IL ROMANZO

DALLA CRISI DEL POSITIVISMO A "SOLARIA"

 

 

1. La crisi del positivismo

2. Dalla "età di Giolitti" al fascismo

3. Riviste, frammento, romanzo

 

 

 

 

 

 

 

1. La crisi del positivismo

 

 

V

erso la fine del 1800, una serie di romanzi indica con chiarezza la crisi della filosofia positivista e della narrativa naturalista in Italia:

 

1889: Il piacere di Gabriele D'Annunzio

 

1890: Profumo di Luigi Capuana

 

1892: Una vita di Italo Svevo

 

1893: L'esclusa di Luigi Pirandello

 

1894: I Viceré di Federico De Roberto.

 

 

 

   Queste opere formano ciò che, con Maria Corti (Corti [1982: 29-30], cfr. anche Corti [1976: 19-22] e [1978: 22-23]), può essere considerato come un "campo di tensioni"

 

   Per comprendere le 'tensioni' che caratterizzano il 'campo' costituito dai romanzi citati conviene accennare alla vicenda del positivismo italiano e ai suoi riflessi letterari.

 

   Il positivismo ha molto influenzato la cultura in Italia a partire dal 1870 e in particolare dopo la caduta della Destra storica (1876) (1). "Sulla base delle teorie positiviste gli intellettuali accolsero una concezione della storia e dell'evoluzione sociale che prospettava il progresso come un processo naturale verso una perfettibilità indefinita: era una concezione che permetteva alla borghesia ormai al potere di giustificare il proprio dominio e di guardare con ottimismo al processo storico in atto." (Pirodda [1982: 164]) (2)

   Sul piano culturale e letterario, accanto all'affermazione della Scuola storica (3), si impose la ricezione del naturalismo francese, che si chiamò verismo. Il verismo riprende dal naturalismo il canone poetico della impersonalità, cioè della imparzialità dello scrittore, il quale con metodo scientifico investiga la realtà, giacché vero significa oggettivo, e questo vuol dire che l'investigazione della realtà non deve essere influenzata dal punto di vista dello scrittore.

   In effetti, l'esigenza del vero si richiama ad un filone basilare del romanticismo italiano, un filone rappresentato da Alessandro Manzoni (4) e poi da vari narratori tardoromantici, tra i quali Emilio De Marchi (1851-1901) (5). Ma, soprattutto, il modo in cui i veristi recepirono le teorie del naturalismo va inquadrato nella specifica situazione storica, sociale ed economica italiana.

   Lo sviluppo industriale in Italia, in particolare a partire dal 1874, fu caratterizzato dal così detto "germanesimo economico" o "via prussiana" (6): si trattava di riformare l'economia "dall'alto e con il concorso determinante dello Stato, all'insegna del protezionismo e del rafforzamento del prestigio internazionale del paese" (Procacci [1975: 417]). Ne scaturì un doppio fenomeno. Da una parte, la formazione di quello che Antonio Gramsci chiamò il blocco agrario-industriale delle classi dominanti italiane (cfr. ivi: 419): vale a dire, si stabilì un modus vivendi "tra i ceti sociali di maggiore prestigio e influenza, la borghesia manifatturiera del Nord e gli agrari meridionali", un modus vivendi "che aveva sensibile analogia con quanto accadeva nella Germania bismarckiana, con i suoi Junker e con i suoi industriali liberali" (ivi: 417). Dall'altra parte, un tale sviluppo industriale non solo creò scompensi economici, povertà nello stesso nord e centro-nord della penisola, e dunque i fermenti dei primi nuclei della classe operaia, ma anche e soprattutto creò una situazione nazionale del tutto anomala: lo sviluppo era concentrato nel nord, mentre il sud veniva trattato come una sorta di colonia, "inchiodato ancora più saldamente alla sua arretratezza e alla sua condizione di subordinazione" (ivi: 420), non fu attuata alcuna riforma agraria, e così il sistema feudale, l'ignoranza e la miseria furono le caratteristiche di fondo dell'Italia meridionale. Sicché giustamente scrive Procacci (ivi: 420):

 

Ne risultava un tessuto sociale in cui il nuovo e il vecchio si giustapponevano e si intrecciavano, in cui un capitalismo con tutti i tratti dell'analisi leniniana dell'imperialismo - alto grado di concentrazione monopolistica, compenetrazione tra banca e industria, protezione statale - conviveva con un'agricoltura che, in certe regioni, si trovava ancora ad uno stadio semifeudale e con un artigianato onnipresente e a livello familiare.

   La situazione fin qui tratteggiata si acuì quando nel 1887, alla morte di Depretis, divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi. Questi impresse una svolta autoritaria in politica interna, e imperialistica in politica estera (7): già nel 1889 Crispi stipulò una convenzione militare con la Germania e riprese la politica coloniale in Africa, con la occupazione di Asmara e la proclamazione dell'Eritrea come colonia italiana. Ma proprio la politica coloniale segnò la fine del presidente del Consiglio: il 1. marzo 1896, dopo la sconfitta di Adua (15.000 soldati italiani furono annientati), Crispi si dimise definitivamente. (8)

   Seguirono quattro anni convulsi. Il nuovo presidente del Consiglio fu il marchese di Rudinì. Egli emanò un'amnistia a favore dei protagonisti del moto dei "Fasci siciliani" (cfr. 8), istituì un commissario civile per la Sicilia, "primo esperimento di decentramento regionale" (Ragionieri [1976: 1835]), e chiuse l'avventura coloniale voluta da Crispi. D'altra parte, il 1897 fu un anno di carestia e per di più gli Stati Uniti, impegnati nella guerra di Cuba, ridussero le esportazioni di grano. Fu necessario alzare il prezzo del pane, e ne seguirono tumulti popolari, non solo nelle campagne ma anche in città come Firenze, Napoli, Bari, ed infine, maggio 1898, a Milano, dove il generale Bava-Beccaris fece sparare con i cannoni sulla folla, causando a detta del governo 80 morti, secondo i giornali parecchie centinaia. Furono arrestati gli esponenti del Partito socialista, che aveva cominciato a riprendersi dopo le persecuzioni di Crispi, e furono soppressi non solo i giornali socialisti ma anche quelli cattolici. Il governo cercava di presentarsi come garante contro gli estremismi, socialisti e cattolici, mentre gli elementi conservatori cominciavano a provare nostalgia se non per Crispi, certo per un governo forte. Gradatamente vanno prendendo forma due schieramenti politici, "i fautori del governo forte" e i "difensori della libertà" (Procacci [1975: 449]). Fu l'intervento del re, Umberto I, a causare la caduta del governo e la formazione di un nuovo ministero: quello del generale Pelloux. La linea politica non cambiò: nel febbraio del 1899 Pelloux "presentò alla Camera un complesso di provvedimenti intesi a proibire lo sciopero nei servizi pubblici, a limitare la libertà di stampa e il diritto di riunione e di associazione, che, se approvati, avrebbero praticamente segnato la fine dello Stato liberale. La battaglia condotta dall'estrema sinistra, alla quale si aggiunse in un secondo tempo anche la sinistra costituzionale di Giolitti e di Zanardelli, fu memorabile" (ivi: 447) e determinò la caduta di Pelloux e la nascita del governo Saracco. Il 29 luglio 1900 in seguito ad un attentato anarchico perse la vita Umberto I al quale successe Vittorio Emanuele III. Seguì un periodo estremamente incerto, e quando, nel dicembre dello stesso anno, Saracco prima avallò lo scioglimento della Camera del lavoro di Genova e poi, dinanzi allo sciopero generale, senza incidenti e tumulti ma deciso e maturo, degli operai genovesi, fu costretto a revocare lo scioglimento della Camera del lavoro, fu chiara la necessità di una svolta. Il re diede l'incarico di formare un nuovo governo alla sinistra costituzionale. Cominciava nel 1901 l'età giolittiana.

   Questo profilo, pur molto sommario, può aiutare a spiegare quel 'campo di tensioni' di cui si diceva in apertura del presente paragrafo. Ma prima di tutto aiuta a spiegare le differenze fra verismo e naturalismo. La delusione e la sfiducia nei confronti dello stato unitario, la situazione delle classi povere ed emarginate dell'Italia meridionale, escluse dal 'benessere', il pessimismo e il fatalismo: tutto ciò caratterizza l'opera e l'ideologia del più grande scrittore verista, Giovanni Verga (1840-1922). Ciò che i veristi (9) recepiscono dal naturalismo non è tanto una visione del mondo caratterizzata dall' impegno sociale e dalla fiducia nella possibilità di aderire alla realtà per cambiarla, ma piuttosto un metodo di rappresentazione, neutrale, oggettiva, impersonale, della realtà. Tale realtà è considerata - nell'opera di Verga in modo esemplare - come immobile ed immutabile, e proprio tale immutabilità, fatta di rassegnato fatalismo, svolge certo una funzione critica nei confronti dello sviluppo industriale, ma senza che ciò significhi la proposta di un società alternativa, progressiva. Conviene leggere per intero una limpida pagina (Tateo/Valerio/Pappalardo [1985, vol. 3, tomo I: 696]) che sintetizza in modo preciso tale questione:

 

L'ambizione del positivismo, anche nel suo versante letterario del naturalismo, per il quale Verga comincia a simpatizzare, era l'emancipazione sociale, un'emancipazione però basata non sulla esemplarità di una tipologia di esistenza già costituita, sul riferimento cioè a un'ottimale condizione di vita già storicamente esperita, bensì su un modello in fieri, quale la scienza veniva configurando, estrapolandolo dalle leggi strutturali della natura. Quando Zola descrive un ambiente sociale, con preferenza quello dei diseredati, non intende darci il quadro di una realtà auspicabile, ma si tratta, al contrario, di un quadro clinico, diagnosi di una malattia che bisognerebbe debellare. Non sono i naturalisti alla ricerca di un roussoviano paradiso del "buon selvaggio": non è, il loro, un recupero storico, memoriale e lirico dell'infanzia felice. Il loro ideale si proietta tutto nel futuro, un futuro nuovo, edificato sulla fredda e distaccata ragione scientifica. La fiducia nella scienza è la vera anima del naturalismo. "Natura" è il complesso delle leggi scientifiche, applicando le quali l'uomo è messo in grado di inserirsi in un processo reale che la storia, i suoi istituti e il pensiero codificato in un apparato irreale, antinaturalistico e perciò illusorio, hanno fatto deviare, donde i mali che affliggono l'umanità. Verga, per quanto ne sia sensibilizzato sotto certi aspetti, in sostanza resterà estraneo al programma dei naturalisti: gli manca la fiducia nella scienza e perciò nel progresso. Anzi - e qui è la sua originalità e l'acutezza delle sue previsioni - egli avverte, ancor prima della crisi ufficiale del naturalismo e dello stesso positivismo, che la scienza e la tecnica vanno ormai ponendosi al servizio dell'ideologia egemone, la quale avvia in tutt'altro senso il cammino dell'umanità. Il "progresso", quale i positivisti perseguono, non gli sembra un progredire né verso la felicità né verso l'interiore sicurezza esistenziale e quindi sociale. La civiltà delle Banche e delle Imprese industriali appare ormai sostenuta proprio dal programma dei positivisti nella creazione di quell'atmosfera artificiosa, effimera ed illusoria, in cui l'uomo crede di poter esprimere la propria esuberanza di vita.

 

   La tensione appare già qui, ed è - paradossalmente - la radice della grandezza dell'arte verghiana (10).

 

   Ed ecco che possiamo considerare il 'campo di tensioni' indicato all'inizio del nostro discorso. Non sorprende la presenza di due scrittori veristi, Luigi Capuana e Federico De Roberto. Luigi Capuana (1839-1915) è il teorico del verismo e l'autore del primo romanzo naturalista italiano, Giacinta, uscito nel 1879, dedicato a Zola. Capuana lavorerà ancora al romanzo fino all'edizione del 1889, e questo lavoro "fa quasi toccar con mano l'elaborazione del nuovo modo di narrare" (De Meijer [1984: 803]): appunto il modo scientifico, sperimentale ed impersonale applicato ad un caso patologico. Ebbene, l'anno successivo all'ultima redazione di Giacinta, Capuana pubblica il romanzo Profumo. L'interesse del romanzo, e la tensione che esso crea con la narrativa verista, stanno nel fatto che il ruolo del metodo scientifico è marginale. Al centro della storia è ancora una volta un caso clinico, costituito dalla malattia nervosa di una donna, ma non è il metodo scientifico che permette un approccio al caso patologico, bensì l'attenzione ai fattori spirituali che 'spiegano' il caso. Sicché: "l'apparato scientifico, con le sue aride annotazioni, appare del tutto pleonastico rispetto all'idea conduttrice, riposta tutta nella soluzione spirituale del ‘caso clinico’" (Tateo/Valerio/Pappalardo [1985, vol. 3, tomo I: 707]). In effetti Profumo assume una posizione centrale nella produzione di Capuana: realizza artisticamente le istanze spiritualistiche che già in saggi come Spiritismo (1884) e Mondo occulto (1896), dello stesso autore, subentrano alle teorie naturalistiche, e annuncia quello che è considerato il capolavoro di Capuana, Il Marchese di Roccaverdina (1901), in cui "le sottili e compiaciute analisi psicologiche, di vago sapore scientifico, [..] finiscono con l'appesantire l'opera la quale però trova un motivo di riscattarsi nel clima quasi fiabesco, allucinato e di grande suggestione che avvolge la vicenda e i personaggi." (ivi) In conclusione: Profumo lascia intravedere la tensione fra la visione del mondo del positivismo e le nuove istanze spiritualistiche che cominciano a comparire nella cultura italiana del fine secolo.

   L'opera fondamentale di un altro autore verista di grande interesse, Federico De Roberto (1861-1927), è il romanzo I Vicerè (1894). I Vicerè non è solo il capolavoro di De Roberto, è anche uno dei romanzi più interessanti della letteratura italiana moderna (11). Si tratta di un romanzo storico ("che riduce al minimo, anzi quasi annulla l'effetto consueto di distanziamento prospettico dall'epoca in cui è situata la vicenda", Spinazzola [1990: 5]) in cui vengono narrate le vicende di una nobile famiglia siciliana (la famiglia degli Uzeda, principi di Francalanza, soprannominati appunto "Vicerè") dal periodo risorgimentale al periodo immediatamente successivo all'Unità. L'impianto narrativo è naturalistico (De Roberto fu amico e seguace di Capuana e di Verga), ma oggetto della rappresentazione scientifica è il mondo dei nobili, e non quello dei diseredati; inoltre il metodo scientifico viene applicato allo studio dell'evoluzione storica. L'interesse del romanzo sta nel fatto che ad esso, come ha notato molto bene Spinazzola, sono da affiancarsi I vecchi e i giovani (1913) di Pirandello e Il Gattopardo (1957) di Tomasi di Lampedusa: i tre romanzi offrono "una rappresentazione narrativa e una interpretazione saggistica di eventi connessi al passaggio della Sicilia dal regime assolutista al liberalismo borghese, per effetto dell'unificazione nazionale italiana" (Spinazzola [1990: 4]), ma tale rappresentazione - in varie maniere nelle tre opere - è caratterizzata dalla negatività, dalla sfiducia nel cambiamento storico e nel progresso. Consalvo, personaggio de I Vicerè, afferma alla fine del romanzo: "La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento [...]. Il nostro dovere, invece di spezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!" (12) E proprio questo succede: la famiglia degli Uzeda si adatta al nuovo corso storico, e così facendo mantiene la propria egemonia, si serve delle nuove leggi. Proprio qui la 'tensione' che caratterizza il romanzo di De Roberto: il metodo storico per realizzare un romanzo 'antistorico', il metodo scientifico per negare il positivismo. "Il teleologismo positivista, con la sua persuasione che la razionalità scientifica avrebbe potuto grado a grado sanare tare e squilibri dell'esistenza consociata, non offre piú alcun paradigma di certezze a De Roberto." (Spinazzola [1990: 13])

   Profumo e I Vicerè rappresentano in modi diversi la crisi del positivismo, proprio in ambiente verista, e portano in piena luce quella contraddizione fra metodo scientifico 'positivo' e visione del mondo 'negativa' già presente in Verga.

 

   Il piacere di D'Annunzio ci mostra un'altra faccia, un altro esito della crisi del positivismo. Anche D'Annunzio viene influenzato dal naturalismo: le prime raccolte di novelle Terra vergine (1882), Il libro delle vergini (1884), San Pantaleone (1886) ne sono testimonianza. Ma al tempo stesso esse lasciano intravedere quel distacco dal naturalismo che Il piacere rivela completamente. Non solo: Il piacere riprende il noto À Rebours (1884) di Joris-Karl Huysmans: fa così il suo ingresso nella narrativa italiana l' 'eroe decadente'.

 

   "Il termine Decadentismo, nell'accezione attualmente prevalente, indica le tendenze letterarie e artistiche diffusesi, dal 1870 fino agli anni 1930, nelle letterature europee. Inizialmente usato con connotazioni negative (in quanto definiva la letteratura di un periodo di decadenza) esso ha finito col significare l'insieme assai complesso di fenomeni culturali, letterari e artistici di un'epoca ricca di contraddizioni politiche e sociali." (Pirodda [1982: 243])

   Luperini [1981: 3] accosta il decadentismo  alle avanguardie del primo Novecento: esse nascono da una medesima crisi storica, hanno elementi di cultura e di poetica in comune, e vi sono autori di matrice decadente che si avvicinano alle avanguardie, come per es. Pirandello. Il fatto è - dice Luperini - che "decadentismo e avanguardie danno risposte diverse, e per non pochi versi opposte, alla perdita d'identità del ceto intellettuale e della funzione letteraria provocata dallo sviluppo del capitalismo in imperialismo e dai primi fenomeni di massificazione maturati fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento." Luperini (ivi: 8) distingue due filoni di fondo del decadentismo europeo: quello caratterizzato dalla "positiva consapevolezza delle conseguenze sociali della perdita dell'aureola", che comporta "un atteggiamento di tipo democratico o addirittura rivoluzionario"; quello caratterizzato da una "mera rivalutazione estetica dell'individuo", da "superomismo, disprezzo della massa, senso di decadenza dei valori elitari e umanistici della civiltà occidentale". Il primo filone, espresso soprattutto dalla linea Baudelaire-Verlaine-Rimbaud, non avrà molto seguito in Italia; il secondo filone "si manifesta nel movimento vero e proprio del 'decadentismo', quale nasce in Francia negli anni ottanta e come esemplarmente codificato in À rebours (1884) di Joris-Karl Huysmans, un romanzo non a caso ripreso da D'Annunzio in Il piacere: è questo secondo filone, infatti, col senso di decadenza, di morte, di disfacimento che comporta ad avere più evidenti corrispettivi nella nostra letteratura decadente di fine secolo (non solo in D'Annunzio, ma anche nel Pascoli, ad esempio, di Gog e Magog)."

   Il decadentismo, con la sua complessità, con le sue ramificazioni, con i suoi rapporti con movimenti come il simbolismo e l'espressionismo, rappresenta in effetti una direzione centrale del moderno. E conviene non dimenticare, ed anzi tenere ben presenti, i motivi scientifici della crisi del positivismo. La scoperta delle geometrie non euclidee, i progressi della fisica, la messa in discussione del concetto meccanico-deterministico di causalità, dei concetti di spazio e di tempo, la riflessione sul linguaggio della scienza, e sul linguaggio e la comunicazione in generale, la spinta ad indagare i fondamenti della conoscenza, l'interesse per la logica e la semantica, la nascita della semiotica moderna (l'opera di Charles Sanders Peirce) (13), la scoperta dell'inconscio da parte di Freud, la filosofia di Henri Bergson: tutti questi fattori giocano un ruolo decisivo nel decadentismo e nel moderno.

   Ogni forma artistica, sostiene Umberto Eco ([1962: 50]),

 

può benissimo essere vista, se non come sostituto della conoscenza scientifica, come metafora epistemologica: vale a dire che, in ogni secolo, il modo in cui le forme dell'arte si strutturano riflette - a guisa di similitudine, di metaforizzazione, appunto, risoluzione del concetto di figura - il modo in cui la scienza o comunque la cultura dell'epoca vedono la realtà.

           

 

   L' opera aperta, che è una delle manifestazioni più alte del moderno (14), può essere considerata come metafora epistemologica in quanto:

 

in un mondo in cui la discontinuità dei fenomeni ha messo in crisi la possibilità di una immagine unitaria e definitiva, essa suggerisce un modo di vedere ciò in cui si vive, e vedendolo accettarlo, integrarlo nella propria sensibilità. Un'opera aperta affronta appieno il compito di darci un'immagine della discontinuità: non la racconta, la è. Mediando l'astratta categoria della metodologia scientifica e la viva materia della nostra sensibilità, essa appare quasi una sorta di schema trascendentale che ci permette di capire nuovi aspetti del mondo. (Eco [1962: 163-164])

 

   Proprio l'impegno conoscitivo nei confronti della discontinuità, della crisi della realtà, intesa come blocco unitario e coerente, e i modi in cui questo impegno si concretizza, ci offrono una possibile chiave per orientarci nel labirinto della cultura e, segnatamente, dell'arte moderna e così detta decadentistica.

   Il piacere di D'Annunzio è il romanzo di un artista, Andrea Sperelli, il quale reagisce alla banalità e alla mancanza di ideali della società italiana di fine secolo, dando sfogo al proprio estetismo, alla propria libertà di realizzare la vita come si realizza un'opera d'arte. Il romanzo modellizza non solo "una generale crisi di valori e di ideali", ma anche "il fallimento di una concezione dell'arte (l'estetismo, appunto) che ambiva a restaurare il primato della coscienza intellettuale nel segno della sua assoluta alterità alla squallida desolazione dell'universo borghese." (Tateo/Valerio/Pappalardo [1975, vol. 3, tomo II: 163]) Ha osservato Ezio Raimondi (15) che la "volgarità del mondo moderno fa sempre da retroscena o da cornice all'estetismo dannunziano, e ne rappresenta alla fine il polo negativo, il contrappunto dialettico. Viene alla memoria l'esordio del Piacere, dove si spiega, con una correlazione quanto mai sintomatica e scopertamente ideologica, che 'sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tanto viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d'alta cultura, d'eleganza e di arte' [...]." L'estetismo svolge dunque una funzione di reazione nei confronti del "diluvio democratico", che trova una sua importante espressione nello sviluppo industriale della editoria. Infatti, come è stato notato (cfr. Cerina/Mulas (a cura di) [1978: 8-9]), nella seconda metà dell'Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento, l'espansione industriale italiana, pur con le contraddizioni a cui sopra si è accennato, determina l'affermarsi di editori specializzati in poesia, letteratura narrativa, letteratura popolare, contemporaneamente nascono e riscuotono successo le collane economiche e tascabili. Anche la stampa viene influenzata: non vi è giornale che non abbia un'appendice letteraria (e nei primi del Novecento compare la così detta "terza pagina", dedicata alla letteratura), che contiene spesso un romanzo a puntate e, a partire dagli anni Ottanta, una novella. La novella si impone proprio in questo periodo, ed è proprio il giornale che chiede la novella a determinarne anche la misura breve. Tale crescita editoriale è, evidentemente, in rapporto con la crescita del pubblico: pur con difficoltà va avanti il processo di alfabetizzazione, lentamente si impone l'istruzione obbligatoria, nasce il consumatore medio di letteratura, e gli editori cominciano a porsi il problema dei vari destinatari ai quali rivolgersi: letteratura per persone colte, per signorine, per bambini, ecc. Si sviluppa insomma una prima forma di cultura di massa. L'estetismo di Andrea Sperelli reagisce appunto a tale cultura di massa, la quale non può che essere vista quale manifestazione del "diluvio democratico", dovuto in buona misura alla ascesa della sinistra (estrema e costituzionale), quale imbarbarimento della "tradizione familiare d'alta cultura, d'eleganza e di arte".

   Su tutt'altro piano si pone la 'tensione' nei confronti del positivismo negli ultimi due romanzi del nostro 'campo': L'esclusa di Luigi Pirandello e Una vita di Italo Svevo. Pirandello (1867-1936) e Svevo (1861-1928) sono due intellettuali ed artisti di livello europeo, e nella loro opera è particolarmente evidente, corposo, consapevole e decisivo quell'impegno conoscitivo che caratterizza molte manifestazioni della cultura europea, decadentistica e no, fra fine Ottocento e prima metà del Novecento.

   Quando Pirandello, dopo essersi laureato in filologia romanza a Bonn (1891), torna in Italia e si stabilisce a Roma, entra in contatto con il mondo letterario e in particolare con Capuana. Ed è appunto il teorico del verismo a stimolare Pirandello alla scrittura di un romanzo, L'esclusa, primo romanzo dell'autore, scritto nel 1893, pubblicato nel 1901.

   Consideriamo in breve il contenuto. Marta Ajala viene sorpresa dal marito, Rocco Pentàgora, mentre legge una lettera che le ha inviato un corteggiatore, il deputato Gregorio Alvignani. Rocco crede che la moglie lo abbia tradito, la caccia di casa e la 'restituisce' al padre, Francesco Ajala. Ma neppure il padre è disposto ad offrire a Marta una possibilità di difesa, e la piccola città la rifiuta, la offende, la esclude, "in nome di un esteriore e automatico moralismo, di un onore familiare ferocemente esclusivista che assimila la fedeltà coniugale alla 'roba', ai beni, al patrimonio, e fa della donna l'oggetto di un cieco puritanesimo di tipo mediterraneo, carico di ipocrisia al limite di un ottuso farisaismo laico." (Virdia [1976: 90]) Dopo la morte del padre, Marta, emarginata, accetta l'aiuto di Alvignani e si reca a Palermo, dove lavora - grazie appunto al deputato - in un collegio. Più per gratitudine che per amore Marta ha un rapporto erotico con Alvignani, e ne rimane incinta. Rocco, d'altra parte, appena guarito da una malattia e colpito da un lutto familiare (la morte della madre), la prega di tornare da lui. Anche dopo che Marta, in un primo momento contraria al ritorno dal marito, gli confessa il rapporto con Alvignani, Rocco insiste affinché rimanga con lui.

   L'influsso naturalista è evidente: la descrizione realistica di un ambiente meridionale, lo stile impersonale, il caso freddamente analizzato. E tuttavia, a parte il fatto che Marta è il primo dei personaggi esclusi creati da Pirandello (cfr. Luperini [1981: 144]), e a parte la modernità, quasi espressionistica di alcuni passaggi (cfr. ivi), il punto è che la logica causale del caso appare del tutto deformata: tale logica lascia il posto alla presa di coscienza dell' assurdo che non si lascia bloccare una volta per tutte dalla razionalità. "La situazione pirandelliana si manifesta qui in una duplice tensione di contrarii: Marta è condannata dal marito, dal padre, dall'opinione pubblica quando è innocente; quando invece è ‘colpevole’, viene assolta dal marito e sarà riaccolta in seno alla comunità." (Virdia [1976: 91])

   Il modo in cui Pirandello mette in crisi la filosofia positivista si oppone sia all'estetismo dannunziano, sia allo spiritualismo di Capuana, sia all'idealismo di Benedetto Croce (16),e questo per un motivo evidente: perché Pirandello, invece di cercare di conoscere, e cioè di strutturare,una volta per tutte la realtà alla luce di un sistema di pensiero più o meno definito, più o meno totalitario, più o meno mitizzante (la mitizzazione dell'artista, del vitalismo, in D'Annunzio), parte proprio dalla presa d'atto del carattere fluido, aperto, frantumato del reale, cioè delle situazioni, delle coscienze, dei personaggi, che non si lascia 'bloccare' definitivamente da nessun sistema 'chiuso' di pensiero.

   Una vita è il primo romanzo di Svevo, ed è preceduto da un lungo racconto, L'assassinio di Via Belpoggio (1890). La città di Svevo è Trieste: città periferica rispetto alle vicende italiane, ma cosmopolita, commerciale, borghese, 'di frontiera' (cfr. il bel libro Ara/Magris [1982]), ricchissima di fermenti culturali mitteleuropei. Inoltre, la prima formazione di Svevo si realizza, come per Pirandello, anche se per motivi diversi, in Germania (17). E tuttavia pure la cultura italiana e quella francese giocano un ruolo notevole: la lettura di Francesco De Sanctis spinge il giovane scrittore (tra il 1880 e il 1882) verso il realismo e il naturalismo: Zola viene letteralmente idolatrato. E l'influenza del realismo e del naturalismo è evidente ne L'assassinio di Via Belpoggio (fredda analisi di un omicidio e dei rimorsi che esso provoca) e in Una vita (concluso nel 1889, presentato all'editore Treves con il titolo di Un inetto, rifiutato, stampato nel '92 a spese dell'autore dall'editore triestino Vram). Una vita è la storia di un giovane, Alfonso Nitti, che lascia il suo paese e si trasferisce a Trieste. Trova lavoro presso una banca (la banca Maller & C.), conosce la figlia del direttore, Annetta Maller, la quale lo prega di collaborare alla stesura di un romanzo. I due hanno un rapporto erotico, e Annetta chiede ad Alfonso di allontanarsi dalla città affinché lei possa parlare con il padre di quanto è successo. Alfonso torna al suo paese, vi trova la madre morente, rimane presso di lei per due mesi, fino alla morte. Al suo ritorno a Trieste apprende che Annetta si è fidanzata con il cugino Macario. Inoltre, viene trasferito in un ufficio di minore importanza (e con stipendio più basso). Scrive ad Annetta, chiedendole un appuntamento. All'appuntamento si presenta il fratello della ragazza che sfida Alfonso a duello. Ma a tale duello non si giunge perché Alfonso decide di suicidarsi.

   I modelli del romanzo sono chiari: il Wilhelm Meister di Goethe e L'éducation sentimentale di Flaubert, per quanto riguarda la struttura del Bildungsroman; Le rouge et le noir di Stendhal, Père Goriot e Les illusions perdues di Balzac, Bel-Ami di Maupassant, per quanto riguarda il motivo del giovane provinciale deciso a raggiungere il successo nella città; i naturalisti e in particolare Zola, per quanto riguarda la descrizione precisa, documentaria degli ambienti sociali (media e piccola borghesia), del lavoro alla banca, del meccanismo della società capitalistica che isola, annulla l'individuo, specie se è il più debole (cfr. per tutte queste questioni, Baldi [1989: XII-XIII], Maxia [1981: 12-19], Lunetta [1972: 49-68]). Ma vi sono almeno due punti che incrinano tale quadro complessivo, introducono elementi eccentrici che saranno decisivi nelle opere seguenti dello scrittore. In primo luogo, la descrizione della nevrosi del protagonista. "Il protagonista si osserva, si palpa l'anima, si analizza continuamente, instancabile e cavilloso, in lunghi soliloqui; ma il narratore non lo lascia solo un istante, ne osserva con rancore le manovre, si introduce nei suoi monologhi, ne smaschera l'inveterata tendenza a compassionarsi e a circondare di alibi raffinatissimi le sue inadempienze" (Maxia [1981: 17-18]): l'analisi dei fenomeni psicologici lascia pensare a Freud, al quale del resto ben presto Svevo si accosterà. La tecnica narrativa inoltre "non è mai mera relazione di fatti o neutrale descrizione di ambienti, ma sempre dialettica e polemica contrapposizione di punti di vista: il protagonista oppone il suo punto di vista al mondo nel quale è costretto, suo malgrado, a vivere; e il narratore, a sua volta, ne oppone un altro suo proprio a quello del protagonista [...]." (Maxia, ivi: 14-15) Il secondo punto è costituito dal motivo del romanzo al quale Alfono e Annetta lavorano. Romanzo nel romanzo, romanzo da farsi: motivo ricorrente e fondamentale in tutta la narrativa moderna (basti pensare a Gide), ma non solo: si tratta di un aspetto basilare dell'ideologia di Svevo: la letteratura, la scrittura artistica svolge un ruolo di mediazione tra la realtà e l'individuo, la letteratura si va tematizzando quale strumento di conoscenza. Questo, si badi bene, senza togliere nulla all'importanza della scienza: l'interesse per i sistemi gnoseologici del reale è sempre presente in Svevo. Il punto è, come molto bene ha osservato Maxia (ivi: 8), il seguente: "se c'è una costante nella sua poetica dagli anni del noviziato letterario a quelli della maturità, questa può essere individuata nella convinzione che quando si afferma in campo scientifico e culturale una nuova ‘teoria’, l'arte ‘prima o poi ci si avvicinerà in colori e fantasie’, ossia la farà propria nei modi specifici del suo operare formale." Appunto: l'arte come strumento conoscitivo, come metafora epistemologica.

 

   Dunque, il nostro 'campo di tensioni' delinea da una parte la progressiva erosione della visione del mondo positivistica, dietro la spinta di fatti storici e culturali; dall'altra parte, il confronto fra alcuni modi paradigmatici in cui tale erosione si manifesta nella narrativa italiana: la 'fuga' in direzione spiritualistica e/o fiabesca (Capuana) e la messa in discussione del progresso storico (De Roberto), per quanto riguarda l'ambito verista; e poi l'esplodere dell'estetismo decadente, vitalistico, antidemocratico come 'risposta' alla prima forma di massificazione della cultura (D'Annunzio), base peraltro di quell' "interventismo della cultura", a cui avremo modo di accennare; ed infine il confronto aperto, si vorrebbe proprio dire laico, cioè privo di un'ideologia precostituita, con la realtà sociale e psichica, della quale vengono illuminati gli aspetti di scissione, di frantumazione, di alterità (Pirandello e Svevo): questa linea costituisce l'inizio del romanzo italiano moderno.

 

2. Dalla "età di Giolitti" al fascismo

   "Età giolittiana": si suole definire così il periodo che va dal 1901 al 1909 (cfr. Ragionieri [1976: 1866]), nel quale la figura politica dominante è appunto Antonio Giolitti (18). Vi è una vignetta dell'epoca (la ricavo da Gianni [1975: 169]) che mostra un Giolitti sdoppiato:

 

                                                                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

da una parte, Giolitti, su uno sfondo azzurro, ben vestito, con la bombetta, si rivolge ad un pubblico borghese; dall'altra parte, Giolitti, su uno sfondo rosso, vestito in modo dimesso, con un grande fiocco rosso, si rivolge ad un pubblico proletario. La vignetta riassume bene il "coraggioso disegno politico" (Procacci [1975: 463]) che lo statista cercò di realizzare.

   Giolitti si rese conto della necessità di una collaborazione fra liberali e socialisti, e dunque fra movimento operaio e borghesia. Scrisse nelle sue Memorie: "Eravamo all'inizio di un nuovo periodo storico. Nessuno poteva illudersi di impedire alle classi popolari di conquistare la loro parte di influenza nella vita dello stato. [...] Bisognava persuadere coi fatti le classi popolari che dalle istituzioni esse potevano ottenere assai di più che dai sogni riposti nell'avvenire. [...] Dipendeva da noi fare di queste classi un nuovo elemento di prosperità, oppure un turbine che travolgesse le fortune della patria." (cit. in Gianni [1975: 169]) Dunque: Giolitti prende atto del fatto che il movimento popolare (ed egli pensa sostanzialmente al movimento operaio, centrale per lo sviluppo industriale) e le organizzazioni popolari (in primo luogo il Partito socialista) costituiscono una realtà con cui fare i conti: la borghesia industriale ha tutto da guadagnare dai miglioramenti salariali per gli operai (e in effetti, nei primi quindici anni del secolo l'Italia si trasforma in paese industriale, basti solo pensare all'affermazione della Fiat (19)); d'altra parte, la classe operaia ha tutto da guadagnare se si inserisce nel sistema capitalistico e se il Partito socialista riesce a controllare le ali sovversive estremiste. Questo progetto crea contraddizioni nel Partito socialista: si profilano due correnti, quella dei riformisti e quella dei massimalisti (20) i primi a favore della collaborazione con Giolitti, i secondi a favore di una opposizione totale.

   Quella dei massimalisti non fu l'unica opposizione al progetto di Giolitti. I grandi proprietari fondiari dell'Italia del sud furono antigiolittiani, e così gli industriali della siderurgia. Ma, soprattutto, emerse una terza opposizione antigiolittiana, la più pericolosa: perché ambigua, perché contemporaneamente 'di destra' e 'di sinistra', perché fatta di socialismo rivoluzionario, di sindacalismo anarchico e di nazionalismo, e recepisce il pensiero di George Sorel (una discutibile mescolanza di Marx e di Nietzsche), perché fa propri gli aspetti più irrazionali del decadentismo, perché riesce a egemonizzare il malcontento di alcuni settori dell'alta borghesia, l'opposizione dei proprietari fondiari, le frustrazioni e le velleità nazionalistiche di molti intellettuali e delle classi medie (anche in rapporto con la delusione degli 'ideali del Risorgimento'). Da questa terza opposizione, non certo a caso, verrà il fondatore del fascismo, Benito Mussolini.

   Nel 1907-1908 importanti settori industriali (siderurgia, industria automobilistica, industria tessile) vivono una crisi dovuta sostanzialmente al fatto che le banche non sono in grado di pagare i crediti promessi, a causa di una depressione del mercato dei valori mobiliari che induce moltissimi risparmiatori a ritirare i propri risparmi (cfr. Castronovo [1975: 190-193]). La situazione viene parzialmente salvata dagli accordi fra gruppi industriali e bancari: nascono i trusts, e questo "contribuì notevolmente ad accelerare il già avanzatissimo processo di concentrazione monopolistica dell'apparato produttivo e industriale e, di conseguenza, a rendere lo Stato sempre più esposto alla pressione dei grandi trusts e delle industrie protette." (Procacci [1975: 472-473]) Un ulteriore colpo fu il terremoto che nel 1908 distrusse Messina e Reggio. E d'altra parte, l'Austria si annetteva la Bosnia-Erzegovina, e questo eccitava i nazionalisti italiani. Si crea così una "situazione dominata dall'incertezza e dall'irrequietudine", nella quale l'opposizione a Giolitti trova "naturalmente un terreno propizio" (Procacci, ivi: 473). A Firenze, nel 1910, nasce ufficialmente il partito dei nazionalisti, l'Associazione nazionalista italiana, sostenuta economicamente dai settori industriali legati alla produzione di armi. Bisogna notare che in politica estera Giolitti non annullò la "Triplice alleanza", ma al tempo stesso attuò un riavvicinamento dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra (una politica sostenuta dal re Vittorio Emanuele III). Contrario alla politica aggressiva di Crispi, Giolitti mirò piuttosto ad un economico  ingresso  italiano in Libia (che dipendeva dalla Turchia), dove la Banca di Roma stava investendo i propri capitali. I nazionalisti, nel congresso del 1910, chiedevano invece un deciso intervento militare in Libia.

   Nel settembre del 1911 Giolitti cede e dichiara guerra alla Turchia, una guerra che si conclude l'anno successivo con il riconoscimento dell'autorità italiana sul tratto da Tripoli a Bengàsi. Tale impresa scatena l'opposizione violenta non solo della sinistra massimalista, ma anche della destra nazionalista, che si aspettava qualcosa di più. Giolitti si destreggia: chiede a Bissolati, socialista riformista, di entrare nel governo. Bissolati rifiuta, ma l'orientamento verso la sinistra da parte di Giolitti rimane, e determina la più importante delle sue riforme: il 25 maggio 1912 il parlamento approva la legge che introduce il suffragio universale maschile. A partire da questo momento le masse (maschili!) entrano nella vita democratico-parlamentare. L'anno successivo hanno luogo le elezioni, e Giolitti non si oppone al così detto Patto Gentiloni. Chiamato così dal nome del presidente dell'Unione elettorale cattolica, il 'patto' significa che nei collegi elettorali in cui si profila possibile la vittoria di un candidato di sinistra, i cattolici si impegnano a votare per i candidati liberali, a patto però che tali candidati siano contrari all'introduzione del divorzio e all'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole (Procacci [1975: 479]). Questo 'patto' ha un significato contingente ed un significato generale: sul piano contingente esso gioca un notevole ruolo nella vittoria elettorale di Giolitti, sul piano generale esso segna l'ingresso effettivo dei cattolici nella vita politica dell'Italia dopo l'Unità. (21)

   La vittoria elettorale giovò poco a Giolitti, perché la maggioranza vincente era ibrida: clericali e anticlericali, liberali giolittiani e liberali di tendenze nazionaliste ed autoritarie. E così, per es., nella discussione sul bilancio dell'impresa libica il governo fu confortato dalla maggioranza, ma il progetto di legge di Finocchiaro Aprile sulla precedenza del matriomonio civile nei confronti di quello religioso fu bocciato dal parlamento (Ragionieri [1976: 1960]). Giolitti si dimise, nel marzo 1914 diventò presidente del Consiglio Antonio Salandra, tra l'altro il più deciso avversario del divorzio fra i liberali (Ragionieri: ivi).

   Dal marzo 1914 al 24 maggio 1915 (data dell'intervento italiano nella guerra mondiale) prima la così detta "settimana rossa", poi appunto la questione dell'intervento nel conflitto mondiale caratterizzano la vita politica. Nel giugno del 1914 un moto popolare spontaneo divampò nelle Marche e in Romagna. Il Partito socialista fu assolutamente incapace di dirigere il moto, che si spense dopo una settimana, mentre l'alta borghesia e il re cominciavano a maturare la convinzione della necessità di provvedimenti ben più autoritari di quelli di Giolitti. Poi a luglio l'attentato di Serajevo: è il momento dei nazionalisti (e dei gruppi industriali ad essi legati), di una gran parte di intellettuali (D'Annunzio tiene discorsi di fuoco), di studenti, di scatenate torme di piccolo-borghesi, persino di alcuni cattolici che si schierano a favore dell'intervento, è il momento del voltafaccia di Mussolini che da socialista rivoluzionario diventa acceso nazionalista. E tuttavia, come osserva Procacci, il fronte interventista era minoritario nel paese e nel parlamento: i socialisti, e dunque le masse popolari da essi influenzate, furono e rimasero contrari, contrari erano in maggioranza i cattolici, contrario era Giolitti, figura pur sempre prestigiosa e autorevole, il quale riteneva che la neutralità, peraltro garantita dal patto della Triplice alleanza (22), avrebbe potuto in seguito essere ricompensata dall'Austria, contraria era anche una parte del mondo finanziario (la Banca commerciale aveva capitali tedeschi). Ed invece nell'aprile del 1915 il governo, sostenuto dalla monarchia e senza informarne preventivamente il parlamento, con il Patto di Londra si impegnò ad entrare in guerra contro gli Imperi Centrali, "dietro la promessa ricevuta che, a vittoria conseguita, l'Italia avrebbe ottenuto il Trentino, con il Tirolo meridionale, Trieste e la Dalmazia, con esclusione della città di Fiume" (Procacci [1975: 482]). Sicché le manifestazioni di studenti e piccolo-borghesi, che osannavano alla guerra, che inveivano contro Giolitti, e che avrebbero potuto essere disperse dalla polizia, così come erano state disperse le manifestazioni di segno opposto dei contadini e degli operai, in realtà "furono incoraggiate nella loro azione [...] perché il governo e la corte avevano già deciso di servirsi di esse per conferire un qualche crisma di volontà popolare alla decisione che avevano preso, stipulando il Patto di Londra all'insaputa del parlamento e del paese." (Procacci, ivi: 483-484) Perché? Perché si pensava che la guerra si sarebbe conclusa in breve tempo? Forse, ma "l'elemento decisivo fu probabilmente la convinzione che una guerra breve e vittoriosa avrebbe facilitato, mediante l'instaurazione di una maggiore disciplina nel paese, un'involuzione in senso autoritario [...] dello Stato, avrebbe dato respiro alle forze della conservazione e dell'ordine costituito e allontanato le minacce sovversive. L'intervento fu perciò anche - e si sarebbe tentati di dire soprattutto - un atto di politica interna, una sorta di piccolo colpo di Stato appena rivestito di forme di legalità. I pieni poteri al governo furono votati infatti dal Parlamento con larghissima maggioranza, ma si trattava di un Parlamento che, stretto tra le pressioni dell'Esecutivo e quelle della piazza, aveva ormai perduto la sua libertà." (Procacci, ivi: 484)

   Ciò che accade nel primo dopoguerra ben si spiega alla luce di questa tesi e, in generale, della situazione politica e socio-economica degli ultimi anni dell'età giolittiana e del breve periodo che segue. Il mondo liberale si va sfaldando, perché nascono "organizzazioni di vario tipo e di diverso orientamento", le quali hanno in comune il fatto di porsi fuori e in antagonismo nei confronti del quadro tradizionale: "Si trattava, fondamentalmente, di gruppi che avevano in comune l'ostilità alla gestione dello Stato così come essa si era venuta delineando [...], portatori di esigenze e spinte spesso anche torbide ed equivoche, tendenti all'eversione assai più che al rinnovamento" (Ragionieri [1976: 1991]). La riforma elettorale di Giolitti, lo sviluppo del movimento socialista e del movimento nazionalista segnano l'ingresso delle masse nella vita politica. La guerra, "la prima grande esperienza collettiva del popolo italiano" (Procacci [1975: 489]), amplia ulteriormente questo ingresso, ma determina anche conseguenze che esploderanno dopo il conflitto. Molto bene scrive Procacci (ivi): "[...] d'ora in poi quando un contadino dovrà pensare alla 'patria', il suo pensiero correrà spontaneamente alla sola che egli avesse conosciuto, quella delle stellette e delle trincee, dei sacrifici e delle umiliazioni. Per contro nella mente del piccolo borghese, dell'ufficiale di complemento, il concetto di patria, sia pure con segno inverso, rimarrà associato con quello della guerra: l'Italia sarà per lui l'Italia di Vittorio Veneto, celebrata con tutti gli orpelli della retorica dannunziana. Si formavano così due tipi di blocchi psicologici: per gli uni essere italiani, essere patrioti significava anche essere dannunziani e interventisti; per gli altri essere democratici, rivoluzionari, essere repubblicani significava anche, in maggiore o minor misura, essere rinunciatari [...]."

   I reduci, i soldati ritornati dalla guerra, sia gli appartenenti ai ceti popolari sia gli appartenenti alla piccola e media borghesia, si trovarono a vivere in una situazione di malessere, miseria, disoccupazione, e protestarono militando nei partiti. E così cambiarono le dimensioni dei partiti, che diventarono effettivamente partiti di massa, non solo il Partito socialista, ma anche il cattolico Partito popolare, fondato nel 1919 dal sacerdote Luigi Sturzo. Inoltre, nello stesso 1919 nacquero l'Associazione degli arditi d'Italia ed altre associazioni di combattenti e di reduci. Le decisioni riguardanti l'Italia prese alla conferenza di Versailles vennero criticate dai nazionalisti, perché l'Italia non otteneva né la Dalmazia né la città di Fiume. Nasceva così il mito della 'vittoria mutilata', D'annunzio nel settembre del 1919 occupò Fiume con un reparto di militari, e solo alla fine del 1920 il governo impose con la forza lo sgombero della città. Da parte operaia, si ebbe il così detto 'biennio rosso' (1919-1920): una serie di scioperi e l'occupazione delle fabbriche, non solo a Torino, che fu chiamata la "Pietrogrado d'Italia", ma anche a Firenze, a Napoli, a Palermo, un'occupazione caratterizzata dal fatto che gli operai non interruppero la produzione, ma tentarono un esperimento di autogestione, organizzandosi in 'consigli di fabbrica' su suggestione dei soviet russi, e con terrore degli industriali e dei ceti medi.

   Nel clima incandescente del dopoguerra due fatti si impongono. Il 21 gennaio 1921, nel Congresso di Livorno, una frazione del Partito socialista, costituita dal gruppo ruotante intorno al giornale "Il Soviet", capeggiato da Amadeo Bordiga, e dal gruppo ruotante intorno al giornale "Ordine Nuovo", il cui più importante esponente era Antonio Gramsci, si separa e fonda il Partito comunista d'Italia (poi a partire dal 1926 Partito comunista italiano). Chiara conseguenza della rivoluzione russa e della fondazione (nel 1919) della Terza Internazionale. In secondo luogo, nel 1919 Mussolini fonda a Milano i fasci di combattimento, dal 1921 Partito nazionale fascista. Comincia effettivamente l'agonia dello stato liberale (nulla può fare l'ultimo ministero Giolitti, dal giugno 1920 fino al luglio 1921, quando diventa presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi), si diffonde sempre più (e solo nel secondo dopoguerra, dinanzi agli orrori perpetrati dai regimi totalitari, vi sarà un cambiamento di rotta) una completa sfiducia nel sistema democratico-parlamentare, sfiducia che caratterizza non solamente il giovane movimento comunista ma un po' tutte le forze ideologiche e politiche in campo (23).

   Al fascismo riesce ciò che agli altri movimenti non riesce, né, forse, poteva riuscire: unire intorno a sé un blocco di soggetti e forze sociali, l'alta borghesia e i proprietari fondiari, i nazionalisti, gran parte dei reduci, la frustrata media e piccola borghesia, le gerarchie della chiesa cattolica (che si allontanano sempre più dal pur cattolico Partito popolare), la monarchia (e questo significa anche l'aristocrazia), e quindi l'esercito. Il fascismo sfrutta la paura del comunismo e le divisioni e le incertezze all'interno dei partiti di sinistra, sfrutta i metodi violenti che colpiscono, sorprendono, disorientano le masse, sfrutta la crisi economica e ideale del dopoguerra, ma soprattutto sfrutta il fatto che la tentazione del governo forte fin dal periodo di Crispi cova in ampi settori delle classi dirigenti e negli ambienti della monarchia: quel 'colpo di stato appena rivestito di forme di legalità', come dice Procacci, che aveva portato all'intervento italiano nel conflitto mondiale, ne era un chiaro segno. E del resto, ancora un colpo di stato, appena rivestito di forme di legalità, sarà l'operazione con cui il re, nel 1943, si libererà del duce del fascismo, diventato ormai inutile e ingombrante.

   Il 27 ottobre 1922, quando Mussolini annuncia che le sue camicie nere marciano su Roma, il presidente del Consiglio, Luigi Facta, propone al re di firmare il decreto di stato d'assedio. Il gesto di Vittorio Emanuele III, rifiutare di firmare il decreto ed invitare Mussolini a formare il nuovo governo, costituisce il momento in cui tutti i punti che abbiamo sommariamente visto in precedenza si completano in modo emblematico. Mussolini giunse a Roma da Milano il 30 ottobre, e quella che fu chiamata "marcia su Roma", a parte le solite violenze, fu solo una buffonata.

   Dal 1922 al 1925 Mussolini cercò di governare insieme con alcuni esponenti degli altri partiti (anche del Partito socialista) e accettando l'opposizione. Ma il suo programma era ben altro che un regime parlamentare. Già il 14 novembre 1922 Luigi Cesena, un liberale-democratico, scriveva nel "Giornale d'Italia": " [...] se i pieni poteri non gli [a Mussolini] vengono concessi, egli se li prenderà ugualmente: non si compie una rivoluzione per poi arrestarsi dinanzi a delle prescrizioni statuarie che gli avvenimenti hanno dimostrato insufficienti per tenere a freno i pazzi anche muniti della medaglietta di deputato." (Salvatorelli/Mira: [1972, vol. 1: 249]) Mussolini stesso dice in un discorso dell'8 gennaio 1923: "Non si torna più indietro. Ciò che è stato è irrevocabile! Tutte le vecchie classi, i vecchi partiti, i vecchi uomini e le più o meno antiquate cariatidi sono state spazzate dalla rivoluzione fascista, e nessun prodigio potrà ricomporre questi cocci che devono passare al museo delle cose più o meno venerande." (ivi: 277)

   Il 25 gennaio 1924 il re sciolse la Camera e indisse nuove elezioni. Si cercava cioè un riconoscimento elettorale, e quindi una maggioranza di deputati di fede fascista. Il 28 gennaio, in una delle prime adunate a Piazza Venezia, "Mussolini [...] riaffermò l'intransigenza ideale del fascismo, negazione 'di tutta la ideologia societaria, democratoide e socialistoide'. [...] E concluse: 'Noi, quando si tratta della patria, quando si tratta del fascismo, siamo pronti a uccidere e a morire'." (ivi: 307)

   Le elezioni, organizzate in modo tale da assicurare la maggioranza ai deputati fascisti, furono precedute e seguite da violenze nei confronti degli oppositori. Questo fu denunciato dal deputato socialista Giacomo Matteotti in un vibrante discorso alla Camera, il 30 maggio. Il 10 giugno Matteotti fu rapito (la sua salma fu ritrovata il 16 agosto). I deputati dell'opposizione decisero di astenersi dai lavori parlamentari fino a che non fosse reintegrata l'autorità della legge (questo gesto fu chiamato secessione dell'Aventino). Grazie alle violenze, alle prime forme di controllo della stampa, alla complicità della monarchia, Mussolini riuscì a superare la crisi e il 3 gennaio 1925 potè permettersi di affermare impunemente in una seduta della Camera: "Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. [...] Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!" (ivi: 355).

   Nel corso del 1925 e del 1926 il regime dittatoriale si stabilizza, con l'abolizione delle libertà costituzionali, lo scioglimento dei partiti (escluso, naturalmente, quello fascista), l'istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello stato, le violenze e i processi contro gli oppositori. Ed infine, l'11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmano, dopo trattative, proposte e schemi (24), i Patti del Laterano. Lo stato italiano, tra l'altro, riconosce alla Santa Sede la sovranità sul Vaticano (articolo 3), riconosce la religione cattolica apostolica e romana come l'unica religione dello stato (articolo 1), riconosce al sacramento del matrimonio disciplinato dal diritto canonico gli effetti civili (articolo 34); la chiesa riconosce il Regno d'Italia, sotto la dinastia di casa Savoia, e con Roma come capitale (articolo 26). Mussolini diventa "l'uomo della Provvidenza", cioè la chiesa si aggiunge al blocco costituito dagli industriali, dai proprietari fondiari, dalla monarchia. La strada verso il consenso di massa al regime è ormai aperta.

   Sul piano economico-sociale strumento per la creazione del consenso furono la "battaglia del grano", la "bonifica integrale", lo sviluppo dei lavori pubblici e le "Corporazioni". Negli anni dal 1922 al 1926 le spese per le importazioni di grano avevano costituito il 15 per cento del totale delle importazioni italiane, pesando notevolmente sul bilancio dello stato (cfr. Castronovo [1975: 276]) (25). La "battaglia del grano", "intorno alla quale il regime fece sfoggio di un primo autentico apparato propagandistico di massa" (ivi), cominciò nel 1925, mirò, e con successo indiscutibile, ad aumentare la produzione nazionale di grano attraverso l'aumento di rendimento degli agricoltori e la trasformazione di zone paludose in zone adatte alla coltivazione di grano. La "bonifica integrale" si agganciò a tale battaglia, in quanto non solo mirò "alla sistemazione con opere pubbliche di terreni paludosi, alla regolazione delle acque, a rimboscamenti, a costruzioni stradali", ma anche integrò tutto ciò con "obbligatorie opere private d'irrigazione, costruzioni rurali, dissodamenti, piantagioni e via dicendo, in modo da rendere i terreni regolarmente coltivabili e atti all'insediamento stabile di popolazione contadina." (Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 564]) Le opere di bonifica diedero lavoro a migliaia di persone, e in tale direzione andò anche lo sviluppo dei lavori pubblici, soprattutto per quanto riguarda il rifacimento delle strade e l'organizzazione della rete stradale, per quanto riguarda la organizzazione della rete ferroviaria (furono, tra l'altro, raddoppiati i binari, eletttrificate le linee, condotte a termine le linee dirette Bologna-Firenze e Roma-Napoli, e nacque il motto secondo cui "i treni arrivano in orario", cfr. per tutto ciò Salvatorelli/Mira, ivi: 568), per quanto riguarda la costruzione di scuole e case popolari. A parte la mania di grandezza (non priva di cattivo gusto) che caratterizzò le imprese urbanistiche, specie a Roma ("Tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente come fu ai tempi del primo impero di Augusto", disse Mussolini il 31 dicembre 1925, cfr. ivi: 570), l'aspetto negativo dei lavori pubblici fu la corruzione. Conviene citare a tale proposito l'ottima sintesi di Salvatorelli/Mira (ivi: 567):

Come ogni regime dispotico, il fascismo doveva premiare e mantener fedeli molti benemeriti del regime, molti sovventori del partito, e non permettendo la libera formazione delle idee e delle fedi, doveva legare a sé molta gente, oltre che con l'obbedienza coatta, con l'interesse. Gli imprenditori di lavori edilizi, ferroviari, idraulici, portuali ecc. ebbero sotto il fascismo anni di lauti guadagni; molti gerarchi del regime ne trassero leciti ed illeciti profitti; una parte della burocrazia, specie quella che s'occupava di appalti, commesse, collaudi, non era insensibile alla tentazione dei regali. [...] Sotto il fascismo le voci di corruttela negli organi del governo e dell'amministrazione diventarono sempre piú frequenti ed insistenti; finché vi fu un resto di libertà di stampa esse presero corpo anche in pubbliche accuse e denunzie; poi rimasero, fino alla caduta del regime, un incessante e sempre piú diffuso argomento di discredito, di rancore, di disprezzo. Il divieto di ogni critica al governo, il silenzio dei governanti stessi sullo scabroso tema, la sfiducia nella giustizia, la persecuzione di ogni avversario coraggioso, lo stile del regime, gonfio di retorica e ammorbato d'insincerità, aggravavano il male. Ma il malcostume è inscindibile dai regimi di servitú, e il ricordo delle grandi opere pubbliche del fascismo è strettamente legato a quello della sua corruttela.

 

   Nel 1925 fu fondato il "Consiglio nazionale delle Corporazioni" che ebbe il suo effettivo collaudo a partire dal 1930. Già nel 1921 Mussolini aveva scritto che la società capitalistica "ha realizzato quel tanto di socialismo che le poteva giovare e non vi saranno ulteriori progressi in questa direzione." E ancora: "Il capitalismo non è soltanto un apparato di sfruttamento [...]: è una gerarchia; non è soltanto una rapace accumulazione di ricchezza: è una elaborazione di valori, fattasi attraverso i secoli. Valori oggi insostituibili" (cit. in Castronovo [1975: 239]). Come dovevano entrare tali valori nello stato fascista? E in quale direzione si doveva andare, dato che ormai il socialismo non poteva più giovare? La risposta, a partire appunto dal 1925, fu che gli interessi del capitale e della produzione dovevano essere identificati con gli interessi della nazione, doveva trattarsi dunque di interessi "disciplinati", e i lavoratori - come disse Mussolini in un discorso agli operai di Milano nel 1934 - "dovevano entrare sempre piú intimamente a conoscere il processo produttivo e a partecipare alla sua necessaria disciplina", giacché la giustizia sociale era "l'uguaglianza verace e profonda di tutti gli individui di fronte al lavoro e di fronte alla nazione" (cfr. Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 589]). Le Corporazioni erano appunto gli organi, dello stato, che dovevano rappresentare, garantire, disciplinare l'unità di intenti nazionali tanto dei datori di lavoro quanto dei lavoratori, intenti che esse collegavano. Secondo il regime, le Corporazioni dovevano rappresentare il superamento del liberalismo e del socialismo, in quanto mediavano fra capitale e lavoro, e 'costringevano' l'iniziativa privata a fare i conti con le esigenze della nazione, eliminando così la componente individualistica dell'economia classica e contemporaneamente le ragioni stesse della lotta di classe di stampo marxista.

   Dicevo che il collaudo del sistema corporativo si ebbe a partire dal 1930 (di collaudo parlò il ministro delle Corporazioni, Bottai, nel 1931). Infatti, tale sistema giocò il suo ruolo nella risposta del regime alla crisi economica mondiale del 1929 (per uno sguardo sulla crisi del '29, cfr. Storaci (a cura di) [1983], per quanto riguarda la crisi in Italia, cfr. Castronovo [1975: 284-295]).

   In sostanza: il regime superò la crisi intervenendo direttamente a favore delle industrie con il denaro dello stato, giacché erano gli industriali stessi che, abbandonati gli indirizzi liberali, chiedevano aiuto, cioè finanziamento, allo stato. D'altra parte, grazie all'azione delle Corporazioni, i grandi gruppi industriali - come la Fiat e la Montecatini - ebbero la possibilità di premere sullo stato, al fine di rafforzarsi sempre di più, e di mantenere bassi i salari degli operai. "Le superstiti resistenze che essi potevano incontrare da parte della burocrazia e dell'amministrazione statale erano facilmente aggirate nel clima di dilagante corruzione che siffatta compenetrazione tra Stato, partito e Corporazioni aumentava e favoriva." (Procacci [1975: 517])

   Sul piano culturale il fascismo cercò di esercitare il suo controllo con l'Accademia d'Italia (fondata il 25 marzo 1926), che comprendeva rappresentanti non solo delle scienze fisiche e morali, ma anche delle arti e delle lettere, e con le ingerenze nella scuola e nell'università, le quali ultime giunsero (1931) all'obbligo per i professori universitari di giuramento secondo la formula "Giuro di essere fedele al re, ai suoi reali successori, al regime fascista [...]". Solo tredici professori rifiutarono di giurare, i nomi di questi benemeriti sono in Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 532].

   Ma la cultura non era soltanto costituita da accademie (più tardi da Istituti di cultura fascisti) e dalle università (dove compariranno pure cattedre di mistica fascista): la cultura era anche la letteratura rispetto alla quale, come ha notato Alberto Moravia, il fascismo si mostrò impreparato. Fu proprio la letteratura, più specificamente il romanzo, e proprio a partire dal 1929, con Gli indifferenti di Moravia, a dare enorme fastidio al 'grandioso' regime. (Sulla opinione di Moravia a proposito della impreparazione fascista rispetto alla letteratura, su Gli indifferenti e sulla reazione fascista al romanzo si veda Il bisogno di personaggi e la tragedia impossibile) E alla letteratura vogliamo ora tornare.

 

 

3. Riviste, frammento, romanzo

 

 

   Fenomeno centrale della cultura nel periodo schizzato nel paragrafo precedente è costituito dalle riviste. Uno sguardo, anche se sommario, ad alcune significative riviste ci permetterà di cogliere gli aspetti ideologici e letterari (come sempre, l'interesse sarà per la narrativa, per la questione del romanzo) del periodo che va dall'età di Giolitti alla costituzione dello stato totalitario.

   Firenze è il centro delle riviste di cui parleremo. Giuseppe Prezzolini (1882-1982) e Giovanni Papini (1881-1956) fondarono e diressero "Il Leonardo" (1903-1907). Il programma culturale di questa rivista si concretizzava nell'esaltazione di un individualismo tanto generico quanto esasperato, aperto a molti altri 'ismi': idealismo, relativismo, occultismo. In realtà, come disse Prezzolini, l'unificazione della rivista si basava più sugli "odî" che sui "fini comuni" (Tateo/Valerio/Pappalardo [1985, vol. 3, tomo I: 424]). E gli odî erano per il sistema di Giolitti, la classe operaia e le sue organizzazioni, la civiltà industriale, il positivismo e il verismo. Né va trascurata l'affermazione del diritto italiano al "primato", un primato che Papini intendeva, almeno in un primo momento, come fatto culturale, come primato nella cultura europea, non primato di tipo politico ed economico.

   Politico ed economico era invece il primato che auspicava per l'Italia "Il Regno" (1903-1906), fondato da Enrico Corradini (1865-1935). In questa rivista vennero elaborati alcuni miti della ideologia nazionalistica (tra gli altri quello della "nazione proletaria", che ebbe fortuna; su tali miti si fonda la direzione conservatrice del populismo in Italia, si veda in proposito "Andare verso il popolo": populismo e alienazione, sul racconto Andare verso il popolo e sul romanzo La romana di Alberto Moravia), e anche qui era presente l'avversione per la "mentalità democratica", per la collaborazione fra borghesia liberale e socialisti riformisti. Si riteneva necessaria una "riforma morale", e gli intellettuali dovevano farsene promotori, assumendosi il compito di educatori, rivalutando così la funzione politica della cultura.

   "Hermes" (1904-1906), fondata da Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), partiva da un esplicito interesse per la letteratura e da una dichiarata ammirazione per D'Annunzio. Ma il discorso letterario era base di un discorso politico, fondato sull'estetismo, sul nazionalismo, sulla affermazione della superiorità della razza latina, in vista di un preteso riscatto della nazione italiana.

   Nel 1908 Prezzolini e Papini fondarono "La Voce". La storia e le trasformazioni di questa rivista sono interessanti. A "La Voce" collaborò Gaetano Salvemini (1873-1957), figura di spicco dell'opposizione democratica a Giolitti. Quando nel 1911 scoppiò la guerra di Libia, Salvemini fu decisamente contro la guerra, mentre Prezzolini intendeva mantenere una posizione neutrale. Salvemini lasciò la rivista e ne fondò un'altra, "L'Unità", nel 1911. Prezzolini diresse "La Voce" fino al 1914 (ad eccezione di un breve periodo, 4 aprile - 31 ottobre 1912, in cui direttore fu Papini, il quale nel dicembre dello stesso anno fondò insieme con Ardengo Soffici (1879-1965) ancora una rivista, "Lacerba": vicina in un primo momento al futurismo, cessò le pubblicazioni nel maggio 1915); dal 1914 al 1916 "La Voce" fu diretta da Giuseppe De Robertis (1888-1963), che la trasformò in rivista letteraria, sostenitrice dell' autonomia della letteratura.

   In sostanza, le fasi della storia della rivista sono due: la prima sotto la direzione Prezzolini (in un primo tempo con l'influenza di Salvemini), la seconda sotto la direzione di De Robertis.

   La prima fase è caratterizzata, per così dire, da una doppia faccia. Da una parte, la solita polemica contro la democrazia parlamentare, il socialismo, la decadenza morale della nazione, là dove però (e qui si nota la presenza di Salvemini) largo spazio trovano concrete questioni sociali e politiche: scuola e università, problema meridionale, problema della burocrazia, problema del suffragio universale (su questi temi si fondava l'opposizione democratica di Salvemini). Dall'altra parte, la rivista sostiene la necessità di un rinnovamento culturale, si occupa delle maggiori correnti del pensiero contemporaneo, e rinuncia programmaticamente a qualsiasi 'ortodossia unitaria', cioè non vuole avere un orientamento unitario, vuole piuttosto essere luogo di incontro e di confronto dialettico fra diverse esperienze intellettuali, evitando le posizioni intolleranti. Questo perché ciò che veramente conta è l'azione culturale, e non la militanza politica: gli intellettuali devono studiare, confrontarsi, illuminare le vie per la formazione di una nuova classe politica dirigente. Chiara è dunque anche qui la convinzione del primato della cultura, ma in forme non provinciali e non dogmatiche.

   Fermiamoci per il momento qui. Ciò che le riviste mettono in luce è un fronte intellettuale avverso allo stato liberale, e al tempo stesso 'organico' in buona parte a settori delle classi dominanti (basti pensare che i nazionalisti, come già notato, vengono sostenuti dalle industrie siderurgiche). Luperini [1981: 49-50] ha inquadrato ottimamente il fenomeno:

 

Nel sistema borghese si apre - ed è anche questo un fenomeno storico nuovo - la possibilità di una contraddizione fra classe dominante e ceto intellettuale, come conseguenza dello stesso sviluppo delle forze produttive: la classe dominante e il suo ceto politico lasciano ancora qualche margine d'autonoma iniziativa agli intellettuali per esercitare attraverso di essi il proprio dominio sociale e conquistare il consenso, ma nello stesso tempo producono una loro crescita e massificazione che suscita in essi malcontento e aperta insofferenza, anche perché il blocco corporativo fra settori capitalistici dell'industria e classe operaia del Nord (voluto da Giolitti) tende a sacrificare i ceti sociali non protetti e quindi a emarginare consistenti strati della piccola borghesia (soprattutto contadina, ma anche del ceto medio intellettuale).

 Si spiega così l'ambivalenza del comportamento degli intellettuali del primo Novecento, del loro sovversivismo oscillante fra l'espressione delle istanze più radicali della classe dominante e la polemica contro di questa, sorretta prevalentemente da spinte anarcoidi, nelle quali si manifesta però un reale disagio sociale.

L'esigenza di impegno che tutte le riviste giovanili mostrano nei primi anni del secolo sino allo scoppio della prima guerra mondiale nasce dalla coscienza che gli intellettuali possono, in quanto tali, avere ancora una funzione sociale, anche se (s'intuisce) diversa dal passato: di qui il successo di una formula pubblicistica (la rivista di politica e di cultura) destinata ad avere un notevole sviluppo in epoca più recente.

 

 

   Tale volontà di protagonismo da parte degli intellettuali trova il punto d'arrivo nella mobilitazione a favore dell'intervento italiano nella guerra mondiale: in nome di ragioni economiche (l'espansionismo determinerà la prosperità) e di prestigio (l'Italia deve raggiungere una posizione di forza fra gli stati europei, sono argomenti, questo e il precedente, già elaborati da "Il Regno"); in nome di ragioni morali (la guerra determinerà uno sviluppo delle virtù umane, è un argomento de "La Voce"); in nome della "igiene del mondo", cioè la guerra è la necessaria medicina per una età di decadenza e di corruzione (così pensano i futuristi); in nome della necessità di portare a compimento l'unità nazionale e gli ideali del Risorgimento (è la tesi di Salvemini). In ogni caso: l'opposizione a Giolitti, o ancora di più: l'avversione, l'odio e il livore nei confronti dei parlamento, del socialismo, della politica giolittiana a favore di una collaborazione fra liberali e socialisti riformisti, costituiscono il cemento della propaganda interventista che riesce a conquistare strati dell'opinione pubblica, anche se non la maggioranza.

   E tuttavia, proprio la seconda fase de "La Voce", quella della direzione di De Robertis, segna una inversione di tendenza. Ma prima è necessario dire che neutralista (avversario dell'intervento italiano nella guerra mondiale) fu Benedetto Croce (1866-1952). Ed è giunto il momento di spendere qualche parola su di lui. Giustamente ha osservato Guglielmino [1971: I/78]:

 

Sin dai primi anni del secolo ha inizio l'attività di Benedetto Croce: con una vastità di interessi - dalla filosofia alla storiografia, dall'estetica alla critica - e di produzione veramente rara, ed un'importanza fondamentale nella cultura del Novecento. Si tratta di un impegno culturale e politico perseguito, senza riposo, per quasi mezzo secolo, di una disciplina intellettuale che è anzitutto - al di là di ogni polemica - un alto esempio etico.

 

   Dato che stiamo parlando di riviste, diciamo subito che dal 1903 al 1944 l'impegno di Croce fu in buona parte rappresentato da "La Critica", la sua rivista di storia, letteratura e filosofia. Ancora una volta mi sembra adeguato citare l'ottima sintesi di Guglielmino (ivi: I/79):

 

Le pagine della rivista [...] registrarono le tappe fondamentali dell'azione politica crociana: il dibattito con la cultura irrazionalistica italiana (riviste fiorentine) ed europea; la polemica contro il *tradimento dei chierici+, contro cioè quella cultura che dall'irrazionalismo era approdata all'attivismo interventista; lo scontro con Gentile che dalle iniziali posizioni era diventato il teorico del fascismo. In seguito (e sia pure con le cautele imposte dalla situazione del ventennio) La Critica fu la pubblicazione più seria della cultura di opposizione: quelle pagine, lette col complesso stato d'animo col quale ci si accosta al proibito, furono scuola di libertà per una generazione di intellettuali.

 

   Per capire Croce bisogna andare un po' indietro nel tempo e ricordare una scuola di tendenza hegeliana che si costituì a Napoli verso il 1840-50, scuola a cui appartenne, tra gli altri, Francesco De Sanctis. Tale tendenza filosofica non si estinse del tutto neppure nel periodo di egemonia positivista, e ad essa si collega appunto Croce. Inoltre, bisogna tenere ben presenti gli interessi storiografici del filosofo (Teoria e storia della storiografia, 1917, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, 1928, Storia d'Europa nel secolo XIX, 1932, La storia come pensiero e come azione, 1938), là dove l'interesse filosofico è in rapporto con il tentativo di capire il valore della storia; e ancora non bisogna dimenticare che in un primo momento Croce fu vicino al marxismo e al socialismo (fu allievo del filosofo marxista Antonio Labriola), e poi ebbe interesse per le teorie di Sorel. L'amicizia con Giovanni Gentile (26) indusse Croce a riesaminare il pensiero di Hegel e ad allontanarsi dal socialismo. Il distacco dal socialismo lo portò a posizioni conservatrici e, dopo la guerra, nel periodo di agonia dello stato liberale, a considerare il fascismo come un movimento in grado di restaurare l'autorità dello stato contro la disgregazione sovversiva.        

   Quando, a partire come abbiamo visto dal 1925, il fascismo mostrò la sua natura totalitaria, Croce divenne oppositore, ruppe l'amicizia con Gentile, rivalutò la visione del mondo liberale, come fondamentale forma ideologico-politica, come "religione della libertà", e nel Partito liberale militerà dopo la seconda guerra mondiale.

   La "filosofia dello spirito" di Croce si articola su due aspetti "teoretici" ("estetica" e "logica"), che rappresentano l'attività conoscitiva, e due aspetti "pratici" ("economia" e "morale"), che rappresentano l'attività di concreta trasformazione della realtà. La dialettica che caratterizza i rapporti fra le categorie non è solo di opposizione (opposizione vi è all'interno delle categorie, nel senso che, per es., "bello" e "brutto", che appartengono all'attività estetica, si oppongono fra di loro, e così fanno "vero" e "falso", all'interno della logica, "utile" e "inutile", all'interno della economia, "buono" e "cattivo", all'interno della "morale"), ma anche di distinzione, nel senso che "bello", "vero", "utile", "buono" non si negano, non si superano, ma rimangono dei "distinti". Il legame consequenziale fra tali "distinti" è dato dal fatto che essi si implicano secondo una direzione ben precisa: la logica, il momento di riflessione filosofica, implica l'estetica, il momento di intuizione tipico dell'arte, sicché può esistere intuizione estetica senza logica, non può esistere logica senza intuizione; e così può esistere l'utile senza la morale, ma non può esistere la morale senza la consapevolezza dell'utile. Questi rapporti di implicazione (anche al macrolivello: attività teoretica e attività pratica si implicano in una sorta di moto circolare) assicurano la unitarietà dialettica della vita dello spirito. E l'estetica si pone chiaramente alla base, come attività anteriore, prioritaria. Estetica, cioè arte, significa intuizione, significa espressione di immagini, significa cogliere l'individuale; dopo viene il momento logico, critico, la distinzione fra vero e falso. Il critico d'arte deve innanzi tutto 'sentire', rivivere, la fase intuitiva dell'artista, e quindi giudicare fino a che punto l'artista sia riuscito a concretizzare l'intuizione liberandola da ogni 'sovrastruttura' ideologica e morale.

   Il sistema razionale e idealistico di Croce reagiva tanto al positivismo quanto ad altri antipositivismi, irrazionali come quelli rappresentati dalle riviste alle quali sopra si è accennato, oppure antistorici o spiritualisti, come quelli rappresentati da De Roberto e dall'ultimo Capuana. E reagiva anche contro Pirandello. Quando questi pubblicò il saggio L'umorismo (1908), in cui sosteneva che la poetica dell'umorismo si fonda sulla riflessione (e non certo sull'intuizione), in quanto è la riflessione che trasforma il comico, come "avvertimento del contrario", nell'umorismo, come "sentimento del contrario" (27) Croce espresse un giudizio del tutto negativo (28).

   In conclusione, il ruolo di Croce è innovatore e conservatore al tempo stesso, o, se si vuole, esso è caratterizzato da una "equilibrata conservazione", come dice Guglielmino [1971: I/82], al quale lascio ancora la parola:

Come il rinnovamento in sede di concezione estetica dissolveva le remore positivistiche ma si arrestava di fronte al nuovo con una generica condanna che coinvolgeva ciò che era apparenza e ciò che era sostanza, Papini e Pirandello, così la sua azione filosofica eliminava sì le rozzezze positivistiche ma negava valore alla scienza e pesava sulla cultura italiana perché la isolava dai fertili contatti con la cultura scientifica europea, così il suo fermo antifascismo (a partire dal 1925) non aveva altra motivazione che la restaurazione dello stato prefascista, e pertanto egli accumunava in un giudizio di condanna sia il fascismo sia il socialismo.

 

 

   Ritorniamo a "La Voce", diretta nella seconda fase della sua storia da Giuseppe De Robertis. Questi era un critico letterario antiaccademico, che riteneva che la critica dovesse "partecipare della natura della poesia", rivivere l'opera degli autori presi in esame (cfr. Luperini [1981: 195]), e in questo egli faceva sue le idee di Croce. A Croce però De Robertis contestava la chiusura nei confronti della poesia moderna; inoltre egli, a differenza di Croce, metteva in primo piano l'analisi formale del componimento letterario (cfr. Avalle (a cura di) [1970]). La sua direzione de "La Voce" è importante per tre ragioni: perché la rivista mostra ora un interesse particolare per autori nuovi, come Giuseppe Ungaretti e Aldo Palazzeschi; perché la rivista cambia la prospettiva di Prezzolini (e del resto, in modi diversi, di tutte le altre riviste), cioè non propone più la necessità del rapporto fra artista e politica, ma anzi proclama la autonomia dell'arte, e si trasforma in rivista che vuole essere puramente letteraria; perché la rivista (De Robertis stesso in prima linea) elabora la poetica del frammento, cioè l'idea secondo cui l'arte si realizza nella forma breve, non solo ovviamente per quanto riguarda la lirica, ma anche per quanto riguarda la prosa: pure la prosa deve tendere all'intensità lirica, e dunque essere prosa d'arte, frammento.   

   Questa linea di 'ritorno all'ordine' della letteratura viene ripresa e portata avanti dalla rivista "La Ronda" (1919-1923), che contesta complessivamente il velleitarismo degli intellettuali e delle riviste del primo quindicennio del secolo, la loro pretesa di protagonismo politico, propugna un ritorno all'ordine, alle cure letterarie, e, per quanto riguarda la narrativa, alla prosa breve, raffinata, pulita, calligrafica. Questo punto ci permette ora di affrontare la questione della narrativa e, specificamente, del romanzo nella vicenda culturale fin qui schizzata.

   La narrativa italiana è caratterizzata, diciamo per il momento fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, dalle seguenti tendenze.

   Rimane per alcuni scrittori il modello verista, si pensi a Il marchese di Roccaverdina di Capuana che è del 1901, anche se tale modello mostra quella crisi di cui abbiamo parlato. In questa tendenza va notata la novità della narrativa femminile: spicca il bellissimo Una donna (1906) di Sibilla Aleramo (vero nome Rina Faccio, 1876-1960). Bastino su tale opera le parole di Tateo/Valerio/Pappalardo [1985, vol. 3, tomo II: 370]: "la novità di questo romanzo consiste [...] nella sincerità e spregiudicatezza della confessione autobiografica, e più ancora nell'acuta e lucidissima anatomia della condizione femminile che in esso è condotta. Per la prima volta, infatti, la letteratura ospitava una analisi così spietata, e una altrettanto appassionata denuncia, dei meccanismi di sopraffazione e di coercizione di cui le donne sono quotidianamente vittime, della violenza cui soggiacciono per effetto di inveterati pregiudizi, di convenzioni sociali antiche e nuove, degli odiosi principi di una morale filistea."

   Vi sono, poi, una tendenza sperimentale, legata al futurismo, e una tendenza sperimentale legata a "La Voce".

   Il movimento futurista fu fondato da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), che scrisse il 'manifesto' di fondazione del movimento, pubblicato il 20 febbraio 1909 su "Le Figaro"; egli scrisse inoltre il Manifesto tecnico della Letteratura Futurista (1912), Lo splendore geometrico e meccanico e la sensibilità numerica (1914), e a questi testi va aggiunto Primi principi di una estetica futurista (1920) di Ardengo Soffici. I cardini dell'estetica futurista sono noti: l'autonomia dell'arte è un fatto superato, l'arte deve trovare il suo posto nello sviluppo capitalista e nella civiltà industriale, deve amplificare il trauma costituito dalla civiltà moderna, deve provocare e distruggere la vecchia cultura fatta di biblioteche, accademie e musei. Sul piano strettamente tecnico-linguistico, viene propugnata la fine della sintassi, l'uso del verbo all'infinito, l'esaltazione delle 'parole in libertà', l'analogia come collegamento libero di cose distanti e apparentemente diverse. Il romanzo futurista, di conseguenza, mira a distruggere il codice stesso, l'autonomia, del genere letterario del romanzo, a eliminare esigenze realistiche e di verosimiglianza. L'opera più significativa è Il codice di Perelà (1911) di Aldo Palazzeschi (vero nome Aldo Giurlani, 1885-1974). Il protagonista, Perelà, è un essere fatto di fumo, privo di corpo, che giunge in un paese di umani, viene in un primo momento accolto bene, proprio a causa della sua alterità, e incaricato di compilare un nuovo codice legislativo. Egli visita il paese, sia i luoghi dei potenti, sia i luoghi degli emarginati (carceri e manicomi), e la sua alterità si rivela non solo di tipo fisico, ma anche di tipo morale, e mette in luce e in crisi le ipocrisie, le falsità, il conformismo della società. La sua presenza comincia a dare fastidio, e così con un pretesto viene processato e imprigionato. Ma non si può imprigionare un essere di fumo: egli evaderà su per il camino. Questa storia viene esposta senza alcun rispetto per il codice del romanzo realista, senza punto di vista dell'autore o del personaggio, senza nessi causali, con assoluta prevalenza del dialogo.

   Lo sperimentalismo legato a "La Voce" si caratterizza per il linguaggio, fatto di prosa lirica, per il rifiuto di complesse e articolate strutture narrative (anche quando si tenta il "Bildungsroman"), per il frammentismo, per l'autobiografismo. Opere significative: Il mio Carso (1912) di Scipio Slataper (1888-1915) e Il peccato (comparso a puntate fra il 1913 e il 1914) di Giovanni Boine (1887-1917) (29). Il frammentismo vociano da una parte segna, per il momento, la fine del romanzo (nessuna risonanza, nessun effetto hanno i romanzi di Pirandello, Il fu Mattia Pascal, del 1904, Si gira, del 1915, la versione definitiva esce nel 1925 con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore, così come assoluto silenzio circonda La coscienza di Zeno, del 1923, e prima Senilità, 1898, di Svevo), dall'altra parte però esso svolge un ruolo importante nel rinnovamento - rispetto ai modelli ottocenteschi - della narrativa, nella ricerca di nuovi strumenti espressivi, nella descrizione della vita psichica, nel passaggio insomma dalla fine del romanzo alla nascita di un nuovo romanzo (30).

   Nel dopoguerra infatti si pone, prima in modo isolato e limitato, poi sempre più ampio il problema del romanzo. Abbastanza isolati, come La coscienza di Zeno, sono i romanzi di Federigo Tozzi (1883-1920), Con gli occhi chiusi (scritto nel 1913, pubblicato nel 1919), Tre croci (1920), Il podere (scritto nel 1914-18, pubblicato postumo nel 1921), Gli egoisti (scritto nel 1917-20, pubblicato postumo nel 1923). Il contenuto dei romanzi lascia pensare al verismo: per es., la lotta di un giovane per sottrarsi alla dispotica volontà del padre, una lotta non sostenuta dal rapporto d'amore del ragazzo con una contadina che lo inganna (Con gli occhi chiusi); la lotta di un giovane per ottenere l'eredità del padre, in un mondo contadino che gli è ostile, perché egli precedentemente se ne è allontanato (Il podere); la rovina economica e morale di tre fratelli (Tre croci). Dunque: mondo contadino, mondo piccolo-borghese, casi patologici. Ma il metodo narrativo, il modo in cui tale materia viene formata, è ben poco naturalista: la narrazione si frammenta (è proprio la lezione del frammentismo utilizzata per un nuovo tipo di romanzo) in una serie di episodi, di per sé privi di importanza, e di punti di vista narrativi. I protagonisti sono inetti, in senso sveviano, 'uomini senza qualità', che si muovono in una sorta di delirio, incapaci di realizzare un rapporto con la realtà. Nel 1918 Tozzi pubblica un articolo intitolato Giovanni Verga e noi, e due anni dopo Pirandello tiene a Catania un discorso alle celebrazioni dell'ottantesimo compleanno di Verga (31). Scriveva Tozzi (cit. in Dedola [1981: 60-61]):

Il Verga, discosto da noi e dalle nostre abitudini, si è mantenuto meglio che se l'avessimo vissuto e macerato. Noi sapevamo che c'era questo grande scrittore, e quasi lo evitavamo appunto perché ci avrebbe come imbarazzati. Mentre il D'Annunzio è stato sempre presente a proporre e a indovinare quel che più era adatto per la nostra rapidità spirituale. È stato sempre lì a indicarci che più là delle nostre sensazioni se ne potevano inventare altre; che avrebbero dato alla nostra esperienza l'illusione d'una intensità meglio concepita. Ma, dopo aver percorso tutta l'estensione quantitativa e qualitativa dell'arte dannunziana abbiamo dovuto soffermarci; perché era necessario un compenso che fosse come un riposo. E allora il Verga è tornato dinanzi ai nostri occhi come una di quelle montagne intorno alle quali girava la nostra strada priva di indicazioni.

 

   Anche per Pirandello, Verga si oppone a D'Annunzio, e a Verga "ora si ritorna, sazii e stanchi di forme concluse e troppo sonore" (ivi: 49). Ma per Pirandello e Tozzi, il ritorno a Verga non significa il ritorno al verismo, significa il rifiuto delle forme sonore e troppo concluse: il romanzo verghiano privilegiato da Pirandello e Tozzi, I Malavoglia (1881), è appunto quella "montagna" che può indicare una nuova direzione alla ricerca degli scrittori. Questo perché ne I Malavoglia il metodo dell'impersonalità si concretizza in una struttura corale costituita dall'intreccio dei punti di vista dei personaggi, attraverso il continuo ricorso alla erlebte Rede, senza che la voce narrante si imponga sul modo in cui i personaggi 'vedono' la realtà. Il bisogno del personaggio di entrare in contatto con la realtà: questo, e non la 'scientificità', la pretesa 'oggettività', costituisce secondo Pirandello il realismo. Gli scrittori naturalisti riuscivano a controllare la scissione fra individuo e realtà grazie alla superiorità della istanza narrativa onnisciente. I Malavoglia rappresentano in modo esemplare proprio l'assenza del narratore privilegiato, e, sul piano della histoire, l'assenza di distinzione fra personaggi principali e personaggi secondari, fra fatti importanti e fatti marginali.

 

   Nel 1921, anno in cui si pubblica postumo Il podere, esce Rubè di Giuseppe Antonio Borgese. Anche questo romanzo costituisce "un tentativo isolato di superamento del frammentismo" (Luperini [1981: XVIII]). Sul piano formale, l'opera cerca di recuperare la struttura tradizionale del romanzo ottocentesco; sul piano contenutistico, la storia del piccolo borghese Filippo Rubè, che muore per caso durante una manifestazione del dopoguerra, senza che nessuno riesca a capire se era dalla parte dei reazionari o dei rivoluzionari, "è intuizione niente affatto spregevole della ambiguità sovversiva della piccola borghesia dell'età giolittiana" (Luperini, ivi: 187; si veda anche Pappalardo [1980]). Nel 1923, in Tempo di edificare, Borgese teorizza chiaramente il ruolo che il genere letterario del romanzo deve assumere: quello di essere una "opera organica e programmatica" che - attraverso il racconto di una vicenda individuale - sia rappresentazione "epica e tragica" di un periodo storico e delle sue contraddizioni sociali e morali (cfr. Tateo/Valerio/Pappalardo, vol. 3, tomo II: 584]).

   Nel 1925, Omaggio a I. Svevo, di Eugenio Montale, costituisce un altro tassello della rinascita di interessi per il romanzo.

   Fin qui si tratta appunto di tentativi isolati, di interesse limitato. Prima di proseguire il discorso sul romanzo, ricordiamo che il 21 aprile 1925 appare il Manifesto degli intellettuali del fascismo, scritto da Gentile, firmato, tra gli altri, da Corradini, Marinetti e Pirandello (32). Il 1° maggio 1925 appare Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani, al manifesto degli intellettuali fascisti, scritta da Croce, firmata tra gli altri da Salvemini e Montale. Nel primo gli intellettuali si schierano a sostegno del fascismo per i suoi meriti: aver posto un freno al caos del dopoguerra, aver dato all'Italia un nuovo volto come nazione. Nella seconda, a parte l'esaltazione del liberalismo, visto come continuazione del Risorgimento, gli intellettuali difendono l'autonomia della cultura. Le culture del fascismo e dell'antifascismo non erano così compatte come sembra emergere dai due manifesti (cfr. per tale questione Contarino/Tedeschi [1980]). Qui basti notare che questi due generali atteggiamenti degli intellettuali si riflettono sulla vita delle riviste: con le riviste è cominciato il presente paragrafo e alle riviste è necessario tornare per concludere il nostro discorso sul romanzo.

   Il primo campo, quello dell' 'intervento' della cultura, è rappresentato dalla rivista "Il Selvaggio" (1914-1943) e dalla rivista "900. Cahiers d'Italie et d'Europe" (1926-1929) (33).

   Il secondo campo, quello dell'autonomia della cultura (e specificamente della letteratura), è rappresentato da "Solaria" (1926-1943).

   "Il Selvaggio" considera come quintessenza della civiltà italiana il mondo contadino, con i suoi valori tradizionali. Pertanto, il movimento che fa riferimento a "Il Selvaggio" (il movimento "Strapaese") rifiuta categoricamente ogni rapporto con la cultura europea, con il moderno, "intruglio manipolato da banchieri ebrei, da pederastri, da pescicani di guerra, da tenutari di bordelli" (cfr. Tateo/Valerio/Pappalardo, vol 3, tomo II: 688]). E invece "900" (il movimento che vi fece riferimento fu chiamato "Stracittà"), fondata da Massimo Bontempelli (1878-1960), esce nel biennio 1926-1927 in francese proprio per sottolineare l'orizzonte europeo che la caratterizza (tra gli altri fanno parte del comitato di redazione James Joyce e Ilja Ehrenberg), per sottolineare il progetto di una conciliazione fra tradizione e rinnovamento, all'insegna del dialogo con le altre nazioni europee (34).

   Anche Bontempelli e la sua rivista svolgono un certo ruolo nel rilancio della narrativa, ma è "Solaria" che, nel suo interesse per l'autonomia della letteratura, valorizza decisamente Svevo, Tozzi e la narrativa europea, Kafka, Proust, Joyce, Gide, è "Solaria" che cerca un equilibrio fra tradizione e sperimentalismo, è con "Solaria" che la questione del romanzo diventa attuale.

   Nel primo numero della rivista si legge (cit. da Guglielmino [1971: I/204]):

 

Non siamo idolatri di stilismi e purismi esagerati e se tra noi qualcuno sacrifica il bel ritmo di una frase e magari la proprietà del linguaggio nel tentativo di dar fiato a un'arte singolarmente drammatica e umana gli perdoniamo in anticipo con passione. Per noi insomma Dostoiewski è un grande scrittore. Ma non perdoneremo nemmeno ai fraterni ospiti le licenze che non siano pienamente giustificate, e in questo ci sentiamo rondeschi.

           

   Si noti il riferimento a "La Ronda": si allude all'atteggiamento di 'ritorno all'ordine' della letteratura, all'atteggiamento antisperimentale che caratterizzava appunto "La Ronda". E tuttavia tale riferimento si stempera grazie alla negazione di stilismi e purismi esagerati, grazie al fatto che il bel ritmo e il linguaggio forbito possono essere sacrificati, se tale sacrificio è finalizzato ad una creazione artistica di ampio respiro: in questo caso il sacrificio è accettato "con passione". Il riferimento a Dostoevskij è inequivocabile: l'arte di ampio respiro, singolarmente drammatica e umana, trova la sua più chiara esemplificazione nel romanzo. "Strutturare un romanzo nuovo e tuttavia classico", "senza indulgere a soluzioni d'avanguardia", ma anche "senza ricadere nelle secche del romanzo verista" (Luperini [1981: 467]): a questo miravano i solariani.

 

 

 

(1) Per "Destra storica" si intende la tendenza moderata del movimento liberale: si tratta dei continuatori della politica di Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, moderato, sostenitore della libertà imprenditoriale, e al tempo stesso convinto democratico, morì nel giugno del 1861, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d'Italia. I governi successivi ereditarono appunto le idee di Cavour (ma non ne furono per nulla all'altezza, soprattutto perché non furono capaci di affrontare i problemi sociali, in particolare nel sud del paese), e rimasero al potere fino al 1876. Infatti, "con la presa di Roma il ciclo eroico del Risorgimento si chiudeva definitivamente e l'attenzione dell'opinione pubblica veniva ora naturalmente indotta a concentrarsi sui problemi interni e della vita economica." (Procacci [1975: 404]) A partire dal 1874 varie inchieste e vari saggi determinarono la nascita della saggistica politico-sociale, in particolare la nascita della "letteratura meridionalistica", e rivelarono che il 78 per cento della popolazione era analfabeta, che le condizioni di vita nel Meridione erano arretratissime. Così nel 1876 la Sinistra vinse le elezioni in modo trionfale. E tuttavia: tanto i deputati della Destra quanto quelli della Sinistra erano a favore del Risorgimento (nel parlamento non c'era posto per gli avversari dell'unità della nazione), ed entrambi gli schieramenti rappresentavano solo la borghesia, l'unica classe che avesse diritti politici. Ciò favorì quel fenomeno che fu chiamato trasformismo e che caratterizzò il governo di Depretis (cfr. 2): la formazione, cioè, di maggioranze differenti, a seconda delle necessità. La Sinistra mostrò una certa attenzione ai problemi sociali e ai diritti civili e democratici: abolì la così detta "imposta sul macinato", cioè una tassa speciale sui cereali macinati che penalizzava i ceti poveri (tale tassa esisteva nell'Italia meridionale già prima dell'unificazione, fu abolita da Giuseppe Garibaldi, quando egli sbarcò in Sicilia nel 1860, fu ripristinata dalla Destra nel 1868, per far fronte alle difficoltà economiche); inoltre, la Sinistra allargò il diritto di voto (dal 2 al 7 per cento dei cittadini) e rese obbligatori i primi due anni di istruzione elementare. E tuttavia un'autentica sinistra entra nel parlamento italiano solo nel 1882, quando fu eletto Andrea Costa, deputato di idee socialiste. Dieci anni dopo nasceva il Partito socialista italiano: allora la sinistra si distinse in "sinistra costituzionale", cioè la sinistra borghese, e "estrema sinistra", quella socialista.

(2) La vittoria prussiana nella battaglia di Sedan (1870), che aveva consentito al governo italiano di conquistare Roma (nel 1864 il governo italiano si era impegnato con la Francia di Napoleone III a garantire la integrità del territorio pontificio e aveva scelto Firenze quale capitale d'Italia, appunto come segno di rinuncia a Roma; dopo la sconfitta francese del 1870, l'Italia si sentì libera da tale accordo), favorì la penetrazione in Italia delle idee positiviste. Quando nel 1876 la direzione politica passò a Agostino Depretis e alla Sinistra storica, le idee positiviste accentuarono la reazione alla chiusura della chiesa cattolica che, fin dal 1864, con il Síllabo, aveva condannato il socialismo, le teorie liberali e ogni manifestazione del mondo moderno.

(3) Il "manifesto" del positivismo italiano è il saggio La filosofia positiva e il metodo storico (1866) di Pasquale Villari. Il "metodo sperimentale" nelle scienze naturali corrispondeva, secondo Villari, al "metodo storico" nelle scienze umane. Si trattava cioè di impostare lo studio di tali scienze in modo rigorosamente storico, cercando di mettere in luce i fatti, e cioè le reali condizioni storiche nelle quali concetti, idee, teorie delle scienze umane e morali erano apparsi e si erano sviluppati. Tutto ciò costituiva in effetti lo sviluppo rigoroso del metodo di Francesco De Sanctis, e per cinquanta anni sarà questo metodo a caratterizzare non solo gli studi letterari, ma anche quelli strettamente filologici: opera esemplare è Virgilio nel Medioevo (1872) di Domenico Comparetti. Inoltre, l'interesse per le "origini", in particolare le origini medievali, già proprio del romanticismo, dà luogo alla nascita in Italia della filologia romanza: "Il panorama affascinante intravisto dai Romantici è diventato un territorio così vasto che nessuno può percorrerlo individualmente. Positivisticamente, esso diventa dominio della »Scienza«, un'entità che supera ogni singolo studioso. Per la prima volta si stabilisce il criterio della 'competenza', che possiamo intendere nel doppio significato di conoscenza precisa e di confine. La filologia romanza riceve un limite non solo dalla sua definitiva separazione dalla indoeuropeistica, dalla germanistica ecc., ma dalla sua polarizzazione sul Medioevo. Questa limitazione, è vero, si realizza in modo chiaro soprattutto in Italia: ed è comunque servita fino ad oggi a salvare i rapporti orizzontali tra le diverse lingue e letterature romanze." (Renzi [1976: 74]) Né vanno dimenticati gli studi linguistici di Graziadio Isaia Ascoli, iniziatore della dialettologia italiana, del metodo storico-comparativo, e soprattutto lucido studioso della "questione della lingua": "Il punto di forza dell'Ascoli è nell'approfondimento della situazione sociolinguistica dell'Italia, perseguito su un terreno di concretezza e di scientifico rigore al fine d'intervenire sull'evoluzione totale della società. Sostituendo alla teoria astratta il concreto storico, l'Ascoli rompe risolutamente il primato del modello (un mito che pur in accezione democratica il Manzoni aveva conservato) e, con una dialettica appropriata alla problematica del momento, imposta in termini metalinguistici il secolare discorso sulla questione della lingua." (Dardano [1974: 100-101], cfr. anche Migliorini [1960])

(4) Nella lettera Sul Romanticismo, indirizzata a Cesare Taparelli d'Azeglio, scritta nel 1823, pubblicata contro la volontà dell'autore nel 1846, ripubblicata dall'autore in una redazione diversa nel 1870, Manzoni polemizzava contro l'uso classicista della mitologia in nome del "vero storico" e del "vero morale", "non solo come fine, ma come più ampia e perpetua sorgente del bello: giacché e nell'uno e nell'altro ordine di cose, il falso può bensí dilettare, ma questo diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale." (cfr. Baldi (a cura di) [1975: 108-113])

(5) Né va dimenticato il movimento chiamato "Scapigliatura", dal titolo di un romanzo di Cletto Arrighi (vero nome: Carlo Righetti, 1828-1906), La Scapigliatura e il 6 febbraio (1862). Gli 'scapigliati' reagiscono contro alcuni aspetti deteriori del tardo romanticismo appunto in nome di esigenze realistiche. Giustamente è stato detto che "la Scapigliatura preannuncia, senza tuttavia assimilarvisi né anticiparli programmaticamente, movimenti come il Verismo e il Decadentismo." (Tateo/Valerio/Pappalardo [1985, vol. 3, tomo I: 686])

(6) Cfr. Procacci [1975: 416-421]. "Attorno al 1874 [...] si era cominciato in Italia a discorrere di ‘germanesimo economico’ e un gruppo di economisti, tra i quali fa spicco il nome di Luigi Luzzati, aveva fondato una nuova rivista, il Giornale degli Economisti, per propugnare appunto la necessità di rivedere il tradizionale indirizzo liberistico della politica economica italiana." (ivi: 416) A ciò corrisponde sul piano della politica estera l'avvicinamento alla Germania e all'Austria, che culmina con la stipulazione di un trattato (la Triplice alleanza, maggio 1882). Nota Guglielmino [1971: 1/8] che questo trattato "favorì la penetrazione, in alcuni settori della classe dirigente, di suggestioni antidemocratiche ed autoritarie e fece sì che il pugno di ferro di Bismarck apparisse come il modello ideale di governo. Inoltre esso fu un incentivo verso atteggiamenti militaristici che significavano: spese militari eccessive per la fragile economia dello Stato, pressioni per una politica estera ‘di prestigio’ [...]." Come osserva Procacci [1975: 423], il trattato "contribuì notevolmente a rendere consapevoli e a far coaugulare quei motivi e quelle tendenze nazionalistiche che fermentavano entro il paese. La lotta fra le nazioni - insegnava la filosofia positivista di moda - era altrettanto ineliminabile quanto la lotta per l'esistenza e la selezione naturale nell'evoluzione degli esseri. Avrebbe una nazione come l'Italia potuto sottrarsi a questa ferrea necessità?" E infatti comincia qui l'infelice ambizione coloniale italiana che alcuni anni dopo precipita nel disastro di Adua, cfr. infra in questo paragrafo.

(7) "Il filogermanesimo trionfante in Italia negli anni ottanta, l'improvvisata e velleitaria vocazione colonialista, la spregiudicatezza e lo spirito di iniziativa dei nuovi capitani d'industria, il tradizionale livore degli agrari siciliani contro i contadini insorti, tutti insomma gli ingredienti costitutivi del nascente blocco agrario-industriale erano presenti in lui [in Crispi] in forma accentuata e a volte parossistica. Non a caso e non a torto il fascismo ne ha fatto un suo precursore." (Procacci [1975: 431-432])

(8) Il governo di Crispi cadde una prima volta il 31 gennaio 1891, quando la maggioranza della Camera votò contro di lui a causa delle eccessive spese militari. Seguirono due governi, quello retto da Antonio Starabba di Rudinì, fino al maggio del 1892, e quello retto da Antonio Giolitti, che durò solo diciotto mesi. Nell'agosto del '92 nasceva a Genova il Partito socialista (su questo partito, sui suoi rapporti con il movimento anarchico, e sui primi passi dei movimenti politici cattolici, cfr. Ragionieri [1976: 1774-1795] e Procacci [1975: 434-439]), e nell'autunno del 1893 esplodeva la ribellione dei "Fasci dei lavoratori" siciliani (associazioni di contadini, anche donne e ragazzi, nate in modo spontaneo per protestare contro le condizioni di vita soprattutto degli operai addetti alle miniere di zolfo): "Il governo Giolitti, conformemente alla prassi liberale [...] che partiva da una distinzione fra socialismo e anarchismo, aveva tenuto anche nei confronti del movimento dei Fasci siciliani un atteggiamento sostanzialmente benevolo in cui aveva una certa parte anche la volontà di farsi in Sicilia una base e un punto di appoggio contro Crispi." (Ragionieri [1976: 1807]) Ma da una parte le pressioni delle classi dominanti siciliane, che chiedevano di reprimere il movimento, dall'altra parte la crisi delle banche in seguito allo scandalo della Banca romana (che aveva fatto emettere banconote false), nel quale peraltro era implicato anche Crispi, indussero Giolitti a rassegnare le dimissioni nel novembre del 1893. Tornò al potere, a dicembre, Crispi. Questi represse duramente il movimento dei Fasci siciliani, sciolse il Partito socialista (1894), ottenne l'appoggio del mondo finanziario, costituì in collaborazione con il governo tedesco la Banca commerciale, ridusse le sedute della Camera fino al magggio del 1895, quando ebbero luogo le elezioni i cui risultati diedero al suo governo una sicura maggioranza. Proprio questo risultato elettorale positivo diede a Crispi la sicurezza per riprendere la politica coloniale: "Egli era [...] convinto che un successo in Africa avrebbe enormemente rafforzato il suo prestigio e la sua leadership. L'optimum era perciò per lui una vittoria militare ottenuta senza grandi spese, a buon prezzo." (Procacci [1975: 442]) Ma larghi strati della borghesia ritenevano che una tale impresa fosse uno spreco di denaro, e neppure i militari condividevano il progetto di Crispi: "di qui gli attriti tra esercito e governo che furono causa non ultima della disastrosa conclusione della campagna africana." (ivi)

(9) È possibile distinguere schematicamente tre filoni del verismo: il primo è costituito da un gruppo di scrittori napoletani, tra gli altri: Matilde Serao, Ferdinando Russo, Giovanni Capurno; il secondo da un gruppo di scrittori siciliani: Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto; il terzo da un gruppo di scrittori toscani, tra gli altri: Mario Pratesi e Renato Fucini (cfr. Asor Rosa [1965/1988: 57]).

(10) "Il rifiuto di un'ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana." (Asor Rosa [1965/1988: 56])

(11) Grande attenzione ha prestato a questa opera Gianni Grana, il quale ha definito I Vicerè un romanzo miliare della narrativa italiana dell'Ottocento (Grana [1982: 7]). Si veda anche il capitolo dedicato al romanzo da Spinazzola [1990], su cui avremo modo di tornare.

(12)  Sarà appunto la tesi di Tancredi, nipote del principe di Salina (nipote del Gattopardo) nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, il quale si unisce agli uomini di Giuseppe Garibaldi sbarcati in Sicilia (1860) affinché tutto rimanga come è: "Se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?"

(13) Cfr. per tutta questa problematica Miceli [1982: 19-28].

(14) Sul problema dell'opera aperta in Eco e da un punto di vista semiotico, cfr. Lanza [1998].

(15) E. Raimondi, D'Annunzio: una vita come opera d'arte, in Il silenzio della Gorgone, Bologna 1990, p. 78; ricavo la citazione da Tateo/Valerio/Pappalardo [1975, vol. 3, tomo II: 243].

(16) Sul piano filosofico l'idealismo di Croce costituisce un organico superamento del positivismo. Riparleremo di Croce in seguito (cfr. I.3.).

(17) All'età di dodici anni Svevo fu mandato dal padre in Germania, e vi rimase fino all'età di diciassette anni. Il padre desiderava che il figlio diventasse un commerciante e il possesso della lingua tedesca era a tal scopo indispensabile. Con lo pseudonimo di Italo Svevo lo scrittore (il cui vero nome era Aron Hector Schmitz) voleva appunto sottolineare il suo essere italiano e la sua formazione tedesca.

(18) Giolitti assume la carica di presidente del Consiglio nel novembre 1903, la lascia momentaneamente dal marzo 1905 al maggio 1906 (si ha un breve ministero presieduto da Fortis e poi un brevissimo ministero di Sonnino, capo dell'opposizione parlamentare), la riprende fino al 1909.

(19) Sullo sviluppo economico in età giolittiana si veda Castronovo [1975], in particolare i capitoli La fase espansiva in età giolittiana (pp. 130-168) e Il primo profilo di una società industriale (pp. 168-206).

(20) La divisione va al di là della situazione italiana: è nell'ambito della Seconda Internazionale (fondata a Parigi nel 1889) che emerge la linea riformista, è Bernstein che sostiene la revisione del marxismo, infatti, così affermava, "Le istituzioni liberali si distinguono dalle altre proprio per la loro capacità di trasformarsi e svilupparsi. Non occorre quindi distruggerle, occorre svilupparle maggiormente." (cit. in Gianni [1975: 132])

(21) Complesso e di grande interesse è il tema del movimento cattolico nella storia italiana, tanto più se si pensa che dopo la seconda guerra mondiale sarà proprio il partito dei cattolici a reggere le sorti della politica. Rinvio all'ottimo Ragionieri  [1976: 1705-1713, 1786-1795, 1899-1928], mi limito ad osservare che già le condizioni poste dai cattolici per il loro voto a favore dei candidati liberali (il problema del divorzio e dell'insegnamento religioso) mostrano chiaramente quella direzione clericale ed antisocialista che sfocia nei Patti del Laterano, nel riconoscimento del duce del fascismo come "uomo della Provvidenza", e nel ruolo conservatore che la Democrazia cristiana svolgerà nel secondo dopoguerra. Sicché ha ragione Ragionieri quando afferma (ivi: 1787) che, certo, sia il movimento operaio e contadino sia il movimento cattolico (e contadino) praticano una moderna attività sociale, affondano le loro radici nella stessa crisi della società e dello Stato in Italia, esprimono un'analoga e convergente tendenza delle classi subalterne a sottrarsi all'egemonia delle classi dominanti, e tuttavia: "l'esito dei due processi - cronologicamente paralleli e con alcuni aspetti comuni - fu notevolmente diverso. Mentre, infatti, l'affermazione del movimento operaio e contadino promosse la formazione della prima reale forza di opposizione organizzata nella società italiana, l'acquisizione di una base di massa da parte del movimento cattolico pose le premesse per un'operazione ricca di elementi contraddittori, ma destinata nel lungo periodo a rafforzare il blocco di potere delle classi dominanti."

(22) Il patto prevedeva l'intervento italiano se la Germania o l'Austria fossero state aggredite. Chiaramente non era questo il caso, e dunque l'Italia poteva mantenersi neutrale.

(23) Si legga a tale proposito Canfora [1989: 37-58], il quale anzi ricorda come proprio Lenin si differenziasse dalla convinzione - altrimenti piuttosto diffusa - della 'morte della democrazia': "[...] ancora al principio degli anni Venti, Lenin polemizzava duramente nell'opuscolo contro l'estremismo - pubblicato, per la precisione, nel giugno del '20 - contro quei comunisti che davano per spacciata e dunque non difendibile la democrazia parlamentare, e ricordava in proposito l'iniziativa suicida degli 'spartachisti' berlinesi, messa in opera nonostante l'opinione contraria di Liebknecht e della Luxemburg [...]". (ivi: 52)

(24) Un'ottima sintesi è Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 449-511].

(25) "[...] nel 1925 l'importazione fu 22 419 000 quintali, con uno sborso di quasi quattro miliardi di lire, che costituivano quasi la metà del deficit della bilancia commerciale." (Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 562])

(26) Giovanni Gentile (1875-1944) fu professore nelle università di Palermo, Pisa e Roma. Dopo la rottura con Croce fondò il "Giornale critico della filosofia italiana". Nazionalista, decisamente a favore dell'intervento italiano nel conflitto mondiale, aderì al fascismo nel 1923, fu ministro della cultura, teorico dello "stato etico fascista", presidente della Accademia d'Italia. Il 15 aprile 1944 fu ucciso dai partigiani a Firenze.

(27) L'esempio più famoso di Pirandello è quello di una vecchia signora "coi capelli ritinti, tutti unti non si sa da quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili": ebbene tale figura fa ridere il lettore, che avverte in essa il contrario di ciò che avrebbe dovuto essere una vecchia rispettabile signora: questo è il comico, come avvertimento del contrario. "Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s'inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andare oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è qui tutta la differenza tra il comico e l'umoristico." (cit. in Virdia [1976: 54]) Sull'umorismo di Pirandello si legga il bel saggio di Umberto Eco, Pirandello ridens, in Eco [1985/1987: 261-279].

(28) Cfr., per es., "La Critica", 7 (1909), 33 (1935), 34 (1936). È evidente che Croce non poteva accettare - forse neppure comprendere - la poetica dell'umorismo, non solo perché essa sottolinea l'intervento della riflessione nel processo creativo dell'artista umorista, ma anche, e direi soprattutto, perché il pensiero di Pirandello, fondato sulla consapevolezza della scissione dell'individuo e del suo rapporto sfasato con la realtà, mette irreparabilmente in crisi proprio la razionalità classica a cui si ispira il sistema idealistico di Croce.

(29) Si legga su questi esperimenti narrativi l'ottimo Dedola [1981].

(30) "Il frammentismo [...] non aveva rappresentato una pausa indolore o uno sbandamento momentaneo, ma al contrario aveva segnato il momento più acuto di critica e di distacco dalla tradizione. Con esso un'intera generazione di scrittori aveva vissuto l'esperienza più significativa di quegli anni, traducendo sul piano letterario il tentativo di rinnovamento e la ricerca di una nuova cultura da parte della 'Voce'." (Dedola [1981: 50])

(31) Ottimo su questo argomento il saggio Il ritorno a Verga nel primo Novecento: Pirandello e Tozzi di Dedola [1981: 49-64].

(32) Sul 'fascismo' di Pirandello, cfr. Virdia [1976: 43-49].

(33) Per altre riviste o giornali impegati, come "Il Bargello", si veda Appunti sul neorealismo, 1. Il realismo degli anni Trenta e il "neo-realismo".

(34) In effetti i movimenti di "Strapaese" e "Stracittà" "esprimono aspetti complementari della problematica fascista - quello provinciale e rurale e quello industriale e cittadino -, in polemica per la conquista dell'egemonia culturale, ma accomunati dal medesimo referente politico." (Luperini [1981: 449]).
 

 

Ara, Angelo / Magris, Claudio

[1982] Trieste. Un'identità di frontiera, Einaudi, Torino.

Asor Rosa, Alberto
[1965] Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Samonà e Savelli, Roma; seconda edizione: 1966; terza edizione: Einaudi, Torino 1988).

Avalle, D'Arco Silvio (a cura di)
[1970] L'analisi letteraria in Italia, Ricciardi, Milano-Napoli.

Baldi, Guido (a cura di)

[1975] Manzoni. Cattolicesimo e ragione borghese, Paravia, Torino.

 

Baldi Guido
[1989] "Introduzione" a Italo Svevo, Senilità, a cura di G. Baldi, Principato, Milano, pp. V-LVII.

 

Canfora, Luciano
[1989] Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma-Bari.
 

Castronovo, Valerio
[1975] La storia economica, in Storia d'Italia, volume quarto, tomo primo, Einaudi, Torino, pp. 5-506.
 

Cerina, Giovanna / Mulas, Luisa (a cura di)

[1978] Modi e strutture della comunicazione narrativa. Il racconto breve da Dossi a Pirandello, Paravia, Torino.

 

Contarino, Rosario / Tedeschi, Marcella

[1980] Dal fascismo alla Resistenza, in: Letteratura Italiana Laterza, LIL 64, Laterza, Roma-Bari.

 

Corti, Maria

[1976] Principi della comunicazione letteraria, Bompiani, Milano.

 

Corti, Maria

[1978] Il viaggio testuale. Le ideologie e le strutture semiotiche, Einaudi, Torino.

 

Corti, Maria

[1982] Maria Corti, in La semiotica letteraria italiana, Interviste con D'A. S. Avalle, M. Corti, C. Segre, U. Eco, E. Garroni, S. Agosti, M. Pagnini, A. Serpieri, A. Rossi, G. L. Beccaria, A. Buttitta, G. P. Caprettini, a cura di Marin Mincu, Feltrinelli, Milano, pp. 26-42.

 

Dardano, Maurizio

[1974] G. I. Ascoli e la questione della lingua, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma.

 

Dedola, Rossana

[1981] Il romanzo e la coscienza. Esperimenti narrativi del primo Novecento italiano, Liviana, Padova.

 

Eco, Umberto

[1962] Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Bompiani, Milano (seconda edizione: 1967, terza edizione: 1971; prima edizione nei "Tascabili Bompiani": 1976).

 

Eco, Umberto

[1979] Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano.

 

Eco, Umberto

[1985] Sugli specchi, Bompiani, Milano (I edizione "Tascabili Bompiani": 1987).

 

Gianni, Angelo
[1975] Perché la storia, D'Anna, Messina-Firenze.
 

Grana, Gianni

[1982] I Vicerè e la patologia del reale. Discussione e analisi storica del romanzo, Marzorati, Milano.

 

Guglielmino, Salvatore

[1971] Guida al Novecento, Principato, Milano.

 

Lanza, Giovanni

[1998] "Pourrait être continué...". La poetica dell' "opera aperta" e "Les Faux-Monnayeurs" di André Gide, Peter Lang, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, New York, Paris, Wien.

 

Lunetta, Mario
[1972] Invito alla lettura di Svevo, Mursia, Milano.

 

Luperini, Romano

[1981] Il Novecento. Apparati ideologici ceto intellettuale sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, Loescher, Torino.

 

Maxia, Sandro
[1981] Svevo e la prosa del Novecento, in Letteratura Italiana Laterza, LIL 61, Laterza, Bari-Roma.

 

De Meijer, Pieter
[1984] La prosa narrativa moderna, in Letteratura Italiana, volume terzo, tomo secondo, La prosa, Einaudi, Torino, pp. 759-847.

Miceli, Silvana

[1982] In nome del segno. Introduzione alla semiotica della cultura, Sellerio, Palermo.

 

Migliorini, Bruno

[1960] Storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze.

 

Pappalardo, Ferdinando

[1980] "Rubè" fra tradizione e crisi, in "Lavoro critico", 20, pp. 47-79.

 

Pirodda, Giovanni
[1982] Lineamenti di letteratura italiana. Storia - Correnti - Generi, Paravia, Torino.

 

Procacci, Giuliano
[1975 ] Storia degli italiani, Laterza, Roma-Bari (prima edizione: 1968).


Ragionieri, Ernesto

[1976] La storia politica e sociale, in Storia d'Italia, volume quarto, tomo terzo, Einaudi, Torino.


Renzi, Lorenzo
[1976] Introduzione alla filologia romanza, Il Mulino, Bologna.

 

Salvatorelli, Luigi / Mira, Giovanni
[1972 ] Storia d'Italia nel periodo fascista, Mondadori, Milano (prima edizione: Einaudi, Torino 1964).
 

Spinazzola, Vittorio

[1990] Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma.

 

Storaci, Marina (a cura di)
[1983] La crisi del '29, Zanichelli, Bologna.
 

Tateo, Francesco / Valerio, Nicola / Pappalardo, Ferdinando

[1985 ] La letteratura nella storia d'Italia, volume terzo, Il Tripode, Napoli.

 

Virdia, Ferdinando
[1976] Invito alla lettura di Pirandello, Mursia, Milano.