlung" e la "Gewohnheit" dell'Interpretante Dinamico corrispondono rispettivamente alla "Gefühlsqualität", alla "Vorstellung einer Anstrengung oder Erfahrung" e alla "Vorstellung" di una forma o di un qualcosa che è ein allgemeiner Typ dell'Interpretante Immediato. In effetti l'Interpretante Dinamico presenta la struttura dell'Interpretante Immediato, ma sul piano fondamentale della tatsächliche Wirkung del segno.

 

   Allora: nel 1906, in quel grande "Prozeß der Begriffsbildung" che è rappresentato dal "Logisches Notizbuch" (17), Peirce intravede la possibilità che emozione (feeling, Gefühl), attenzione (che si specifica come Handlung), abitudine (habit) si collochino all'interno dei tre interpretanti, possano cioè costituire tre aspetti di ciascuno dei tre interpretanti. Ed è su questa base che si può comprendere come mai in A Survey of Pragmaticism i tre interpretanti si presentino come Interpretante Emozionale, Interpretante Energetico, Interpretante Logico: egli si concentra qui sugli aspetti del Gefühl, della Handlung e della Gewohnheit, che sembrano caratterizzare rispettivamente l'Interpretante Immediato, l'Interpretante Dinamico, l'Interpretante Finale, senza tuttavia che in ciascuno dei tre interpretanti sia esclusa la presenza degli altri due aspetti (Handlung e Gewohnheit, per l'Interpretante Immediato, Gefühl e Gewohnheit, per l'Interpretante Dinamico, Gefühl e Handlung per l'Interpretante Finale).

   Sembra dunque cogliere nel segno l'ipotesi dei curatori dell'antologia italiana (Peirce [1980: 290-291, nota 8]), secondo cui la tripartizione fondamentale è quella costituita da Interpretante Immediato, Interpretante Dinamico, Interpretante Finale, "ma che ognuno di questi tre momenti" è "a sua volta scomponibile o analizzabile in tre aspetti o fasi (secondo del resto l'universalità di applicazionre delle tre categorie di Primità, Secondità, Terzità nel pensiero di Peirce)", appunto i tre aspetti costituiti dalla triade emozionale, energetico, logico.

 

 

 

            4. Il modello di segno

 

 

   È necessario ora ricapitolare le caratteristiche basilari del modello peirceano di segno.

 

  La struttura del segno è triadica, essa si fonda sulla relazione fra Oggetto, Representamen, Interpretante (18):

 

A sign, or representamen, is something which stands to somebody for something in some respect or capacity. It addresses somebody, that is, creates in the mind of that person an equivalent sign, or perhaps a more developed sign. That sign which it creates I call the interpretant of the first sign. The sign stands for something, its object. It stands for that object, not in all respects, but in reference to a sort of idea, which I have sometimes called the ground of the representamen. (CP: 2.228)

 

 

   La realtà (la Secondità) costituisce un continuum che esiste, ma che noi possiamo conoscere solo predicandone alcune qualità (la Primità), e cioè vagliandola, segmentandola, organizzandola come contenuto. La realtà, e cioè l'Oggetto Dinamico, è, certo, il motore della semiosi, ma semiosi si ha solo quando l'Interpretante (la Terzità), grazie alla rappresentazione (grazie al Representamen), predica alcune qualità, cioè organizza come contenuto, ground, alcuni aspetti dell'Oggetto Dinamico, ed enuclea così l'Oggetto Immediato.

   Mediante i segni conosciamo la realtà, e mediante i segni possiamo incidere, anche se forse solo lievemente, sulla realtà. Ed è, quest'ultimo, un punto molto importante, perché non si tratta solo di una soggettiva, libera, conoscenza della realtà; si tratta poi di, per così dire, ritornare alla realtà, in modo pubblico e controllabile (Miceli [1982: 606]), cercando di incidere su di essa, di trasformarla. Insomma: si tratta di uno scopo da raggiungere (Peirce è esplicito e inequivocabile: lo sforzo è meditato, autocontrollato, finalizzato). Non è lecito trascurare questo punto, se non si vuole fraintendere o banalizzare il processo semiosico secondo Peirce. Da una parte la realtà è ciò che a noi sembra (19), vale a dire noi possiamo confrontarci con la realtà solo attraverso il modo in cui la realtà a noi appare, attraverso le qualità che di essa possiamo predicare, attraverso il ground che focalizziamo; dall'altra parte la realtà esiste, e da un lato essa condiziona il processo semiosico, dall'altro lato su di essa, realtà esistente, è possibile intervenire, un intervento problematico e aperto, un intervento che implica un 'futuro-condizionale'.

   E allora: l'Oggetto, come continuum della realtà, cioè come Oggetto Dinamico, realmente esistente, viene conosciuto attraverso il Representamen da un altro segno chiamato Interpretante, il quale (sempre attraverso il, e grazie al, Representamen) segmenta, rende pertinenti da un determinato punto di vista alcuni aspetti dell'Oggetto Dinamico, cioè disegna l'Oggetto Immediato, che è il contenuto del segno.

   Tale disegno ha tre tappe, che possono essere considerate da due punti di vista.

 

PRIMO PUNTO DI VISTA:

Interpretante Immediato: corrisponde all'Oggetto Immediato, è il segno correttamente inteso;

Interpretante Dinamico: corrisponde all'Oggetto Dinamico, è il reale e dinamico effetto del segno;

Interpretante Logico (Peirce lo chiama finale, normale, razionale nelle precedenti distinzioni): è la logica conclusione del segno, il valore del segno, in particolare del segno intellettuale, del concetto generale, e si realizza come mutamento di abito nel mondo interno dell'interprete.

 

SECONDO PUNTO DI VISTA:

Interpretante Emozionale: è il primo modo in cui si coglie il segno, cioè mediante un'emozione, un sentimento ("Vorstellung" soggettiva);

Interpretante Energetico: è lo stadio successivo, che implica uno sforzo muscolare, spesso intellettuale, un'azione, una pressione sul mondo interno dell'interprete (sforzo che è dato di fatto reale, come l'Oggetto Dinamico/Reale/Esistente);

Interpretante Logico: è, come prima, la 'conclusione' del processo, in forma di acquisizione di un abito (meglio: di cambiamento d'abito).

 

   Da una parte gli elementi del secondo punto di vista tendono a corrispondere a quelli del primo. Dall'altra parte sembra che gli elementi del secondo punto di vista si collochino all'interno di ciascuno degli elementi del primo punto di vista. Giacché: l'Interpretante Immediato può senza dubbio implicare il momento emozionale, cioè la sensazione di aver riconosciuto il segno ("Gefühlsqualität"); il momento energetico, cioè lo sforzo che porta alla comprensione del segno ("Vorstellung einer Anstrengung"); e il momento logico, cioè la consapevolezza di aver concluso questo primo processo, il mutamento d'abito ("Vorstellung einer Form oder von irgend etwas, das ein allgemeiner Typ ist"). D'altra parte, l'Interpretante Dinamico, ciò che effettivamente il segno determina, a sua volta implica (e questo Peirce lo scrive esplicitamente nel "Logisches Notizbuch") il sentimento, l'azione, l'abitudine. E anche l'Interpretante Logico, come vedremo, implica l'emozione, l'azione, l'abitudine.

   Come già si è accennato, possiamo  dire così: all'interno dell'Interpretante Immediato prevale (e di qui la possibilità di quasi-coincidenza) l'emozione (la sensazione); all'interno dell'Interpretante Dinamico prevale (e anche vi è qui la possibilità di quasi-coincidenza) l'azione; all'interno dell'Interpretante Logico prevale (come per i primi due) l'abitudine (il mutamento d'abito).

 

   Il terzo interpretante emerge con urgenza quando abbiamo a che fare con concetti intellettuali, generali o intimamente connessi con concetti generali, e si distingue a sua volta in tre momenti:

il Primo Interpretante Logico: ripropone il momento dell'Interpretante Immediato/Emozionale, in quanto è un primo riconoscimento (e dunque ancora sul piano emozionale) del concetto in forma di congetture le quali costituiscono appunto gli interpretanti (i primi) del concetto;

il Secondo Interpretante Logico Inferiore: ripropone il momento dell'Interpretante Dinamico/Energetico, dell'azione, dello sforzo intellettuale, della pressione sul mondo interno, in quanto l'interprete si confronta con quelle congetture, stabilisce le linee di condotta che quelle congetture lasciano aperte, modifica quelle congetture;

il Secondo Interpretante Logico Superiore: ripropone il momento dell'Interpretante Logico, in quanto l'interprete giunge al significato del concetto, significato che, come Peirce dice, è un mutamento d'abito nel mondo interno dell'interprete.

 

   Dunque: il Primo Interpretante Logico, il Secondo Interpretante Logico Inferiore, il Secondo Interpretante Logico Superiore ripropongono la sequenza di Gefühl, Handlung, Gewohnheit (20).

 

   A questo punto abbiamo la fase più delicata: il rapporto fra esperienza interna ed esperienza esterna, fra il Mondo Interno dell'interprete e il Mondo Esterno.

 

   Il mutamento d'abito nel Mondo Interno dell'interprete, mutamento d'abito che è qualcosa di autoanalizzantesi ("self-analyzing"), in quanto è frutto "of analysis of the exercises that nourished it", cioè è frutto di sforzo oltre che di emozione, di confronto dinamico con le congetture oltre che di immediato riconoscimento delle congetture, ebbene questo mutamento d'abito incide effettivamente (anche se indirettamente) sull'esperienza esterna nel momento in cui l'interprete dà luogo a quelli che Peirce chiama "esperimenti" o "quasi‑esperimenti". Attraverso questi "esperimenti" e/o "quasi‑esperimenti" l'interprete può 'raggiungere' il Mondo Esterno.

   Che cosa sono questi "esperimenti" o "quasi‑esperimenti"? Proviamo a fare qualche esempio. Essi possono essere naturalmente esperimenti in un laboratorio; ma possono anche essere per es. la scrittura di un saggio sul problema che il ricercatore ha affrontato e sul quale è giunto, nel mondo interno, ad un mutamento d'abito; possono essere la scrittura di una lettera ad un altro ricercatore, o il colloquio con un altro ricercatore sul problema in questione; possono essere l'immettersi nella "autostrada dei dati" (Internet) alla ricerca di interlocutori con i quali scambiare le idee. Un "quasi-esperimento" potrebbe essere la scrittura e la pubblicazione di un romanzo oppure la ricezione di un romanzo, la scrittura e la pubblicazione di un saggio su un romanzo. Insomma: i "quasi-esperimenti" possono essere la comunicazione, nel senso più ampio del termine. Forse meglio direi così: la comunicazione dei concetti generali o dei concetti strettamente connessi con i concetti generali sembra potersi configurare in termini peirceani come un "quasi-esperimento". Ed è importante perché, come abbiamo visto, gli abiti raggiunti nel mondo interno vengono prodotti grazie all'esercizio e allo sforzo interiori, ma diventano effettivi grazie all'azione, diventano effettivi nell'azione proiettata verso l'esperienza esterna. E la comunicazione, che è azione, cioè Interpretante Energetico dell'abito, si proietta sull'esperienza esterna e implica l'idea dello scopo (lo sforzo è finalizzato, dice Peirce con chiarezza).

   Ha sottolineato Eco [1990: 333-334] che da una parte ogni giudizio "è congetturale e in questo universo 'invaso dai segni' è comprensibile (per quanto strano) che 'un segno debba lasciare al proprio interprete di dotarlo di una parte del suo significato' (CP: 5.499)"; dall'altra parte "l'idea di significato di Peirce è tale da implicare qualche riferimento a uno scopo (CP: 5.166)", cosa, del resto, "abbastanza naturale per un pragmaticista". Ora, proprio in base alla massima pragmatica secondo cui "il significato di qualsiasi proposizione non è costituito da niente altro che dai possibili effetti pratici implicati dall'asserzione, qualora la proposizione sia vera" (Eco [1990: 335-336]), non è possibile che il processo semiosico si arresti all'Interpretante Logico nel Mondo Interno dell'interprete. Ecco perché Peirce dice che i secondi Interpretanti Logici superiori non esauriscono, non concludono ("vollenden", nel testo tedesco) "das Wirken der Intelligenz": l'Interpretante Logico (il secondo superiore) raggiunto, realizzato, dall'interprete nel Mondo Interno non può essere l'ultimo, non può essere il Finale, è Logico, sì, ma non Finale (e mi sembra che questo sviluppo del pensiero di Peirce confermi che (γ) è stato scritto dopo (β)). Vale a dire: deve seguire il rapporto fra Mondo Interno e Mondo Esterno, deve seguire la indiretta influenza che il Mondo Interno esercita sul Mondo Esterno, deve seguire il fatto che quello scopo, finora visto nell'ambito del Mondo Interno dell'interprete, per così dire, si espande al Mondo Esterno, investe l'esperienza esterna, si proietta sulla realtà esterna nell'unico modo in cui ciò è possibile: nel modo di un 'futuro-condizionale'. È questo soprattutto, a me sembra, il momento in cui "l'Oggetto Dinamico che era, e che è assente dall'Oggetto Immediato fantasmatico, per poter essere tradotto nella catena infinita dei suoi interpretanti, sarà o dovrebbe essere" (Eco [1990: 335, corsivo di Eco]). E tale processo si configura appunto come "esperimento" o "quasi-esperimento". Di qui, dunque, il terzo Interpretante Logico che, dice Peirce, "unter dem Mikroskop der Analyse" si distingue "in drei von dieser Art", cioè si realizza a sua volta in tre tappe.

   A proposito del terzo Interpretante Logico mi sembra che si possano formulare due ipotesi. In primo luogo, i tre momenti del terzo Interpretante Logico dovrebbero riproporre i momenti della emozione/sensazione (che prevale nell'Interpretante Immediato), della attenzione/azione (che prevale nell'Interpretante Dinamico), della abitudine ("habit-change", che prevale nell'Interpretante Logico): mi sembra abbastanza evidente, infatti, che questa sequenza costituisce una costante nel pensiero di Peirce. In secondo luogo, il terzo Interpretante Logico, con le sue tre 'facce', con il suo triadico sviluppo, potrebbe costituire l'anello di congiunzione fra la matura riflessione sugli interpretanti e il concetto peirceano di Comunità (21). Si deve a Umberto Eco la vigorosa ripresa di questo concetto: il "riconoscimento di un abito come legge richiede [...] una comunità quale garante intersoggettivo di una nozione di verità non intuitiva, non ingenuamente realistica, quanto, invece, congetturale. Altrimenti non potremmo comprendere come mai, data una serie infinita di rappresentazioni, l'interpretante sia "another representation to which the torch of truth is handled along" (CP: 1.339)" (Eco [1990: 336]). La comunità agisce come una sorta di "principio trascendentale", ma non "nel senso kantiano del termine, poiché non viene prima ma dopo il processo semiosico" (ivi), e dunque l'abito che la comunità riconosce, il significato intersoggettivo su cui la comunità concorda "non è all'origine del processo ma deve essere postulato come un fine possibile e transitorio di ogni processo" (ivi: 337) (22).

 

   Propongo allora quali tappe successive al secondo Interpretante Logico superiore, cioè quali tappe del terzo Interpretante Logico, le seguenti:

 

 1. Il primo momento del terzo Interpretante Logico è il riconoscimento da parte di uno o più interpreti - attraverso il confronto con il representamen costituito dall'Interpretante Energetico - dell'Abito formatosi nel Mondo Interno dell'interprete e proiettato sul Mondo Esterno per mezzo appunto dell'Interpretante Energetico. Questo primo momento ripropone dunque il momento dell'Interpretante Immediato, il momento in cui un interprete (o più interpreti) riconosce come Oggetto Immediato (contenuto del segno) - in modo ancora impreciso, "attuale", "soggettivo", "emozionale", dice Peirce  - l'Abito formatosi nel Mondo Interno del ricercatore;

 

2. Il secondo momento del terzo Interpretante Logico è il confronto (da parte di uno o più interpreti) dinamico ed energetico con l'Interpretante Energetico dell'Abito. Ripropone dunque il momento dell'Interpretante Dinamico (con prevalenza dell'azione, dello sforzo), giacché tale confronto implica lo spostamento, la presa di posizione dialogica, il contributo attivo dell'interprete (o degli interpreti);

 

3. Il terzo momento del terzo Interpretante Logico è lo "habit-change" dell'interprete o degli interpreti che si sono confrontati con l'abito del ricercatore. Ripropone il momento dell'Interpretante Logico (con prevalenza dell'abitudine), in quanto l'interprete o la comunità di interpreti giunge a tale "habit-change" quando riconosce come Finale, come legge (oppure non riconosce come Finale, come legge: anche questa sarebbe una questione molto interessante) l'Abito formatosi nel Mondo Interno del ricercatore e proiettato sull'esperienza esterna (e dunque comunicato) grazie all'Interpretante Energetico. In questo terzo momento prevale l'abitudine, ma tale abitudine assume un valore particolare: giacché essa viene riconosciuta come Finale da un altro interprete o da una comunità di interpreti (ho spesso detto: un interprete o più interpreti, ma in realtà ciò che in prospettiva conta è la comunità, cioè: più interpreti). Abbiamo allora l'accordo degli interpreti: il riconoscimento dell'abito come legge, l'accordo intersoggettivo di una comunità su, come dice Eco, una nozione di verità non intuitiva, non ingenuamente realistica, quanto, invece, congetturale. È qui che si ha la pausa, questa è l'ultima tappa dell'Interpretante Logico, questo è l'Interpretante Finale.

 

    Dunque il ‘triangolo’ semiotico di Peirce dovrebbe essere disegnato nel modo seguente:

 

 

 

 

 

 

 

   Si tratta solo di uno schema (e piuttosto semplificato), che si riferisce ai segni generali, concetti intellettuali. Mantengo i termini basilari di Interpretante Immediato e Interpretante Dinamico: questi due interpretanti mi sembrano rispettivamente caratterizzati soprattutto (ma non unicamente) dall'approccio emozionale e dal confronto energetico. Il terzo preferisco chiamarlo Interpretante Logico, lo habit-change nel Mondo Interno dell'interprete. L'Interpretante Energetico dell'abito, cioè l'azione (l' "esperimento" o il "quasi-esperimento" nel Mondo Esterno), descrivendo la quale è possibile descrivere l'abito, è ciò che effettivamente diventa segno/representamen per un altro interprete, in prospettiva per una comunità di interpreti. Attraverso l'emozione e lo sforzo energetico questo altro interprete (e, ancora una volta, in prospettiva una comunità di interpreti) potrebbe giungere a riconoscere la validità dello habit-change: qui si avrebbe la pausa costituita dall'Interpretante Finale.

 

   La pausa che così si crea è provvisoria, non solo perché, come dice Eco [1990: 336], "lo stesso accordo tra i membri della comunità non può che prendere la forma di una nuova catena di segni", ma anche e soprattutto perché, come molto bene ha scritto Miceli [1982: 610-611],

 

gli stessi abiti e credenze che una società può avere consolidato possono logorarsi e diventare inutili, non orientando più opportunamente in una situazione che muta, in una situazione che gli uomini stessi trasformano con la loro attività mediata da segni. L' *irritazione del dubbio+, infatti, che obbliga il pensiero in riposo a rimettersi in azione, è quella cui la stessa attività quotidiana continuamente induce (CP: 5.394), obbligando il gioco semiosico a radicarsi nella concretezza delle azioni reali. Così l'attività semiosica del pensiero in azione si riconosce orientata dalla prassi stessa, dimostrandosi oltre tutto pur sempre mediata da un contesto di conoscenze e di circostanze che è socialmente determinato, e storico.

 

   Appare dunque chiaro che l'Interpretante Finale (l'abito che una società può avere consolidato) e l'Oggetto Dinamico (il "padre naturale del segno", la realtà storica, sociale e culturale, la conoscenza della quale si costituisce attraverso una serie di Oggetti Immediati, attraverso una dinamica di interpretanti) sono gli elementi scatenanti, ma al tempo stesso regolativi della semiosi illimitata (23).

 

 

 

            5. L’opera aperta secondo il modello di Peirce

 

 

   A conclusione del discorso sin qui fatto vorrei proporre una esemplificazione.

 

   Lo scrittore Morelli, un personaggio del romanzo Rayuela (1963) di Julio Cortázar (per alcuni ragguagli si veda Una especie de proposición abierta), afferma (J. Cortázar, Rayuela. Edición Crítica, Julio Ortega - Saúl Yurkievich Coordinadores, Primera Edición, España: Archivos, CSIC, 1991 (Colección Archivos, n. 16), p. 325):

 

Como todas las criaturas de elección del Occidente, la novela se contenta con un orden cerrado. Resueltamente en contra, buscar [...] la apertura y para eso cortar de raíz toda construcción sistemática de caracteres y situaciones. Método: la ironía, la autocrítica incesante, la incongruencia, la imaginación al servicio de nadie.


 

   Il passo ci dice come Morelli si è posto nei confronti della novela, come i suoi interpretanti hanno 'tradotto', approfondito e arricchito, il rapporto fra il Representamen/novela e l'Oggetto Dinamico ("der Natürliche Vater" del segno, dice Peirce, dunque "der Natürliche Vater" della novela come segno). Il segno è in effetti la relazione triadica fra (a) il Representamen novela, (b) l'Oggetto Dinamico, (c) gli interpretanti di Morelli che 'traducono' in un altro segno il "some respect or capacity" in cui il segno novela sta per l'Oggetto Dinamico. "Interpretation is possible as a continuous development where the former element implies the present one and the present makes a ground for the next step", cioè esiste "an intrinsic continuity of interpretation": così sottolinea giustamente Hanna Buczy½ska-Garewicz [1992: 58]. Ecco perché dobbiamo parlare di continuity of interpretation da parte di Morelli, dobbiamo parlare di interpretanti, non solo dell'Interpretante Immediato, ma anche dell'Interpretante Dinamico, quell'interpretante che, come dice Peirce, "von dem Zeichen in einem Interpretationsfeld bestimmt wird, das außerhalb des Zeichens liegt". Questo processo giunge all'Interpretante Logico, che è disposizione all'azione, abito. L'azione, se ci sarà, è l'Interpretante Energetico dell'abito.

   Il romanzo è un genere narrativo: esso racconta una storia caratterizzata da costruzione sistematica, da coerenza fra inizio, svolgimento e conclusione, fra evoluzione dei personaggi ed evoluzione della situazione. L'interpretazione non può ignorare questo significato e produrne, indipendentemente, un altro: l'interpretazione deve prima di tutto riconoscere correttamente (Interpretante Immediato) questo significato (Oggetto Immediato del representamen novela), e a partire da tale riconoscimento essa può svilupparsi, ampliando e approfondendo il significato, dando luogo a quel processo singolare ("singuläre Handlung", dice Peirce) che è l'Interpretante Dinamico. Ed infatti la construcción sistemática, Oggetto Immediato, diventa, nel processo singolare di Morelli, segno dello orden cerrado. Questo è un processo conoscitivo ("More developed signs bring better cognition", Hanna Buczy½ska-Garewicz [1992: 58]), perché rimane sempre fondamentale la relazione triadica. L' orden cerrado non costituisce un puro significante (come del resto né il representamen novela, né l'Oggetto Immediato, 'tradotto' dall'Interpretante Immediato, construcción sistemática, costituiscono puri significanti: il concetto di puro significante è semplicemente assurdo dal punto di vista del pensiero di Peirce), perché esso ripropone - approfondendola in modo singolare - la relazione fra il representamen e l'Oggetto Dinamico, e quindi contribuisce ad approfondire la conoscenza dell'Oggetto Dinamico: della novela e - attraverso la novela - della cultura occidentale viene selezionato come tratto pertinente il dato della chiusura. Il fatto puramente tecnico-letterario, la sistematicità di costruzione che caratterizza la "novela usual", si amplia ed investe più vasti aspetti culturali; la sistematicità e la chiusura della narrativa si fanno segno di sistematicità e chiusura ideologico-culturale. Il processo cognitivo trova la sua 'pausa' (nel Mondo Interno di Morelli) nell' abito, cioè nella tendenza ad agire in un certo modo: buscar la apertura, cortar de raíz toda construction sistemática de caracteres y situaciones, adoperare il método della ironía, della autocrítica incesante, della incongruencia, della imaginacion al sevicio de nadie (che significa: immaginazione che non è al servizio di un messaggio chiuso, ma che si fa essa stessa messaggio aperto): queste sono possibili future e condizionali azioni, sono l'Interpretante Energetico dell'Interpretante Logico, cioè della 'conclusione' cui Morelli è giunto nel Mondo Interno.

   Il processo cognitivo e la 'conclusione' logica di Morelli costituiscono un atto creativo. Ma perché? Molto bene ha scritto Helmut Pape (in Pape (Hrsg.) [1994: 19]) che "Eine Erfahrung oder Handlung kann nicht für sich genommen kreativ sein. Also ist es jene Beziehung zu oder Bedeutung in einem bestimmten Kontext, die wir als das Darstellen-als-Element, z.B. der Veranschaulichung oder der künstlerischen Gestaltung, bezeichnet haben, die wir analysieren müssen, wenn wir verstehen wollen, wie jene kognitiven Prozesse beschaffen sind, die Kreativität möglich machen" (24). Presentare come testo narrativo un testo non caratterizzato da "construcción sistématica": questo è creativo.

 

   Si potrebbe avere, senza pretesa di completezza, il seguente schema:

 

 

 

 

 

 

 

 

   Dalla parte del rapresentamen si trovano l'Oggetto Immediato ("construcción sistemática...") e l'approfondimento, l'arricchimento costituito dall'Interpretante Dinamico ("orden cerrado"). Dalla parte dell'interpretante ho lasciato l'abito, l'Interpretante Logico ("buscar la apertura" ecc.), perché questo non ha corrispondenza nell'Oggetto, Immediato o Dinamico, questo "deliberately formed, self-analyzing habit - self-analyzing because formed by the aid of analysis of the exercises that nourished it" è un sarà/sarebbe, è la disposizione ad agire.

   Ora, supponiamo che Morelli appunto agisca, scriva il suo romanzo, scriva il romanzo che rinuncia in modo radicale alla sistematicità della costruzione di caratteri e situazioni, scriva un'opera aperta, ambigua “che tende a suggerire non un mondo di valori ordinato ed univoco, ma una rosa di significati, un 'campo di possibilità’, e per ottenere questo richiede sempre più un intervento attivo, una scelta operativa da parte del lettore” (Eco [1968-1972: 293]): ha inizio in questo modo una forma di sperimentazione nel mondo esterno, che tocca il culmine nel momento in cui un lettore legge il romanzo di Morelli. È il momento in cui l'abito di Morelli potrebbe esercitare - attraverso l'azione costituita dalla scrittura e dalla pubblicazione del romanzo - una indiretta influenza sul mondo esterno. Il lettore avrà dinanzi a sé, come representamen, il romanzo, cioè non avrà l'abito di Morelli, ma il método di Morelli, una scrittura che è un'azione complessiva costituita da micro-azioni, "reiterations in the outer world", che ribadiscono l'Interpretante Logico dell'autore. Insomma il lettore avrà dinanzi a sé l'Interpretante Energetico dell'abito. "But how otherwise can a habit be described than by a description of the kind of action to which it gives rise, with the specification of the conditions and of the motive?": solo descrivendo questo Interpretante Energetico, il lettore potrà confrontarsi con il modo in cui Morelli si è confrontato con la novela tradizionale e - attraverso ciò - con la cultura occidentale. Questo Interpretante Energetico è ciò che Wolfgang Iser chiama "autore implicito" e Umberto Eco "autore modello". Autore implicito e autore modello costituiscono la strategia testuale, il modo di costruire il testo: un modo di agire (25). È chiaro che il lettore proporrà i suoi interpretanti, giungerà alle sue conclusioni, è chiaro che il lettore potrà ingigantire (come dice Morelli in un altro luogo di Rayuela, p. 327) l'esperienza dell'autore: la risposta del lettore è creativa. Ma ciò non significa decostruire, produrre un senso autonomo, indipendente, produrre un altro testo, proprio perché si tratta di interpretanti del lettore, e l'interpretante si pone nella stessa relazione con l'oggetto in cui si pone il representamen. Il representamen è l'Interpretante Energetico, è l'azione dell'autore, ed è proprio tale azione che mira a prevedere e costruire l'azione del lettore. In questo senso possiamo dire, con Eco, che nella strategia testuale è inscritta la risposta del lettore, la sua stessa creatività. Il lettore diventa complice dell'autore:

 

Intentar en cambio un texto que no agarre al lector pero que lo vuelva obligadamente cómplice al murmurarle, por debajo del desarrollo convencional, otros rumbos más esotéricos. (Rayuela , edizione citata, p. 325)

 

 

   Tale risposta 'complice' è il "lettore implicito" o "lettore modello" (26). Il "giro degli interpretanti" sarà certamente "vasto e labirintico" (Eco [1979: 49]), ma non per questo potrà permettersi di ignorare un preciso oggetto da interpretare: l' "universo di cose desiderato dall'autore nel momento dell'enunciazione" (ivi), cioè il concetto intellettuale, frutto di esercizi interiori, il cui autentico significato può essere colto solo descrivendo l' azione che ne costituisce l'Interpretante Energetico.

   Dunque: presentare come testo narrativo un testo che rinuncia alla "construcción sistématica" è un atto creativo che mira a scatenare nel lettore altrettanta creatività. Ma tale creatività, se vuole essere interpretante del testo di Morelli, deve entrare nella relazione triadica, deve porsi nei confronti dell'oggetto nella stessa relazione in cui si trova il representamen/testo, deve conoscere e quindi considerare criticamente lo "orden cerrado" che caratterizza normalmente la narrativa, le attese dei lettori, la cultura occidentale.

   Una storia che rinuncia alla sistematicità, sconvolgendo la coerenza psicologica dei personaggi, annullando la struttura inizio-svolgimento-conclusione del tradizionale "romanzo ben fatto" (27), offende il Repertoire (Iser [1976/1984: 115])  (28) del lettore, ma al tempo stesso stimola la fantasia del lettore, lo induce a non aspettarsi le soluzioni definitive proposte dall'autore, a non aspettarsi i valori riconosciuti e codificati dalla cultura occidentale, ma a mettere in discussione tali valori e tali certezze, a cercare le proprie personali soluzioni (29), a cercare altri possibili valori (30). Ciò significa: stimolare il lettore ad una "singuläre Handlung", e, come conseguenza, ad un "habit-change", che potrà anche ingigantire l'esperienza dell'autore, ma non ignorarla, anzi: potrà ingigantirla solo se non la ignora. Tale "habit-change" è disposizione all'azione da parte del lettore: in questo senso un romanzo "prescrive cosa bisogna fare per acquisire abitudini alla azione e alla modificazione del mondo" (Eco [1979: 49]). Tale habit-change del lettore e, in prospettiva, di una Comunità di lettori, il riconoscimento da parte di questa Comunità dell’abito di Morelli (comunicato dal romanzo, cioè dall’azione di Morelli), secondo cui bisogna cercare otros valores e non accontentarsi dello orden cerrado, e la conseguente disposizione all’azione, costituisce l’Interpretante Finale. D’altra parte, l'Interpretante Finale, l’accordo della Comunità, “non potrà che prendere la forma di una nuova catena di segni” (Eco), soggetta, sempre, alla irritazione del dubbio.

 

 

 

 

 

 

(1) Si noti ciò che dicono Kloesel e Pape: "An dieser Stelle [cioè: alla fine di 5.480] ist das Manuskript mit einem anderen zusammengeklebt worden, das eine deutlich veränderte Handschrift zeigt und also vermutlich zu einem anderen Zeitpunkt entstanden ist." (Peirce [1993: 288, nota 16]) Vale a dire: tutta la riflessione sugli interpretanti a partire dalla fase successiva ai primi Interpretanti Logici costituisce un blocco che è stato scritto in un altro momento, evidentemente: in un secondo momento.

 

(2) Avverto, seguendo le indicazioni di Kloesel e Pape (Peirce [1993: 233]), che di (δ) i curatori dei CP hanno dato le pagine 20-27 ai paragrafi 1.560-62. - (δ) è numerato a partire da 10 perché si aggancia appunto alla pagina 10 di (α), là dove Peirce scrive (cito dall'edizione Kloesel/Pape, Peirce [1993: 238], nei CP è al paragrafo 5.466) che James "definiert den Pragmatismus als die Lehre, daß die gesamte »Bedeutung« (meaning) eines Begriffs sich entweder in der Form eines zu empfehlenden Verhaltens oder einer zu erwartenden Erfahrung ausdrückt". A partire da questo punto Peirce ha cominciato a scrivere (δ) che infatti comincia con le parole (Peirce [1993: 291]): "Wenn diese Definition so zu interpretieren wäre wie dieselben Worte interpretiert werden sollten, kämen sie von mir, so würde ich gewiß sagen, daß der Term »Pragmatismus«  für ihn und für mich eine deutlich verschiedene Bedeutung hat." - Anche (δ) sviluppa concetti di interesse per la "Peirce-Forschung", nel presente saggio mi occupo di (β) e (γ) perché, almeno nell'attuale fase della mia ricerca, questi due testi mi sembrano contenere i concetti più decisivi per comprendere il modello di segno di Peirce.

 

(3) Come è noto, agli inizi degli anni Settanta Peirce, insieme con altri filosofi fra i quali William James, diede vita al così detto "Metaphysical Club" (cfr. CP: 5.12). "Il Metaphysical Club è considerato la culla del pragmatismo, termine e dottrina che vi avrebbe emesso i primi vagiti negli anni 1871-72" (Proni [1990: 136]). Nel 1877 e nel 1878 Peirce pubblicò su "Popular Science Monthly" una serie di sei articoli nei quali definiva le linee del pragmatismo; ma il termine si impose a partire dal 1898 grazie a William James. James non mancò di riconoscere a Peirce la paternità del termine e della filosofia del pragmatismo, ma il 'padre' la pensò diversamente: non riconobbe (o meglio: abbandonò "al suo più alto destino") questo "bambino malcresciuto", e annunciò la nascita della parola "pragmaticismo", "che è abbastanza brutta da essere al riparo dai rapitori di bambini" (CP: 5.414). Anche quando, come appunto nel frammento (α), usò la parola "pragmatismo", Peirce sottolineò ancora le differenze fra il suo pragmatismo e quello degli altri. Per tutta la questione, cfr. Proni [1990: 135-160; 334-340].

 

(4) Peirce chiama l'oggetto Oggetto Immediato "wenn es sich um die Idee handelt, auf der das Zeichen aufbaut", e lo chiama Oggetto Reale "wenn es sich um das reale Ding oder den realen Umstand handelt, auf dem die Idee wie auf einem Fundament aufruht" (Peirce [1993: 248]). "Wenn es irgend etwas gibt, das real ist (das heißt irgend etwas, dessen Eigenschaften unabhängig davon wahr sind, ob Sie oder ich oder irgendein Mensch oder eine beliebige Anzahl von Menschen sie für dessen Eigenschaften hält, oder nicht), das hinreichend dem unmittelbaren Objekt entspricht (das nicht real ist, da es eine Vorstellung ist), dann sollte man es - ob es nun mit dem, was im strengen Sinne als Objekt bezeichnet wird, identifizierbar ist oder nicht - das »reale Objekt« des Zeichens nennen. Es muß durch eine Art von Verursachung oder Einfluß die bedeutsame (significant) Eigenschaft des Zeichens bestimmt haben" (ivi: 252).

 

(5) Come sottolinea Proni [1990: 334], è qui il principale punto di disaccordo fra il pragmatismo di Peirce e quello di altri filosofi; Proni si riferisce a CP: 5.429, là dove Peirce dice che l'azione è un esistente, è un individuale, che non può essere il significato, l'intera Essenza e Fine della vita, giacché il significato pragmaticistico è generale.

 

(6) "Die überlegt ausgebildete, sich selbst analysierende Gewohnheit - selbstanalysierend deshalb, weil sie mit Hilfe der Analyse jener Vorgänge ausgebildet wurde, aus denen sie entsprang - ist die lebendige Definition, der wahrhafte und finale logische Interpretant. Folglich wird die vollkommenste durch Worte vermittelbare Erklärung eines Begriffs in einer Beschreibung der Gewohnheit bestehen, die dieser Begriff zu erzeugen gedacht ist." (Peirce [1993: 267])

 

(7) "Meiner Auffassung nach kann Bewußtsein als jene Zusammenfügung (congeries) von nicht-relativen, in Qualität und Intensität stark variablen Prädikaten definiert werden, die symptomatisch ist für die Wechselwirkung der äußeren Welt - der Welt jener Ursachen, die auf die Bewußtseinsmodi äußersten Zwang ausüben, indem die allgemeine, von ihnen ausgehende Störung manchmal einem Schock gleichkommt, und die man nur wenig und durch eine besondere Art von Anstrengung, die muskuläre Anstrengung, verändern kann - mit der inneren Welt, die sich offensichtlich von der äußeren Welt herleitet, und die den direkten Wirkungen verschiedener Arten von schwachen Reaktionen zugänglich ist, während die Wechselwirkung dieser beiden Welten hautsächlich in der direkten Wirkung der äußeren auf die innere und einer indirekten Wirkung der inneren Welt auf die äußere durch die Wirkungsweise der Gewohnheiten besteht. Wenn dies eine korrekte Darstellung des Bewußtseins ist, d.h. der Menge von Gefühlen, dann scheint mir, daß es eine wirkliche Funktion in der Selbstkontrolle ausübt, denn ohne es oder zumindest ohne das, wofür es symptomatisch ist, könnten die Vorgänge und Entschlüsse der inneren Welt nicht die wirklichen Bestimmungen und Gewohnheiten in der äußeren Welt bewirken. Ich behaupte, daß diese zur äußeren Welt gehören, weil sie nicht bloße Phantasien, sondern reale Kräfte (agencies) sind" (Peirce [1993: 268-269]).

 

(8) Un problema che, per il momento, per mancanza di competenza non posso neppure sfiorare è quello della storia del Nachlaß di Peirce, degli interventi estranei che vi sono stati fatti. Kloesel e Pape, per es., ci informano che proprio nel lungo testo del 1907 che qui stiamo discutendo c'è una "Bleistifteinfügung [...], die nicht von Peirce stammt" (Peirce [1993: 253], corsivo mio). Sarebbe lecito chiedersi se interventi di tal genere, che non sono di Peirce, possano riguardare anche l'ordine in cui i testi figurano nel Nachlaß.

 

(9) Ogni uomo abita due mondi, il Mondo Interno e il Mondo esterno. La differenza basilare fra i due mondi consiste nel fatto che il Mondo Interno esercita sull'uomo una costrizione diretta, ma al tempo stesso lieve, impercettibile, dunque una costrizione relativamente debole, e al tempo stesso è possibile all'uomo cambiare questo mondo; il Mondo Esterno invece è pieno di costrizioni, e l'uomo può modificarlo solo con lo sforzo muscolare, e in misura assai lieve. (CP: 5474, Peirce [1993: 282]) Qui Peirce riprende alcuni concetti di (β), e precisamente di quel passaggio conclusivo da me citato per intero. Lì infatti parlava della coscienza come della congerie di predicati non-relativi che sono sintomatici dell'interazione del mondo interno e del mondo esterno, e quest'ultimo è appunto il mondo di quelle cause che "are exceedingly compulsive upon the modes of consciousness". Su tali cause, e dunque sul Mondo Esterno, diceva Peirce già in (β), si può agire solo con "a special kind of effort, muscular effort".

 

(10) "It can be be proved that the only mental effect that can be so produced and that is not a sign but is of a general application is a habit-change; meaning by a habit-change a modification of a person's tendencies toward action, resulting from previous experiences or from previous exertions of his will or acts, or from a complexus of both kinds of cause" (CP: 5.476); "Es läßt sich beweisen, daß die einzige geistige Wirkung, die so erzielt werden kann und die nicht ein Zeichen, sondern von allgemeiner Anwendung ist, in einer  Gewohnheitsveränderung besteht, wobei ich unter einer Gewohnheitsveränderung eine Veränderung in den Neigungen einer Person zum Handeln verstehe, die sich aus vergangenen Erfahrungen oder aus vergangenen Willensanstrengungen oder Handlungen oder aus Mischungen beider Ursachen ergeben" (Peirce [1993: 283]). A proposito della parola "Gewohnheitsveränderung", Kloesel e Pape (ivi: nota 4) informano che Peirce aveva prima scritto "habit" che poi ha cancellato e sostituito con "habit-change". Per quanto riguarda il fatto che Peirce dice "si lascia dimostrare" che appunto l'ultimo Interpretante Logico è il mutamento d'abito, questa dimostrazione si trova  in (β), CP: 5.486, Peirce [1993: 256-257], là dove Peirce, como ho accennato, si chiede "what categories of mental facts there be that are of general reference", si chiede appunto in quale ambito si possa verificare la modificazione di coscienza che caratterizza ogni esperienza semiosica, ma che abbia la caratteristica del riferimento generale, in modo da essere la modificazione determinata dall'Interpretante Logico. Egli individua quattro categorie: "conceptions, desires (including hopes, fears, etc.), expectations, and habits". Dire che l'Interpretante Logico è un concetto  non aiuta a spiegarne la natura (cosa mai potrebbe essere se non un concetto?). Lo stesso vale per il desiderio e l'aspettativa, giacché desideri e aspettative hanno la caratteristica della generalità in quanto si connettono con il concetto; inoltre, il desiderio "is cause, not effect, of effort", mentre l'Interpretante logico è effetto non causa dello sforzo ("effort"), cioè dell'Interpretante Energetico, allo stesso modo in cui quest'ultimo è un effetto dell'Interpretante Emozionale; l'aspettativa, poi, "is not conditional": "For that which might be mistaken for a conditional expectation is nothing but a judgment that, under certain conditions, there would be an expectation: there is no conditionality in the expectation itself, such as there is in the logical interpretant after it is actually produced" ("Denn das, was man für eine konditionale Erwartung halten könnte, ist nichts anderes als ein Urteil, daß unter bestimmten Bedingungen eine Erwartung auftreten würde: die Erwartung selbst enthält keine Konditionalität, wie sie der logische Interpretant aufweist, nachdem er tatsächlich erzeugt wurde", Peirce [1993: 257]). "Therefore, there remains only habit, as the essence of the logical interpretant" ("Es bleibt also nur Gewohnheit als Natur des logischen Interpretanten übrig", ivi). Questa mi sembra, come dicevo, la dimostrazione a cui Peirce si riferisce in (γ): è uno dei punti che permettono di sostenere che (γ) è stato scritto dopo (β).

 

(11) Riporto tutto il passo. Dopo aver parlato del secondo interpretante logico inferiore, Peirce dice: "Von hier aus werden wir dazu geführt, bestimmte Relationen zwischen den veränderten Vermutungen zu erkennen, die solange unverändert bleiben, wie bestimmte Einschränkungen für die Veränderungen gelten. Und auf diese Weise werden wir zu Verallgemeinerungen kommen und dazu, die Formen der Vermutungen zu abstrahieren, die (zusammen mit vielem anderen) den höheren zweiten logischen Interpretanten ausmachen werden." (Peirce [1993: 288-289])

 

(12) Riporto qui la parte riguardante l'ultimo interpretante, con la quale 'termina' il manoscritto: "Es ist richtig, daß diese zweiten logischen Interpretanten das Wirken der Intelligenz nicht vollenden. Es gibt einen dritten logischen Interpretanten, welcher sich unter dem Mikroskop der Analyse in drei von dieser Art auflöst. Diese entstehen, wenn die Müdigkeit oder irgendeine andere Ursache die Aktivität von der Bühne der inneren auf die äußeren Erfahrung lenkt. Die so zustandegekommene Erfahrung wird jedoch nicht von der Art der rein äußeren Erfahrung des größeren Teils unseres wachen Lebens sein. Sie hat teil am Charakter der inneren Erfahrung, aus der sie erwachsen ist. Innere Erfahrung ist selten (bei einigen Leuten - in meiner Jugend war ich einer von ihnen und kann also die allgemeine Tatsache mit Gewißheit bezeugen - niemals oder vielleicht nur ein- oder zweimal im Jahr) ganz passiv, sondern wird durch die Wirkung des Willens hervorgerufen und ist nur insofern unabhängig vom Willen, als das Vorstellungsbild (image) eine gewisse Konstanz besitzt, ohne die es nicht der Beobachtung unterworfen werden könnte. Äußere Erfahrung kann nicht ganz so willensabhängig sein; aber die äußere Erfahrung, die eine Folge der Bildung des zweiten (oder manchmal direkt der des ersten) logischen Interpretanten ist, wird durch eine überlegte, selbstkontrollierte, zweckbestimmte, muskuläre Anstrengung angestrebt und erreicht. Mit einem Wort, die Ausführung ist die eines Experiments oder zumindest eines Quasi-Experiments, wenn man mir gestatett, dies Wort zu prägen, um zu bezeichnen, daß der..." (Peirce [1993: 289-290])

 

(13) La questione non viene ripresa nella terza continuazione di "Pragmatism". - Evidentemente anche l'indagine degli studiosi di Peirce non potrà che essere parziale ed incompiuta sino a quando non si disporrà di una edizione critica e completa del suo Nachlaß.

 

(14) I paragrafi 8.342-8.379 dei Collected Papers "sono tratti da una parziale stesura (conservata nell'Università di Harvard presso gli archivi della Widener Library, IB3a), recante le date 24, 25, 28 dicembre 1908, di una lettera che Peirce non era sicuro di aver spedito (egli ne accenna in una lettera del 14 marzo 1909) e che non giunse mai a lady Welby" (così il commento alla traduzione italiana, Peirce [1980: 175]).

 

(15) Si veda l'analisi di Proni [1990: 137-160].

 

(16) Si veda l'edizione di questo saggio, fatta da Klaus Oehler (Über die Klarheit unserer Gedanken, Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 1968), con ampia introduzione, ampio commento, testo inglese (CP: 5.388-5.410) e traduzione tedesca a fronte.

 

(17) "Von 1865 bis zu seinem Tod führte Peirce dieses Notizbuch, über das er selbst bemerkte: »Hier schreibe ich, doch lese niemals wieder, was ich geschrieben habe, denn was ich schreibe, gehört zum Prozeß der Begriffsbildung.«" (Così Kloesel e Pape, Peirce [1986: 345].)

 

(18) "Erst wenn ein 'Ausdrucksmittel' (Erstheit) ein Objekt (Zweitheit) repräsentiert und von jemandem interpretiert wird und damit Bedeutung erlangt (Drittheit), handelt es sich um ein vollständiges Zeichen", così Walther [1983: 61].

 

(19) È questa la grande svolta fenomenologica del pensiero di Peirce negli anni Novanta (cfr. Proni [1990]), e si può dire che questa svolta costituisce il cuore, il momento nodale di tutto il suo pensiero.

 

(20) Walter Bruno Berg  ha scritto: "So gilt ihm [Peirce] zwar der »emotional interpretant« als »the first proper significate effect of a sign« (CP 5.475), doch nennt er an anderer Stelle jene »first concepts (first in the order of development, but emerging at all stages of mental life«) (CP 5.480) - eben jene »Vermutung ('conjecture')« (CP 5.480), in der Kloepfer  das Wesen des emotiven Interpretanten sieht (il riferimento è a R. Kloepfer, Mimesis und Sympraxis: Zeichengelenktes Mitmachen im erzählerischen Werbespot, in R. Kloepfer / K.-D. Möller (Hrsg.), Narrativik in den Medien. Mana, Mannheimer Analytika, 4, 1985, pp. 141-181) - auch wieder »the first logical interpretant« (CP 5.480). »Emotional« und »logical interpretant« benennen also offenbar ein und dieselbe Sache, allerdings in unterschiedlicher Perspektive". (Berg [1991: 237-238, nota 106]) Evidentemente non è così semplice: Berg tiene presente il testo dei Collected Papers, e non considera affatto il "Logisches Notizbuch". In realtà è solo il Primo Interpretante Logico che può essere avvicinato all'Interpretante Emozionale, o meglio: il Primo Interpretante Logico ripropone la fase dell'Emozione. Il Secondo Interpretante Logico Inferiore è una "innere Tätigkeit" (Peirce [1993: 288] CP: 5.481), cioè Handlung, Anstrengung nel mondo interno dell'interprete del segno; il Secondo Interpretante Logico Superiore implica "Verallgemeinerungen" (si ricordi che nel "Logisches Notizbuch" Peirce aveva scritto che l'Interpretante Immediato può essere "eine Gefühlsqualität", "die Vorstellung einer Anstrengung", "die Vorstellung von etwas, das ein allgemeiner Typ ist"), e dunque "Gewohnheiten des inneren oder imaginierten Handelns".

 

(21) Cfr. Grounds of Validity of the Laws of Logic: Further Consequences of Four Incapacities (1868, CP: 5.318-357); The Fixation of Belief (1877, CP: 5.358-387); How to Make Our Ideas Clear (1878, CP: 5.388-410).

 

(22) Eco sottolinea che per Peirce l'esistenza della comunità "è motivata dal fatto che non si dà intuizione nel senso cartesiano del termine. Il significato trascendentale non è già dato, e non può essere colto tramite un'intuizione eidetica". (Eco [1990: 337]) -  Nella direzione di Eco mi sembra muoversi anche Susanne Rohr la quale scrive: "Kants 'höchster Punkt', die Einheit des (einen) Bewußtseins in der 'transzendentalen Synthesis der Apperzeption', konvergiert in eine semiotische Synthesis der Zeichen-Sinn-Interpretation und Wahrheits-Konsens-Bildung in einer realen unbegrenzten Kommunikationsgemeinschaft, die sich approximativ einem idealen Grenzwert, dem allgemeinen Konsensus der final opinion nähert. Dieser allgemeine Konsensus fungiert als regulatives Prinzip bei der Realisierung dieser final opinion als Handlung der Kommunikationsgemeinschaft" Rohr [1993: 28]. È appunto il decisivo valore regolativo del concetto di comunità che deve essere sottolineato come meccanismo non eludibile della semiotica di Peirce. Il "risultato del processo di ricerca universale va nella direzione di un nucleo di idee comuni (CP: 5.407)" (Eco [1990: 336]), garantito dal continuo formarsi, riformarsi, di una comunità di interpreti, quale antidoto alle idiosincrasie del singolo ricercatore, quale meccanismo regolativo, quale 'memoria' della ricerca scientifica, delle sue conquiste, dei suoi sbagli, dei suoi cambiamenti di rotta, del suo ininterrotto tentativo di costituire la realtà, di cogliere la "Übereinstimmung" finale del segno con l'Oggetto Dinamico.

 

(23) Susanne Rohr ha giustamente scritto che Oggetto Dinamico e Interpretante Finale sono entrambi "regulative Prinzipien, unter denen aus einem Kontinuum einzelne Momente und Objekte (der Realität) ausdifferenziert werden." (Rohr [1993: 65])

 

(24) Un bellissimo esempio proposto da Pape è quello dello "Stierschädel, Tête de taureau,  Paris, Frühjahr 1942, Original aus Fahrradsattel und -lenker", di Picasso. Dice Pape: "Nicht die Zusammensetzung der Fahrradteile, sondern ihre Zusammenfügung als Skulptur eines Stierkopfs ist kreativ. [...] Das neue Element, das zu der »Sattel und Lenker ähnelt Stierkopf«-Idee hinzutritt, daß uns Picassos Skulptur als ein Kunstwerk wahrnehmbar wird, das nicht auf die Beschaffenheit seiner Komponenten reduzierbar ist, ist das Verstehen des »Sattel-Lenkers« als Skulptur. Es ordnet ihm eine relationale Eigenschaft zu, nämlich als eine Skulptur eine Bedeutung zu haben. Dies stellt eine Beziehung zu anderen Skulpturen her und leitet unser Wahrnehmungs- und Interpretationsverhalten." (Pape (Hrsg.) [1994: 19])

 

(25) Qui, mi pare, si potrebbe individuare una spiegazione semiotica di ciò che i formalisti russi chiamavano priëm, cioè il procedimento artistico, il Verfahren creativo, la deviazione dalla norma: tutto ciò si realizza in una serie di azioni nel corso della scrittura dell'opera, tutto ciò è una forma di "esperimento" o "quasi-esperimento", attraverso cui gli abiti formatisi nel Mondo Interno dell'artista esercitano la loro indiretta influenza sul Mondo esterno.  

 

(26) "[...] gilt es [...] nicht, das dynamische Objekt - oder die Qualität eines Idealzustandes - im finalen Interpretanten als 'die Autorintention' zu fixieren und darzustellen (d. h. die Autorintention mit dem finalen Interpretanten zu identifizieren). Vielmehr finden sich Autor und Leser in ihren unmittelbaren Objekten, und das meint in ihren konkurrierenden Interpretationen dynamischer Objekte, im Text vereint." (Rohr [1993: 152]). Senza tuttavia dimenticare in primo luogo il fatto che, come del resto Susanne Rohr sottolinea (ivi), la "Flexibilität" dell'interpretazione del lettore "keineswegs zu reiner interpretativer Willkür gerinnen muß"; in secondo luogo che l'intenzione dell'autore è in realtà l'intenzione dell'opera. Per chiarire questo punto, conviene leggere per intero il seguente passaggio de I limiti dell'interpretazione di Eco:

"L'iniziativa del lettore consiste nel fare una congettura sulla intentio operis. Questa congettura dev'essere approvata dal complesso del testo come tutto organico. Questo non significa che su un testo si possa fare una e una sola congettura interpretativa. In principio se ne possono fare infinite. Ma alla fine le congetture andranno provate sulla coerenza del testo e la coerenza testuale non potrà che disapprovare certe congetture avventate.

   Un testo è un artificio teso a produrre il proprio lettore modello. il lettore empirico è colui che fa una congettura sul tipo di lettore modello postulato dal testo. Il che significa che il lettore empirico è colui che tenta congetture non sulle intenzioni dell'autore empirico, ma su quelle dell'autore modello. L'autore modello è colui che, come strategia testuale, tende a produrre un certo lettore modello.

   Ed ecco che a questo punto la ricerca sull'intenzione dell'autore e quella sulla intenzione dell'opera coincidono. Coincidono, almeno, nel senso che autore (modello) e opera (come coerenza del testo) sono il punto virtuale a cui mira la congettura. (Eco [1990: 34])

 

(27) Cfr. Beach [1932].

 

(28) Bene riassume Cesare Segre: "Il repertorio raccoglie tutti gli elementi della realtà extra-testuale presenti nel testo: si tratti di riferimenti ad altri testi, o alla cultura in genere, oppure di norme sociali." (Segre [1987: 144]) Su questo concetto e sulla teoria del blank di Iser cfr. Lanza [1998: 114-131].

 

(29) Proprio a questo pensava André Gide quando scriveva: "Ce n'est point tant en apportant la solution de certains problèmes, que je puis rendre un réel service au lecteur; mais bien en le forçant à réfléchir lui-même sur ces problèmes dont je n'admets guère qu'il puisse y avoir d'autre solution que particulière et personnelle." (Journal des Faux-Monnayeurs, cito da: Œuvres complètes d'André Gide, Édition augmentée de textes inédits établie par L. Martin-Chauffier, vol. XIII, Nouvelle Revue Française, Paris, s.d. [1937], p. 15.)

 

(30) Afferma Morelli: “Intentar el "roman comique" en el sentido en que un texto alcance a insinuar otros valores y colabore así en esa antropofanía que seguimos creyendo posible. Parecería que la novela usual malogra la búsqueda al limitar al lector a su ámbito, más definido cuanto mejor sea el novelista. Detención forzosa en los diversos grados de lo dramático, psicológico, trágico, satírico o político.” J. Cortázar, Rayuela, edizione citata, p. 325.

 

 

 

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