La "voglia di raccontare" caratterizza la stagione narrativa che va dalla Resistenza al 1948, cioè la fase centrale del neorealismo. È necessario dire qualcosa su questa voglia di raccontare, e lo farò con l'aiuto di una pagina bellissima che Italo Calvino scrisse nella prefazione all'edizione del 1964 de Il sentiero dei nidi di ragno. 1964: si tratta di una messa a punto a posteriori del neorealismo. Calvino dice fra l'altro (cito dalla nona edizione "Nuovi Coralli", Einaudi, Torino 1980, pp. 7-8):

Questo ci tocca oggi soprattutto: la voce anonima dell'epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L'essere usciti da un'esperienza - guerra, guerra civile - che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un'immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari, drammatiche avventure, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente all'inizio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di pacchi di farina e bidoni d'olio ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle "mense del popolo", ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d'altre epoche; ci muovevamo in un multi­colore universo di storie.

   Il passo è veramente stupendo e tratteggia come mai più è stato fatto un elemento essenziale del neorealismo: "la materia dell'anonimo narratore orale", il racconto delle storie "che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati portatori" e alle quali si aggiungevano le storie degli altri "arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un'espressione mimica" (ivi).