La modellizzazione del totalitarismo 

 

O

gni sistema che serva allo scopo della comunicazione fra due o più individui - osserva Jurij M. Lotman [1970-1972/1980: 14] - può essere definito come lingua, cioè come un sistema che usa "segni ordinati in un particolare modo". Le lingue si distinguono dai sistemi che non si servono dei mezzi di comunicazione o che non si servono di segni, o che non si servono di segni in un modo organizzato. Dunque il concetto di "lingua" comprende:

a) lingue naturali (per es. il russo, il francese, l'estone, il ceco);

b) lingue artificiali: le lingue della scienza (metalingue delle descrizioni scientifiche), le lingue dei segnali convenzionali (per esempio la segnaletica stradale), ecc.;

c) lingue secondarie (sistemi di simulazione [modellizzazione] secondari): strutture comunicative, che crescono sul livello linguistico naturale (mito, religione). (ivi: 15)

 

   Ogni lingua è un sistema di comunicazione e al tempo stesso di modellizzazione, nel senso che ogni lingua serve a comunicare e, in modo indissolubilmente legato con la comunicazione, a rappresentare il mondo e a stabilire norme di comportamento, mentale e pratico (cfr. Lotman, ivi: 20-21, e Pagnini [1980: 34]). La comunicazione è inscindibile dalla rappresentazione, e cioè dalla interpretazione della realtà1 la comunicazione elabora e propone un modello della realtà, e l'elaborazione di un modello è un processo conoscitivo, il modello infatti congiunge le proprietà della realtà modellizzata e contemporaneamente il punto di vista di chi modellizza, e in questo modo costituisce l'analogo, nel processo conoscitivo, della realtà modellizzata (cfr. Marzaduri [1979: 372]). D'altra parte, ogni conoscenza "può essere rappresentata come la decifrazione di una certa comunicazione" (Lotman [1970-1972/1980:75]).

   La letteratura, la musica, il cinema, ma anche il saggio, l'articolo, il discorso politico, ecc. costituiscono sistemi secondari di modellizzazione2 che si servono della lingua naturale come di un materiale. Il concetto di "materiale" non va inteso in senso meramente letterale, altrimenti sarebbe impossibile includere in questi sistemi la musica, la pittura, la danza, ecc. Il fatto è che

la lingua naturale non è soltanto uno dei più antichi, ma anche il più potente sistema di comunicazione della collettività umana. Per la sua stessa struttura, essa esercita un'azione potente sulla psicologia degli uomini, e su molti aspetti della vita sociale. I sistemi di simulazione [modellizzazione] secondari [...] vengono costruiti secondo il tipo di lingua. Ciò non significa che essi riproducano tutti gli aspetti delle lingue naturali. Così, per esempio, la musica si distingue radicalmente dalle lingue naturali per l'assenza di legami semantici obbligatori, tuttavia oggi è evidente la già completa regolarità della descrizione di un testo musicale come struttura sintagmatica [...]. Il rilevamento di legami sintagmatici e paradigmatici nella pittura [...], nel cinema [...] permette di vedere in queste arti degli oggetti semiotici, dei sistemi costruiti secondo il tipo delle lingue. (Lotman, ivi: 15-16)

   L'arte è per Lotman "un modello epistemologico della realtà, costruito secondo le regole di una cera lingua" (Marzaduri [1979: 372]). Ha giustamente notato Simonetta Salvestroni [1980: XII]:

L'affermazione [di Lotman] che "fine della poesia è la conoscenza del mondo, di se stessi, la formazione della personalità umana nel processo della conoscenza e delle comunicazioni sociali" isolata dal suo contesto può apparire un ritorno a vecchie posizioni, screditate da analisi rozzamente contenutistiche [...].

Con Lotman essa torna al centro dell'attenzione in una prospettiva nuova e estremamente feconda: nel momento in cui ribadisce gli stretti e imprescindibili rapporti fra la letteratura e la realtà, egli supera infatti, proprio attraverso lo specifico dell'arte, le più vistose contraddizioni della teoria del rispecchiamento così come era intesa e applicata da Lukács e numerosi suoi seguaci.

 

     Il presente saggio si propone di analizzare i modi in cui un'opera molto sottovalutata di Alberto Moravia, La mascherata, del 1941, modellizza il totalitarismo fascista e, per alcuni aspetti, anche quello stalinista. Al tempo stesso La mascherata modellizza i problemi dell'intellettuale antifascista di fronte alle alternative al fascismo.  Ed infine: poiché un modello congiunge in sé le proprietà della realtà modellizzata e il punto di vista di chi modellizza, ecco che il totalitarismo e le alternative ad esso vengono raffigurati dal punto di vista di Moravia, cioè nell’ottica del tema fondamentale dello scrittore, quello del rapporto fra individuo e realtà.
 

   Nel 1936 Moravia spediva alla casa editrice Mondadori i racconti de L'imbroglio.

Dopo lunga attesa mi arrivò una lettera dalla Mondadori, su per giù di questo tenore: "Caro Moravia, spiacenti, ma non possiamo pubblicare il suo libro, perché dobbiamo pubblicare i diari del maresciallo Badoglio." Questa lettera sottintendeva due fatti, l'uno pubblico e l'altro privato: il primo la conquista ormai compiuta dell'Etiopia da parte dell'esercito italiano guidato dal maresciallo Badoglio; il secondo il fatto che Le ambizioni sbagliate erano state boicottate dal governo e che io ero ormai noto come antifascista. (Vita: 101)

   Infatti L'imbroglio fu pubblicato nel 1937 dalla casa editrice Bompiani.

 

   Consideriamo alcuni dati storici.

   Le mire coloniali ed imperialistiche del fascismo si erano mostrate già nel 1926. Il 7 aprile ci fu "la prima dichiarazione di guerra ideologica fatta da Mussolini capo del governo alla democrazia internazionale" (Salvatorelli/Mira [1972, vol. 2: 130]): "Noi rappresentiamo la netta, categorica, decisa antitesi a tutto il mondo della democrazia. Stando così le cose, non dobbiamo sorprenderci di trovare tutto il mondo degli immortali principî schierato contro di noi. Noi romperemo, se sarà necessario, il cerchio che ci stringe. L'Italia esiste e reclama il pieno diritto di esistere nel mondo." Questa dichiarazione fu fatta alla vigilia di un viaggio in Libia. Qualche giorno dopo, l'11, a Tripoli, Mussolini disse che il suo viaggio rappresentava "un'affermazione della forza e della potenza del popolo italiano. Il popolo italiano porta il trionfante e immortale Littorio di Roma sulle rive dell'Africa. Il Destino ci spinge verso quella terra. Nessuno oserebbe opporsi al Destino. Nessuno può piegare la nostra inesorabile volontà." (ivi: 130-131)

   Dopo la crisi del 1929, con le conseguenti riduzione dei salari, disoccupazione, difficoltà economiche pure per i ceti medi, ma anche con il conseguente rafforzamento autoritario del regime, la spinta "verso quella terra" divenne ad un tempo la ripresa di vecchie velleità nazionaliste e colonialiste3, lo sfogo della megalomania del regime, il mezzo per ottenere nuovo consenso di massa e per superare la crisi economica (soprattutto le industrie legate alla produzione bellica ne avrebbero beneficiato). L'unico paese indipendente in "quella terra" era l'Etiopia, la quale però faceva parte della Società delle Nazioni4. Incurante di ciò, il governo italiano agì: nell'ottobre del 1935 fu dichiarata guerra all'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè; nel maggio del 1936 Badoglio occupava Addis Abeba, e il 9 maggio Mussolini annunciava al popolo italiano e al mondo la "pace romana", la fondazione dell'Impero dell'Africa Orientale Italiana.

   La reazione della Società delle Nazioni fu patetica, e giovò al regime in due direzioni. Furono adottate sanzioni economiche, per le quali l'Italia non avrebbe potuto più importare materie prime e prodotti industriali, ma ciò rimase pura teoria. D'altra parte il regime seppe approfittare efficacemente di queste solo teoriche sanzioni: fu proclamata la "autarchia", fu attuata l'offerta dell'oro (medaglie, monete, anelli), fu esaltata la forza del fascismo che non si lasciava piegare da ben cinquantadue nazioni e soprattutto dalle potenze plutocratiche, decise ad impedire all'Italia di avere il suo "posto al sole".

   Il 7 maggio 1936 il re conferì a Mussolini la Gran Croce dell'ordine militare di Savoia, così motivata: "Ministro delle Forze Armate preparò, condusse e vinse la più grande guerra coloniale che la storia ricordi, guerra che egli - capo del governo del re - intuì e volle per il prestigio, la vita, la grandezza della patria fascista. " (cit. in Salvatorelli/Mira [1972, vol. 2: 309]) Giustamente Salvatorelli e Mira sottolineano l'ultimo termine - patria fascista - "con cui senz'altro Sua Maestà annetteva definitivamente esercito e popolo italiano al fascismo." (ivi)

   Comincia l'età del consenso al fascismo, e comincia anche una incredibile orgia di "stile imperiale", "responsabilità storiche", "costume fascista", "critica del costume borghese" (grottesca da parte di un regime che doveva la propria ragion d'essere alla borghesia), "romanità", "mistica fascista", "primato della fecondità", "giustificazione demografica, e quindi storica, dell'impero", ecc. ecc.5 Il 1° giugno 1937 il ministero della Stampa e Propaganda cambia nome e diventa il ministero della Cultura popolare: "il cambiamento del titolo non era cosa puramente esterna e formale. Non si trattava piú, semplicemente, di curare la disciplina dei giornali e ammannire alla nazione notizie e commenti ammaestrati: si trattava di fascistizzare a fondo la coltura nazionale, lo spirito del popolo. Come l'impresa non fosse tanto facile, lo mostrò l'abbreviazione satirica fatta ben presto del nome: 'Minculpop', dal suono esprimente efficacemente una costruzione strana e goffa." (Salvatorelli/Mira, ivi: 322)

   Le teoriche sanzioni della Società delle Nazioni ebbero una conseguenza reale e funesta: l'avvicinamento dell'Italia alla Germania di Hitler. Nel 1936 Germania e Italia intervengono in Spagna a favore dell'insurrezione reazionaria di Franco, là dove si nota ancora l'incapacità (e la non volontà) delle democrazie (Francia e Inghilterra) che abbandonano la repubblica spagnola al suo destino (solo la Russia di Stalin e antifascisti volontari sono contro Franco). Nel 1938 l'Asse Roma-Berlino è una realtà: Hitler può annettersi l'Austria, in Italia cominciano le discriminazioni e le persecuzioni degli ebrei. Nel settembre dello stesso anno alla Conferenza di Monaco si mostra appieno l'incapacità, la miopia, il cinismo di Francia e Inghilterra: l'incontro dei quattro (Hitler, Mussolini, Chamberlain, Daladier) accontenta le pretese tedesche e abbandona al suo destino la Cecoslovacchia. Nell'aprile del 1939 Mussolini occupa l'Albania, e nel maggio dello stesso anno Italia e Germania stipulano il "Patto d'acciaio" che prevede, in caso di guerra, l'intervento italiano a fianco della Germania. Un altro patto, quello tedesco-sovietico, del 23 agosto, che determina sgomento in tutte le forze antifasciste (si veda Speranza, impegno, critica: 1942-1943), apre definitivamente la strada al secondo conflitto mondiale. Mussolini esita, oscilla, proclama la "non belligeranza", da un lato prende atto della impreparazione dell'esercito italiano, dall'altro lato è colpito dai successi dell'esercito tedesco, teme, in caso di molto probabile e veloce vittoria tedesca, di essere escluso da ogni beneficio ("Sarà una guerra di breve durata e di sicuro esito. Ho bisogno di alcune centinaia di morti per sedermi al tavolo della pace", avrebbe detto con cinismo a Badoglio, cfr. Salvatorelli/Mira [1972, vol. 2: 469]), ed infine non sopporta l'idea che proprio il fascismo assuma una posizione pacifista. Il 10 giugno 1940 dichiara guerra alla Francia e all'Inghilterra, e annuncia nella solita 'adunata oceanica': "Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l'esistenza del popolo italiano."

 

   Moravia ha spesso tratteggiato i problemi in cui un antifascista era costretto a dibattersi in quel periodo angoscioso, a partire dal 1936, che pareva non dovesse finir più. Prima di tutto, appunto, il fascismo, che sembrava imbattibile6:

Pareva che non dovesse finire più.

[...]

Ogni giorno, aprendo il giornale, si leggeva di bombardamenti, di aggressioni militari: il fascismo si impossessava completamente dell'Europa, non solo militarmente, ma anche spiritualmente.

Si sentiva arrivare la guerra. Era un momento angoscioso: tutti parlavano di quello che sarebbe avvenuto.

   E poi le alternative al fascismo, che non apparivano rosee. Parlando con Nello Ajello, lo scrittore ha detto (Ajello [1978: 5-6]):

Ma l'antifascista di quegli anni non si trovava in una situazione molto brillante [...]. Accanto a noi c'era Mussolini, di cui già si intravvedeva l'alleanza con Hitler, poco più in là c'erano quelle che si chiamavano le 'grandi democrazie', gli 'imperialismi democratici': la Francia, l'Inghilterra. Erano imperialismi sul serio, e mi parevano assai poco democratici: se ne ebbe una conferma nel contegno obbrobrioso che assunsero durante la guerra di Spagna. Mi sembravano l'espressione di un mondo vecchio, imbelle e intrigante. Al di là di questo c'era il comunismo, cioè Stalin. Altre alternative non si vedevano... Le speranze di ricostruire in Italia la democrazia liberale parevano illusorie.

   Nel 1941 Moravia pubblica il romanzo breve La mascherata7. (Per un inquadramento de La mascherata nell'opera di Moravia, si veda Il narratore e il personaggio.) Il romanzo fu prima lasciato passare dalla censura e poi bloccato definitivamente. Le ragioni certo non mancavano, sia per il primo sia per il secondo provvedimento. In primo luogo diciamo brevemente di che cosa si tratta8.

   In una imprecisata "nazione di oltre oceano" il generale Tereso conquista, dopo dieci anni di guerra civile, il potere. La duchessa Gorina, "di gran lunga la più illustre, la più ricca, la più ospitale nobildonna del paese", che ha più volte ma invano invitato Tereso ai suoi ricevimenti, viene a sapere che il generale è innamorato di Fausta, "una vedova giovanissima, tra le più belle di quella società". Usando appunto Fausta come 'esca', la duchessa riesce ad invitare Tereso ad un ballo in maschera nella sua villa. Fausta è d'accordo con la Gorina: le due donne intendono "tenere Tereso sempre sospeso e insoddisfatto, così da strappargli più benefizi” che sia possibile. Anche il fratello di Fausta, Manuele, è d'accordo: egli spera di "strappare al generale certi favori" che fino a questo momento gli sono stati negati. D'altra parte, il capo della polizia, Cinco, ha visto da qualche anno diminuire il suo ascendente su Tereso. La tranquillità del paese, la "popolarità senza pari" di cui gode il dittatore, rendono ormai inutile ed ingombrante Cinco, e per questo Tereso medita di sostituirlo "con un uomo nuovo, un burocrate qualsiasi, ligio e regolare, dal passato sgombro e dalle mani pulite." Cinco progetta allora di inscenare durante il ricevimento alla villa della Gorina un attentato al dittatore. Egli comunica dunque a Tereso di aver saputo che "gente disperata e pronta a tutto" ha preparato un attentato contro di lui, e tale attentato dovrebbe aver luogo appunto durante la festa della duchessa Gorina. Tereso non vuole rinunciare a partecipare al ricevimento, Cinco allora si impegna a far "scomparire congiura e congiurati" durante il ricevimento senza che nessuno se ne accorga. Cinco incarica dell'organizzazione del falso attentato un suo agente provocatore, tale Perro: si tratta di "pescare un illuso, un pazzo, un ingenuo insomma, e di fargli fare l'attentato, procurandogli tutto il necessario, dalle armi al luogo, dai complici all'opportunità". Scoperto a tempo, l'attentato procurerà a Cinco e a Perro "onori, avanzamenti, denari". Perro ha creato un partito segreto rivoluzionario che gli permette di tenere sotto controllo individui pericolosi e scontenti. Tra questi il "pazzo" a cui Perro pensa: è un certo Saverio, estremista e sprovveduto, impaziente di impegnarsi per la causa del proletariato. Nella vicenda si inserisce anche Sebastiano, fratellastro di Saverio, assolutamente apolitico, ma innamorato di Fausta (mentre per la ragazza Sebastiano è solo un'esperienza passeggera): Sebastiano finge di voler partecipare al complotto, al fine di proteggere Saverio e soprattutto perché sa che anche Fausta parteciperà alla festa. Durante la festa, Sebastiano scopre che Fausta ha un intenso e violento rapporto erotico con un servo, Doroteo. La stessa scoperta fa Tereso. Nonostante tutto, Sebastiano cerca, inutilmente, di salvare Fausta (egli crede che il complotto sia autentico, dunque che scoppierà una bomba); Tereso invece medita la vendetta: costringerà Fausta a sposare Doroteo. Ma succede un imprevisto: Fausta sorprende Saverio nel momento in cui questi sta disponendo la bomba nella stanza da bagno di Tereso, e Saverio la uccide. Tereso, cha ha udito un breve urlo lanciato dalla ragazza, sfonda la porta del bagno e spara, colpendo Saverio al petto. Il capo della polizia, Cinco, che aveva pensato di fare le cose con segretezza ed eleganza, come aveva promesso al dittatore, è chiaramente bruciato, non ha più interesse ad un grande processo, e così Perro finisce Saverio con un colpo di pistola alla nuca.

   Moravia ha spiegato nel modo seguente la genesi de La mascherata (in: Del Buono [1962: 43]):

Da anni avevo addosso una bramosia, quasi un bisogno fisico di scrivere qualcosa contro la dittatura totalitaria. Ma era impossibile farlo in un libro impostato realisticamente. Bisognava presentare la satira avvolta in un pittoresco involucro di cellophane, che fosse abbastanza trasparente, ma conferisse all'insieme un aspetto festoso. Trovai finalmente l'involucro che cercavo durante un viaggio al Messico: avrei potuto narrare la favola di una molto folcloristica dittatura sudamericana. La situazione chiave era, tuttavia, quella dell'incendio del Reichstag organizzato dai nazisti per rafforzare la dittatura hitleriana.

   Emergono tre elementi: 1. il bisogno di scrivere qualcosa contro la dittatura totalitaria, necessariamente non in forma realistica, bensì con l'ausilio di un "pittoresco involucro di cellophane", "abbastanza trasparente", ma "festoso"; 2. l'esperienza del viaggio in Messico (per quanto riguarda i viaggi di Moravia negli anni Trenta, si veda Il soffio dell'assurdo), che offre il necessario “involucro” folcloristico e “festoso”; 3. la "situazione chiave": l'incendio del Reichstag del 1933.

   Riassumiamo brevemente i fatti per quanto riguarda l'incendio del Reichstag (tengo presenti  Palmer/Colton [1984 e Woolf (a cura di) [1968]). Il 30 gennaio del 1933, dopo le dimissioni del generale Kurt von Schleicher, il presidente Hindenburg aveva nominato cancelliere Hitler. Si doveva trattare di un governo di coalizione (insieme con i tedesco-nazionali). Ma Hitler indisse nuove elezioni. Una settimana prima del voto il Reichstag fu incendiato. I nazisti diedero, senza alcun fondamento, la colpa ai comunisti, eccitarono la paura del comunismo, scatenarono le camicie brune per imporsi agli elettori, sospesero la libertà di stampa, emanarono il 28 febbraio 1933 l'ordinanza "per la difesa del popolo e dello stato", grazie alla quale le autorità di polizia erano autorizzate ad imprigionare chiunque fosse sospetto di tradimento o solo di aver avuto tale intenzione. Il partito nazista ottenne il 44 per cento dei voti, insieme con gli alleati tedesco-nazionali realizzava il 52 per cento. Hitler con il pretesto dell'emergenza si fece votare poteri dittatoriali (il potere di promulgare leggi in forma di decreti senza doversi rivolgere al parlamento) da un docile Reichstag da cui erano stati esclusi i deputati comunisti.

   Far credere che l'incendio fosse opera dei comunisti, creare un clima di paura in nome di una congiura comunista, significò far apparire come vero qualcosa che era falso, far sembrare qualcosa che non era. Questo meccanismo apparve a Moravia come la “situazione chiave”, vale a dire gli apparve come il tratto caratteristico del totalitarismo. Questo meccanismo è tuttavia già presente nel capolavoro giovanile di Moravia, Gli indifferenti (1929) (si veda su Gli indifferenti Il bisogno di personaggi e la tragedia impossibile).

   Alla fine del romanzo Carla, la madre e Leo si apprestano a partecipare ad un ballo in maschera:

[...] così travestita [Carla] si sentiva un'altra, più gaia, più leggera... Si avvicinò al fratello, gli diede sulla spalla un colpetto col ventaglio. "E con te domani parleremo" disse a bassa voce; [...] le pareva che Michele si stesse rovinando la vita; "e invece tutto è così semplice," aveva pensato infilandosi davanti allo specchio i pantaloni da Pierrot: "lo prova il fatto che nonostante quel che è avvenuto io mi travesto e vado al ballo." Avrebbe voluto gridarglielo a Michele: "tutto è così semplice," e già pensava di fargli trovar del lavoro, un posto, un'occupazione qualsiasi, da Leo, appena si sarebbero sposati...  (Gli indifferenti, in: A. Moravia, Opere 1927-1947, a cura di Geno Pampaloni, "Classici Bompiani", Milano 1981, p. 305)

   In realtà non è semplice, sembra che lo sia, ma non lo è.

   La maschera rappresenta paradigmaticamente qualcosa che sembra, ma non è. Se consideriamo, e giustamente, la maschera come un segno, allora dobbiamo dire con Augusto Ponzio [1982: 96-97] che non solo la maschera è segno in quanto rinvia a, sta per  qualcos'altro (l'incendio del Reichstag ad opera dei comunisti, come maschera, stava per il progetto nazista di rafforzare la dittatura; Carla "più gaia, più leggera", come maschera, sta per il fatto che la ragazza si è adattata alla situazione alla quale si era ribellata), ma anche che la maschera, in quanto segno, a sua volta può essere interpretata, e cioè con un altro segno (o una serie di altri segni) che Charles Sanders Peirce chiama Interpretante.  Alla luce della realtà socio-economica che emerge da Gli indifferenti è possibile interpretare l'inganno in cui cade Carla: una donna in tale realtà non ha effettivamente altra scelta che quella di rinunciare alla ribellione. Allo stesso modo alla luce della realtà socio-economica della Germania del 1933 è possibile interpretare la provocazione nazista e capire come mai tale provocazione, l'incendio del Reichstag ad opera dei comunisti, 'funzionò', poté sembrare ciò che in effetti non era.

   La mascherata di Moravia è un Interpretante del fascismo e, più in generale, del totalitarismo. Per mezzo di un “pittoresco involucro di cellophane” Moravia modellizza il regime fascista e cerca di capire perché al totalitarismo riesca di sembrare ciò che in effetti non è. Al tempo stesso il problematico conflitto fra essere e sembrare fa parte della tematica che è presente sempre in tutta l’opera di Moravia: il rapporto fra individuo e realtà.

   A parte la figura del dittatore Tereso, rozzo e donnaiolo come Mussolini, vi sono altri, e più importanti, aspetti di modellizzazione del regime fascista nel romanzo.

1. Tereso gode di una popolarità senza pari, e per questo ha bisogno soprattutto di burocrati fedeli, dal passato pulito: vengono modellizzati l'assestamento del regime totalitario, che gode di un ampio consenso, il ruolo della burocrazia, la necessità di controllare le intemperanze dei vecchi squadristi. Infatti, in una circolare del 5 gennaio 1927 Mussolini sostenne che lo squadrismo era anacronistico, che nessuna rappresaglia era più consentita, che il prefetto era la più alta autorità della provincia, a cui soprattutto i fascisti dovevano obbedienza (cfr. Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 393]). (Fu questa la ragione per la quale la reazione fascista contro Gli indifferenti non fu di tipo squadristico, ma di tipo legale, cfr. Il bisogno di personaggi e la tragedia impossibile)

2. Viene modellizzato il ruolo della nobiltà9 (rappresentata dalla Gorina), una classe ormai moribonda, che sostiene il fascismo per mantenere dei privilegi patetici. Come la marchesa Casagrande che nel 1923, al congresso delle donne fasciste delle tre Venezie, diceva a Mussolini che le donne chiedevano di essere al suo fianco, che i figli delle donne erano i soldati di Mussolini, fiori purissimi della primavera italica, che nel cuore della donna si trovava l'aroma che rinforza la maschia tempra dei combattenti, ecc. ecc. (cfr. Macciocchi [1977: 41-42]). E non bisogna dimenticare che in Italia la nobiltà si collegava a qualcosa che nello stato di Tereso non eiste: la monarchia. Si ricordi che, come detto in precedenza, il 7 maggio 1936 il re, conferendo a Mussolini la Gran Croce dell'ordine militare di Savoia, parlò di patria fascista. La 'mascherata' del fascismo fu permessa anche e in misura notevole dalla monarchia, la quale, come la Gorina, pensava di poter sfruttare il regime, e a cui naturalmente e per le stesse ragioni si accodò la nobiltà.

   3. Viene modellizzato il ruolo della polizia. Il 26 maggio 1927, nel così detto discorso dell'Ascensione, Mussolini disse: "Signori: è tempo di dire che la polizia va non soltanto rispettata, ma onorata. Signori: è tempo di dire che l'uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell'ordine. In un certo senso si può dire che il poliziotto ha preceduto nella storia il professore." (cit. in Salvatorelli/Mira [1972, vol. 1: 423]) E tuttavia nello stesso discorso Mussolini parlò di una larga epurazione della polizia, che era solo agli inizi (cfr. ivi). E non è una contraddizione. In effetti l'esaltazione della polizia e l'eliminazione degli elementi indesiderati o divenuti ingombranti, sono due facce di una stessa medaglia. Nel nostro romanzo proprio questo punto è alla base della provocazione: il capo della polizia cerca di far credere a Tereso ciò che non è, intende 'mascherarsi' da poliziotto che sventa un attentato contro il dittatore, ma è il clima instaurato dalla dittatura che interpreta anche questa 'mascherata'.

   4. Viene modellizzata la corruzione. Fausta vuole diventare l'amante di Tereso per strappargli benefizi; di tali benefizi avrebbe approfittato anche il fratello di Fausta, Manuele. Ora, tra i casi di corruzione nel periodo fascista spicca quello del così detto "clan Petacci" (cfr. Salvatorelli/Mira [1972, vol. 2: 333-334]). A partire, così pare, dal 1936 Mussolini ebbe una appassionata relazione con una bella ragazza, Claretta Petacci. Hanno ragione Salvatorelli e Mira (ivi): non è il caso di insistere su tali faccende, "anche per un senso di pietà verso la sventurata, coinvolta oltre il limite dell'equità nella tragica ma non immeritata sorte di Benito Mussolini."10 Bisogna solo dire, come fanno appunto i due storici, che la famiglia Petacci, in modo particolare il fratello di Claretta, Marcello11, che si arricchì con traffici di valuta, seppe ben approfittare della amicizia fra la ragazza e il duce. Del resto, la "azione del 'clan Petacci' non è che una delle tante esercitatesi in quel tempo in cui la corruzione divenne un fatto abituale, normale, palese", osservano Salvatorelli e Mira. Ed ecco che nel nostro romanzo si parla di Manuele, fratello di Fausta:

Il documento che [Tereso] aveva sotto gli occhi riguardava il fratello di Fausta; ed era una richiesta per l'appalto di un monopolio governativo. Tereso sapeva che il fratello di Fausta era un ladro; e che chiedeva l'appalto con il premeditato disegno di arricchirsi a spese dello Stato. (p. 85)

   Tereso però è innamorato di Fausta, e così prima le dice che Manuele è un ladro che meriterebbe di essere fucilato, poi aggiunge:

[...] quanto ho detto di vostro fratello è vero, almeno se debbo prestar fede ai rapporti della mia polizia... i quali forse possono aver esagerato... ma è anche vero, e questo non l'ho mai ignorato, che vostro fratello ha reso segnalati servizi al paese e alla mia causa... e che egli fu uno dei miei migliori ufficiali ai tempi della guerra civile... Conosco, insomma, tanto il male che il bene di vostro fratello... Del resto, come ho detto, possono esserci delle inesattezze nei rapporti della polizia... Si sa che la polizia carica le tinte... I nostri funzionari, così i bassi come gli alti e gli altissimi, sono pagati male... talvolta avviene che essi si lascino tentare a interessarsi ad aziende e imprese finanziarie che a loro volta, si servono della loro influenza politica... non dovrebbero farlo ma è umano... insomma [...] state tranquilla... per questa volta ancora voglio far credito a vostro fratello... egli avrà l'appalto... siete contenta ora?... (p. 89-90)

   La differenza fra Claretta Petacci e Fausta sta nel fatto che Claretta amava Mussolini, Fausta non ama Tereso. Questa differenza è funzionale al tema della mascherata (ancora una volta: abbiamo a che fare con modellizzazione, non con piatto rispecchiamento): Fausta non è innamorata di Tereso, finge di essere attratta da lui, cioè fa sembrare ciò che non è. Ma anche le parole di Tereso sono una maschera: egli effettivamente ritiene che Manuele meriterebbe la fucilazione, ma spera di possedere Fausta in cambio dell'appalto. La maschera, tuttavia, va a sua volta interpretata. Si legga:

[Tereso] sapeva per esperienza che era impossibile, con la sola forza delle leggi, di impedire agli uomini di rubare; che soltanto la coscienza morale poteva renderli onesti; e che, d'altronde, il popolo con tutte le sue virtù era capace di eccessi molto più dannosi delle malversazioni di pochi disonesti funzionari. Un Manuele che ruba, pensava Tereso [...], può ancora amministrare con abiltà e saggezza, pur che non rubi troppo; ma un popolo che si scatena riempie il paese di stragi e di rovine. (p. 88, corsivo mio)

   Ecco ciò che Peirce chiamerebbe gli Interpretanti della maschera: è difficile trovare una diagnosi così puntuale ed inesorabile della psicologia che caratterizza ogni regime totalitario. Salvatorelli e Mira [1972, vol. 1: 567] a proposito della corruzione che caratterizzò i lavori pubblici fascisti,  sottolineano che il fascismo doveva legare a sé molta gente, oltre che con l'obbedienza coatta, con l'interesse; che una parte della burocrazia, specie quella che s'occupava di appalti, non era insensibile alla tentazione dei regali; che il malcostume è inscindibile dai regimi di servitù. Ebbene, si considerino i pensieri di Tereso sopra citati: i funzionari dello stato rubano, certo, ma è umano; d'altra parte essi sono essenziali nell'amministrazione e, se non rubano troppo, se servono con abiltà e saggezza, allora costituiscono il male minore rispetto ad un sovvertimento popolare. La mancanza di controllo democratico, soprattutto sui rapporti fra imprese finanziarie e politica, il fatto che le decisioni vengono prese solo da una persona, la paura del popolo che si scatena: questo rende possibile e spiega la 'mascherata' di Fausta e di Tereso.

   5. Vi è la modellizzazione dell'opposizione a Tereso, più precisamente dell=opposizione rivoluzionaria di sinistra. I processi e le repressioni staliniani (1936-1939) influenzano il Partito comunista italiano. Palmiro Togliatti, il leader del partito, dice nel 1938 al comunista austriaco Ernst Fischer (cfr. Spriano [1970: 179]):

Tutto è divenuto un groviglio inestricabile in cui nessuno si trova a suo agio. Nemici di Stalin, certamente, trockisti, agenti di potenze straniere, ma solo con questo non si possono spiegare gli avvenimenti: vi è ancora dell'altro, vecchie rivalità, ambizioni irragionevoli, mania di persecuzione vera o immaginaria. [...] Se noi ritorneremo nei nostri paesi, ci deve essere chiaro fin dal principio: lotta per il socialismo è lotta per una maggiore democrazia. Se noi non saremo i democratici più conseguenti, la storia passerà sopra di noi.

   Ed è tale convinzione che guiderà la politica di Togliatti a partire dal suo rientro in Italia. E tuttavia neppure Togliatti può impedire che negli anni 1936-1939 si introducano nella vita del Partito comunista italiano (e degli altri partiti comunisti costretti alla clandestinità) non solo il dogmatismo e l'intolleranza, ma anche "l'atmosfera di inquisizione e di sospetto che penetra nelle varie 'sezioni nazionali' [...], circola nelle loro direzioni, provoca nuove lacerazioni e conflitti [...]." (Spriano, ivi: 114) La "vigilanza rivoluzionaria", l'aspirazione alla purezza ideologica, il culto della personalità di Stalin, sempre affiancato a Lenin, come suo pari, il culto che fa dire ad un dirigente del partito italiano: "Quello che è decisivo è comprendere nella realtà chi è Stalin, perché è il capo del proletariato mondiale. Questa è la conquista del bolscevismo. [...] tutto [...] ci è stato indicato da Stalin. Quindi studiare, conoscere di più lo sviluppo dato da Stalin alla dottrina di Marx-Engels-Lenin" (ivi: 257): tutto ciò caratterizza la vita e l'azione dei militanti comunisti, e mette in crisi i tentativi di unità antifascista con gli altri partiti, con i socialisti in particolare. Moravia era solito viaggiare e spessissimo si recava a Parigi, centro dell'antifascismo. Leggeva la stampa antifascista che usciva a Parigi, comprava libri, incontrava esuli tedeschi e russi, apprendeva l'esistenza dei campi di concentramento tedeschi e russi (Vita: 119). "[le leggi razziali e i campi di concentramento] erano sì cose orrende, ma facevano parte di un quadro orrendissimo e non erano che pennellate di orrore tra tanti orrori. Noi ci eravamo in qualche modo abituati a convivere con l'orrore." (ivi) Nel pittoresco involucro di cellophane, "festoso", ma anche "abbastanza trasparente", costituito da La mascherata, trova posto anche la modellizzazione degli aspetti orribili, stalinisti, di questa opposizione antifascista. Il personaggio di Saverio è, da tale punto di vista, un capolavoro. Si legga:

[...] Saverio [...] si mise a descrivere il suo stato d'animo di quando non era ancora affiliato al partito in cui ora militava. Non era stato allora che un individuo isolato, indicibilmente solo, sperduto, tormentato, impotente [...] Gli mancava una pietra di paragone con cui saggiare la realtà, una guida con cui farsi strada. [...] Ma [...] dal giorno in cui aveva incontrato il Perro [cioè dal giorno in cui era entrato nel partito rivoluzionario], tutto questo era cambiato. Niente più dubbi, disgusti, rancori [...]. Mentre prima egli non aveva saputo che cosa fosse agire e si era sentito ogni giorno di più affondare nel pantano velenoso dell'indecisione e delle velleità, adesso era spinto in avanti da una necessità irresistibile, avvertiva sotto ogni sua parola, ogni suo atto, una giustificazione assoluta. [...] Egli si era accorto che tutta la vita aveva anelato a questo stato: servire a occhi chiusi e con fedeltà assoluta, muoversi secondo un comando superiore, avere fede in un'idea che lo trascendesse. E quale idea più alta di quella in cui essi credevano? Il mondo era guasto, a fondo, e loro volevano rinnovarlo, ma non superficialmente, bensì fin nelle radici, dovessero pure distruggerlo e ricostruirlo dalle fondamenta. (pp. 34-35)

   E, parlando del Perro, Saverio afferma: "È un capo [...] tanto più forte, più consapevole, più deciso di noi... dovremmo tutti imitarlo, prenderlo a modello... ma come si fa? noi siamo e ci sentiamo gregari... lui invece è nato per comandare [...]" (p. 51), trasparente allusione al culto della personalità di Stalin.

   Puntando proprio sull'opposizione rivoluzionaria al regime dittatoriale di Tereso, Moravia raffigura la visione del mondo totalitaria dello stalinismo (fu probabilmente questo il motivo per cui La mascherata in un primo momento fu lasciato passare dalla censura fascista).

   Ma anche qui la 'maschera' va interpretata. Non solo le difficoltà in cui versava il Patitito comunista italiano, costretto alla clandestinità, spiegano la necessità di piegarsi di fronte a Stalin e al potente apparato che egli dirigeva. Vi è qualcosa di più profondo, che non vale certo per tutti i comunisti, ma che tuttavia goca un ruolo importante. Saverio è un puro, che ha fretta, che è impaziente di agire, di trasformare il mondo, anche distruggendolo: "Che cosa vi terrorizza di più nella purezza?", chiede Adso da Melk a Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa, e Guglielmo risponde: "La fretta"12. E tale fretta di agire viene illuminata e guidata dal capo (di qui il culto del capo), dalla pietra di paragone con cui saggiare la realtà, dalla certezza di possedere la verità. Il dogmatismo, il bisogno di semplificare la realtà, il bisogno di sicurezza e di verità (elementi peraltro comuni anche al totalitarismo fascista e a quello nazista) spiegano perché individui come Saverio poterono 'mascherarsi' (anche se in buona fede, con sincerità) da rivoluzionari, poterono sembrare ciò che assolutamente non erano.

   A Saverio si oppone il fratellastro, Sebastiano. E con questo personaggio ritorniamo ai problemi dell'intellettuale Moravia in quel periodo; vale la pena di citare (Vita: 122):

La mascherata è importante per capire quello che mi passava per la testa in quel periodo. [...] In questo romanzo c'era un personaggio scettico e disperato che si chiamava Sebastiano e che ero io. Mi serviva per illustrare la situazione senza via d'uscita in cui mi trovavo. Una situazione di totale amara delusione, perché non credevo più né all'antifascismo, né al fascismo, né al comunismo, né al capitalismo. Ero in un momento di assoluta incredulità. Avevo visto la Francia capitolare di fronte all'Italia nella faccenda dell'Etiopia, il fascismo trionfava dappertutto, odiavo non soltanto il fascismo ma anche quelli che non sapevano resistergli. Odiavo anche le masse che affluivano nei fascismi e nello stalinismo. Sebastiano, che incarnava questo disgusto generalizzato, proclamava la sua ripugnanza per le masse e le loro ideologie e affermava che tutta la vita era un gioco. Sebastiano insomma nella mia immaginazione era un personaggio stendhaliano, cioè avventuroso e miscredente.

   Inoltre, attraverso la prospettiva critica dello scettico Sebastiano, Moravia mette in luce il clima della "vigilanza rivoluzionaria", la continua, nevrotica paura del tradimento, della deviazione ideologica, che caratterizzava allora la vita dei comunisti, sullo sfondo dei processi e delle epurazioni in Russia:

[Sebastiano] aveva sentito parlare delle esecuzioni sommarie, clandestine, ferocissime e spietate di cospiratori fedifraghi e di agenti provocatori ad opera dei loro compagni; e gli pareva che finire impiccato o con una palla nella testa per mano del Saverio sarebbe stato, pur nella generale assurdità della vita, un morire troppo assurdo. (p. 52)

   Sebastiano non ha alcuna ideologia positiva, costruttiva, da opporre a Saverio (o a Tereso), egli è contro lo stato totalitario, contro la rivoluzione, contro le mase, egli è un adolescente che teme solo la noia, egli è, pur sotto la frivolezza, un disperato (p. 41). Ma soprattutto Sebastiano  pone la questione decisiva: quella della assurdità della vita, vale a dire la questione del rapporto fra l'essere umano e la realtà inafferrabile ed enigmatica.

   Come ha mostrato Dornetti [1982], il problematico rapporto fra individuo e realtà,una realtà labirintica come l'intreccio stesso del romanzo, è il tema fondamentale de La mascherata. E sono Tereso e Sebastiano, l'uomo d'ordine, il dittatore onnipotente, e l'adolescente scettico e disperato, a prendere atto dell'assurdità della vita - della "minaccia", dello "spiraglio di inquietudine", della crisi dell'ordine convenzionale - nelle pagine conclusive, le più belle de La mascherata, tra le più valide di tutta l'opera di Moravia.

   Fausta, come sappiamo, viene uccisa da Saverio. Si legga:

Tereso era furente, di una furia amara e vuota che lo faceva soffrire più di qualsiasi aperto dolore. Fausta era morta e questo, fino ad un certo segno, quasi gli pareva giustizia; ma c'era stata un'incrinatura, peggio, addirittura uno sconquasso irreparabile nel ritmo superiore, regolato, ermetico della sua giornata di uomo di stato; e questo lo metteva fuori di sé. Quella morta, quel trambusto, quell'intrusione di gente nella sua camera gli parevano altrettanti attentati contro la sua dignità e la sua autorità. Neppure la morte, neppure il pericolo che aveva corso potevano giustificare questo ridicolo e irritante pandemonio. Tereso pensava che un semplice congedo sarebbe stato una punizione troppo leggera per il Cinco, responsabile primo di tanto disastro. (p. 128)

   L'incrinatura, lo sconquasso, il trambusto, il pandemonio (una vera e propria climax ascendente) si rivelano agli occhi del dittatore come attentato alla sua autorità di uomo di stato. Si tratta del tentativo di razionalizzare l'assurdità, di darle una spiegazione, e Tereso individua pure il responsabile principale e pensa alla punizione. Ma non basta. Come sappiamo, il generale voleva vendicarsi di Fausta costringendola a sposare il servo Doroteo. Aveva fatto avvertire il prete e anche gli invitati al ballo della Gorina. Ora "la beffa si era mutata in tragedia", e Tereso pensa di tramutare le nozze in funerali: "era pur sempre un rito; dopo tanto disordine egli sentiva un gran bisogno di un'etichetta purchessia, anche funebre" (p. 129). Tereso cerca in qualche modo di far rientrare il disordine nell'ordine. Incarica dunque il suo segretario di avvisare il prete che non si tratta più di matrimonio ma di funerale, e di tornare poi con qualche servo per portare il corpo di Fausta nella cappella. Rimasto solo, Tereso contempla il corpo di Fausta (adagiato sul letto del generale), la quale, "dopo tanti inganni, gli sfuggiva per sempre" (p. 130). Ed è questo il punto: il capo della polizia con il suo fallimento, la curiosità degli invitati, il trambusto, la morte di Fausta, che gli appare come un atto di estrema e definitiva disubbidienza, tutto ciò sembra congiurare per eludere la sua volontà (p. 129). Vale a dire: il disordine della realtà visto nell'ottica di un dittatore, il quale lo interpreta come disubbidienza. E tuttavia: 

Non c'era altro da fare che cedere e dichiararsi vinto; e, tutt'al più, cercare di far rientrare in un ordine umano quel misterioso e funesto disordine. Tereso si levò, girò intorno al letto, e con il pollice dell'unica mano abbassò le palpebre sugli occhi della morta. Quindi, senza fretta e come a caso e con negligenza, sollevò per i polsi, uno dopo l'altro, le braccia molli e pesanti e le riunì sul petto incrociando le mani. Un piccolo crocifisso d'ebano pendeva alla parete, sopra il letto. Tereso lo staccò e lo introdusse tra quelle mani. (p. 130)

   L'ordine umano a cui pensa Tereso è quello dell'etichetta religiosa. E infatti poco dopo in chiesa, mentre il prete recita le preghiere, Tereso si inginocchia, la fronte contro la mano:

Tereso, a suo modo e in maniera molto formale, era religioso. Con un senso di umiltà che la propria importanza gli rendeva aspro e commosso, non a Fausta assassinata pensava pur pregando, ma a se stesso e alla morte. Tereso era stato fin allora un amante deluso. Inginocchiandosi davanti al crocifisso si risentiva di nuovo uomo di stato; e gli pareva di ritrovare al tempo stesso la dignità del proprio potere e la sua nullità di fronte a Dio. (p. 133)

   Con questo segmento Tereso si congeda dal lettore. Come si vede, non manca neppure la modellizzazione del ruolo della religione nel regime totalitario (per quanto riguarda il sostegno della chiesa al fascismo, si veda Per una storia del romanzo italiano dalla crisi del positivismo a "Solaria", 2. Dalla "età di Giolitti" al fascismo), ma più importante è notare come il pensiero di Dio, che per qualunque essere umano può costituire talvolta l'unica 'risposta' all'assurdità della vita, costituisca per Tereso il punto d'arrivo dei suoi tentativi di reagire al disordine: prima ha individuato i colpevoli nel capo della polizia e nella disubbidienza di Fausta, poi ha cercato nel rito funebre religioso una etichetta capace di dare un certo ordine al disordine, quindi ha messo tra le mani di Fausta il crocifisso, ed infine, inginocchiato in chiesa, ritrova se stesso come uomo di stato, con la tipica ipocrisia dei potenti che associa la dignità del potere alla nullità di fronte a Dio, e non pensa più alla donna 'disubbidiente', che pure egli ha - a modo suo - amato. La duchessa Gorina, intanto, prega con devozione, ma in realtà pensa alla sua festa e alla sua importanza mondana, "ambedue funestamente compromesse". Il servo Doroteo (prelevato dalla polizia per il matrimonio) non capisce nulla di quanto sta succedendo, mentre il segretario del generale si chiede perché mai le nozze siano state cambiate all'ultimo momento in funerale. Come si vede, l'equivoco, l'inganno, la mascherata continuano, fra ipocrisia, ignoranza e servilismo. Ma il graffio più tremendo, la beffa più mordace a tale mascherata, il testo li offre nel momento in cui la salma di Fausta viene deposta sotto l'altare. L'organista non è stato avvertito del cambiamento di cerimonia, e così nel solenne silenzio irrompono le note trionfali ed esaltanti della marcia nuziale: sembra l'ultimo 'gesto' della ragazza 'disubbidiente'.

   Mentre si svolge la cerimonia funebre, anche Sebastiano prende atto di un inganno. Sebastiano ha cercato di salvare Fausta, la quale ha finto di voler lasciare la villa con lui, l'ha pregato di aspettarla nel parco, ma ha inviato una serva, Giustina, di corporatura simile alla sua, con una maschera sul viso, anche Giustina dunque sembra ciò che non è. E appunto mentre si svolge la cerimonia funebre,

in fondo al parco, sopra un sedile all'ombra di una magnolia, dopo molti infingimenti e molte civetterie, Giustina si toglieva la maschera; e Sebastiano scopriva con atroce dispetto di essere stato ancora una volta tratto in inganno. Così Fausta era definitivamente perduta, in un disgustoso equivoco a cui nulla mancava, neppure la luna che spuntava dietro i boschetti, per sembrare una parodia delle sue antiche notti d'amore. (p. 133)

   Per il ragazzo scettico, ma veramente innamorato di Fausta, non è importante la 'disubbidienza' della ragazza, è importante il fatto di averla perduta. L'amore del giovane disperato appare come l'unico elemento privo di maschera nel romanzo, come l'unica alternativa alla mascherata. E Sebastiano non ricorre ai riti, non cerca di far rientrare il disordine in un qualche ipocrita ordine tradizionale, o in qualche futuro e spietato, ordine rivoluzionario (come fa Saverio, anch'egli sincero, ma 'attore' cieco ed inconsapevole proprio in quella mascherata contro cui vorrebbe battersi): Sebastiano prende atto, disperatamente, dell'equivoco disgustoso, del disordine della vita, al quale sembra partecipare la natura stessa con la sua parodia delle notti d'amore.

   Nello stesso momento in cui si celebra la 'mascherata' nella cappella, nello stesso momento in cui Sebastiano prende atto ancora una volta dell'assurdità dell'esistenza, il fratellastro di Sebastiano, Saverio, già agonizzante, riceve il colpo di grazia dal Perro: l'azione, guidata dall'ideologia fideistica, di Saverio è stata inutile.

   La 'mascherata' del potere e delle persone per bene, con il crisma della religione, la disperazione della coscienza critica, con il crisma dell'amore, e il fallimento del rivoluzionario dogmatico, con il crisma dell'omicidio, chiudono in perfetta geometria il romanzo di Moravia.

 

 

 

 

 

[1] "Una lingua è [...] per Lotman un'interpretazione della realtà, e una cultura il sistema di lingue che 'riflettono' o interpretano, 'la medesima realtà extralinguistica', di qui il carattere 'stereoscopico' della cultura, sul quale tanto insiste Lotman [...]." (Marzaduri [1979: 369])

[2] Su questo complesso concetto si veda il saggio di Marzio Marzaduri "La semiotica dei sistemi modellizzanti in URSS" (Marzaduri [1979: 343-381]

[3] La politica coloniale italiana era stata fermata dalla sconfitta di Adua che determinò la caduta del governo di Francesco Crispi (1896). (Si veda in proposito Per una storia del romanzo italiano dalla crisi del positivismo a "Solaria" , 2. Dalla "età di Giolitti" al fascismo)

[4] "Dalla conferenza di Versailles uscí per volere di Wilson la Società delle Nazioni, con sede a Ginevra: un grande organismo internazionale, al quale si volle affidare il compito di regolare le controversie fra gli stati associati. Parve, quando sorse, la realizzazione di una delle aspirazioni più profonde degli uomini. Purtroppo la Società delle Nazioni era nata ad un cattivo parto, perché lo spirito che informava il Patto, e quello che aveva presieduto alla pace di Versailles erano tra loro inconciliabili. Del resto rimasero esclusi dalla Società numerosi stati, persino gli Stati Uniti, perché il Senato americano si rifiutò di ratificare la pace firmata in Europa. L'assenza di questi stati, e la mancanza di qualsiasi mezzo per poter imporre le proprie decisioni, impedì alla Società delle Nazioni di operare con efficacia." (Gianni [1975: 185]) L'impresa coloniale italiana mostrerà bene tali contraddizioni e tale incapacità di operare conseguentemente.

[5] Il 'maestro' fu naturalmente Mussolini, il quale il 20 agosto 1936 disse che occorreva "trasportare sul piano dell'impero tutta la vita nazionale"; Salvatorelli e Mira [1972, vol 2: 317] annotano: "Che cosa significasse precisamente questo 'trasporto imperiale', difficilmente Mussolini stesso avrebbe saputo dire; la frase, però, suonava bene."  Una sintesi di tale retorica imperiale è in Salvatorelli/Mira (ivi: 313-329, 346-356).

[6] Siciliano [1982: 53 e 54].

[7] La mascherata (1941), Agostino (1944), La disubbidienza (1948), L'amore coniugale (1949) furono, in seguito, raccolti da Moravia sotto l'etichetta di "romanzi brevi" e pubblicati insieme nel volume 10 delle Opere complete (Romanzi brevi. La mascherata, Agostino, La disubbidienza, L'amore coniugale, Bompiani, Milano 1975). Il 'romanzo breve' è una via di mezzo fra il 'racconto lungo' (con il quale in effetti si confonde) e il romanzo vero e proprio.

[8] Tengo presente la seguente edizione: A. Moravia, La mascherata, Bompiani, Milano 1981 (XXI edizione).

[9] Moravia frequentò nel 1937-1938 la villa della contessa Pecci Blunt, intorno alla quale gravitava la nobiltà romana. Tale contessa riuniva nel suo salotto gli intellettuali romani più in vista (cfr. Pandini [1973-1985: 71]).

[10] Claretta Petacci e Mussolini furono giustiziati con una scarica di mitra dal colonnello partigiano Valerio (Walter Audisio), nei pressi di Dongo, il 28 aprile 1945.

[11] Marcello Petacci fu ucciso dai partigiani, il 28 aprile 1945, mentre cercava di fuggire.

[12] Umberto Eco, Il nome della rosa (1980), I edizione "Grandi Tascabili" Bompiani, aprile 1984, p. 388.

 

 

Ajello, Nello

[1978] Alberto Moravia, Intervista sullo scrittore scomodo, a cura di Nello Ajello, Laterza, Roma-Bari.

 

Del Buono, Oreste

[1962] Moravia, Feltrinelli, Milano.

 

Dornetti, Vittorio

[1982] Il funesto disordine (per un'interpretazione della "Mascherata" di Moravia), in "Studi novecenteschi", IX, pp. 161-181.

 

Gianni, Angelo

[1975] Perché la storia, D'Anna, Messina-Firenze

 

Lotman, Jurij M.

[1970/1972-1980] Struktura chudozestvennogo teksta, Tskusstvo Mosca 1970; trad. italiana: La struttura del testo poetico, a cura di Eridano Bazzarelli, Mursia, Milano 1972-1980.

 

Macciocchi, Maria Antonietta

[1976] L a donna "nera". "Consenso" femminile e fascismo, Feltrinelli, Milano.

 

Marzaduri, Mario

[1979] La semiotica dei sistemi modellizzanti in URSS, in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di Carlo Prevignano, Feltrinelli, Milano, pp. 343-385.

 

Pagnini, Marcello

[1980] Pragmatica della letteratura, Sellerio, Palermo.

 

Palmer, Robert / Colton, Joel

[1984] A History of the Modern World, Alfred A. Knopf, Inc. New York.

 

Pandini, Giancarlo

[1973-1985] Invito alla lettura di Moravia, Mursia Milano 1973, seconda edizione aumentata: 1985.

 

Ponzio, Augusto

[1982] Spostamenti. Discorsi e percorsi sul segno, Adriatica, Bari.

 

Salvatorelli, Luigi / Mira, Giovanni

[1972] Storia d'Italia nel periodo fascista, Mondadori, Milano (prima edizione: Einaudi, Torino 1964).

 

Salvestroni, Simonetta

[1980] Il pensiero di Lotman e la semiotica sovietica negli anni Settanta, saggio introduttivo a Jurij M. Lotman, Testo e contesto. Semiotica dell'arte e della cultura, Laterza, Roma-Bari, pp. VII-XLIII.

 

Siciliano, Enzo

[1982] Alberto Moravia. Vita, parole e idee di un romanziere, Bompiani, Milano.

 

Spriano, Paolo

[1970] Storia del Partito comunista italiano, volume terzo, I fronti popolari, Stalin, la guerra, Einaudi, Torino.

 

Vita

Alberto Moravia - Alain Elkann, Vita di Moravia, Bompiani, Milano 1990.

 

Woolf, Stuart J.

[1968] European Fascism, Weidenfeld & Nicolson, London.